Habibzai aveva nove anni, quando, nell'irrequieta provincia di Ghazni nell'Afghanistan sud-orientale, è riuscita in qualche modo a imparare ad andare in bicicletta. "Mi ha dato la sensazione molto bella di essere libera, come se avessi ali per volare, come se non avessi nulla da temere su questa terra” racconta al The Guardian la ventiquattrenne, “Mi ha dato, se posso dire, il cibo per la mia anima. Da allora la bicicletta è diventata una parte della mia vita". Habibzai fa parte di un gruppo di 220 donne afgane che, tra mille ostacoli e difficoltà, gareggiano all'interno della federazione ciclistica. In questi giorni dalle loro case seguiranno con il fiato sospeso la loro connazionale Masomah Ali Zada ​​che farà il suo debutto olimpico a Tokyo 2020 lungo il percorso di 22 km. Correrà per vincere, ma anche per dare speranza a tutte le donne che nel suo Paese ancora lottano per la libertà.

la storia di masomah ali zads la ciclista afgana a tokyo 2020pinterest
FABRICE COFFRINI//Getty Images

"Una delle cose davvero cruciali che rappresenta è l'emancipazione delle donne in Afghanistan perché l'ho vista affrontare così tante difficoltà come ciclista, solo per il fatto che è una donna", racconta al Guardian Sarmat, 21 anni, che ha gareggiato insieme ad Ali Zada ​​in Afghanistan e nelle competizioni all'estero. Vederla arrivare così lontano mi rende davvero orgogliosa e anche un po' emozionata", aggiunge. Anche se negli ultimi anni il ciclismo femminile ha preso piede nonostante l'opposizione delle frange conservatrici, Ali Zada non ha avuto un percorso facile. È entrata a far parte della nazionale di ciclismo da adolescente ma nel 2016 è stata costretta lasciare l'Afghanistan e chiedere asilo in Francia con la sua famiglia. Ora, a 25 anni gareggia come parte del Refugee Olympic Team.

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La presenza di Ali Zada a Tokyo arriva in un momento particolarmente delicato per le donne afgane dato che, con l'annuncio del ritiro definitivo delle truppe statunitensi, la violenza è nuovamente aumentata nel Paese. La paura è che i talebani tornino a governare il Paese e che i piccoli progressi fatti sul fronte dei diritti vengano nuovamente cancellati. "Sono abbastanza sicura che i gruppi talebani, lo Stato Islamico e tutti loro, non permetteranno mai alle donne di studiare, lavorare, avere un lavoro", commenta preoccupata Rukhsar Habibzai, capitana della squadra femminile, "Allora come potrebbero mai lasciarci andare in bicicletta? Sono abbastanza sicura che non ce lo permetterebbero mai, ci spareranno e basta". Habibzai racconta le difficoltà che le cicliste incontrano per via dello stampo fortemente patriarcale e misogino della società: spesso sono costrette ad allenarsi la mattina molto presto per non venire aggredite e insultate da chi pensa che non sia un'attività consona a una donna. Ora però la situazione sta ulteriormente peggiorando: “Andare in bicicletta in questi giorni non è facile per noi, non lo è per me e nemmeno per altre ragazze". "Da quando l'esercito americano ha annunciato la sua partenza la situazione è peggiorata e siamo in pericolo”. Ecco perché la presenza di Ali Zada a Tokyo serve anche a ricordare le donne afgane, le sue compagne e le loro lotte. Facciamo il tifo per lei e per tutte loro.