"Il cambiamento climatico non guarda in faccia nessuno". Vero o falso? Falso. Abbiamo già detto che le donne in quanto soggetti più vulnerabili e con meno potere economico/politico/decisionale sono più colpite dalle crisi ambientali e ok. Ma non è questo l'unico caso in cui il global warming si rivela essere misogino, razzista e classista almeno quanto la società che l'ha causato. Esiste per l'appunto anche il cosiddetto "razzismo ambientale" e lo sa bene la vicepresidente Kamala Harris che in uno speciale per l'Earth Day della piattaforma di news NowThis ha parlato di come la crisi climatica colpisca prima e più duramente le comunità non bianche. "Dobbiamo affrontare questa conversazione" ha detto la vice di Biden e noi obbediamo.
È stato il reverendo e leader dei diritti civili afroamericano Benjamin Chavis a coniare il termine "razzismo ambientale" ancora nel 1982 quando gli abitanti della contea di Warren, nel North Carolina, hanno messo in atto una protesta di sei settimane contro l’installazione di una discarica di rifiuti tossici. La contea era composta per il 64% di neri e nelle vicinanze della discarica, la percentuale saliva al 75%: da lì è nato un dibattito sulla giustizia climatica e ambientale che si chiede tuttora chi paghi il prezzo dello sfruttamento delle risorse. Per farla semplice, dunque, il razzismo ambientale è una delle tante forme di razzismo sistemico per cui le comunità etniche minoritarie sono sproporzionatamente gravate dai rischi derivanti dai problemi ambientali. Questo per tutta una serie di motivi. Innanzitutto, come nel caso delle donne, il razzismo ambientale è legato agli squilibri di potere: le persone BIPOC (acronimo che sta per Black, Indigenous and people of color, ndr) hanno un minore potere decisionale rispetto alle persone bianche e si trovano spesso in condizioni di povertà e marginalizzazione, colpite da politiche e meccanismi sociali che le costringono a vivere in prossimità di fonti di emissioni e rifiuti tossici come impianti di depurazione, miniere, discariche, centrali elettriche.
"Ad esempio, se andiamo a vedere chi vive nelle aree dove l'aria è più inquinata scopriamo che sono soprattutto persone nere e di colore" spiega Harris e infatti secondo l'Asma and Allergy Foundation of America, gli afroamericani hanno quasi 3 volte più probabilità di morire per cause correlate all'asma rispetto ai loro coetanei bianchi. Secondo Green Latinos, invece, quasi 1 su 2 latinoamericani negli Stati Uniti vive in contee in cui l'aria non soddisfa gli standard di salute pubblica dell'EPA e, secondo il governo federale degli Stati Uniti, il 40% delle 567 tribù riconosciute a livello federale negli Stati Uniti vive in Alaska, dove il rapido aumento delle temperature e dello scioglimento del ghiaccio marino e dei ghiacciai minaccia le infrastrutture e i mezzi di sussistenza tradizionali della popolazione.
Non si tratta, però di un problema unicamente americano: nel Regno Unito, ad esempio, un rapporto del governo ha scoperto che i bambini neri britannici sono esposti all'inquinamento atmosferico fino al 30% in più rispetto ai bambini bianchi. La globalizzazione, poi, ha aumentato le opportunità di razzismo ambientale su scala internazionale, vedi lo scarico di rifiuti elettronici nel sud del mondo, dove le leggi sulla sicurezza e le pratiche ambientali sono più permissive, o lo spostamento di industrie inquinanti in paesi a basso reddito con una supervisione ambientale meno rigorosa. Si tratta di un problema complesso che - nella lotta al cambiamento climatico - va affrontato a partire dalle realtà locali, ma tenendo conto di un'ottica globale. "Le persone povere, le persone di colore... hanno il diritto come tutti di bere acqua pulita e respirare aria pulita", conclude Harris, "È un lavoro duro che coinvolge la giustizia sociale, la giustizia ambientale, la salute pubblica e molte altre questioni che devono essere la nostra priorità". E speriamo che così sia perché, come dice la nostra Greta Thunberg, il tempo sta scadendo.












