Non è un'idea che hai fin da bambino o, almeno, non sempre. Spesso matura con il tempo, man mano che gli orizzonti del luogo in cui vivi sembrano restringersi. Quando le strade a livello lavorativo ti appaiono bloccate o incredibilmente difficili da percorrere e la prospettiva di una vita più facile (uscire alle cinque ma senza l'ansia delle bollette, fare un mutuo, comprare casa) si delinea oltre i confini, allora inizi a pensare di andartene.
Tra il 2019 e il 2023, intervallo preso in esame dal "Rapporto di previsione Primavera 2026" del Centro Studi Confindustria, oltre 190.000 giovani hanno deciso di lasciare l'Italia per trasferirsi all'estero. Fanno le valigie, affittano un appartamento condiviso, si lamentano del cibo e del clima e aspettano il pacco da casa con il parmigiano per i momenti di sconforto («C'è solo un po' di nostalgia sulla pasta» canta Giorgio Poi nel suo inno per gli spatriati). Difficilmente tornano indietro: sanno che in Italia non avrebbero lo stesso stipendio né le stesse possibilità di crescita, che in certi casi rischierebbero di non averlo proprio un lavoro.
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La fuga della Gen Z
«L’Italia perde almeno 34.700 giovani ogni anno e 1,66 miliardi di PIL a causa dell'emigrazione». Lo dichiara l’Eurispes che ha svolto un'indagine su 22 paesi europei e scoperto che l'Italia ha una situazione molto particolare con un mercato del lavoro giovanile che porta a un calo demografico destinato a salire fino a 1,13 milioni di persone mancanti entro il 2050. Si tratta, tra l'altro, di giovani formati: si emigra spesso dopo l'università. Se nel 2019 i laureati rappresentavano il 38,7% degli emigrati, eravamo già al 50,9% nel 2023.
Secondo Eurispes, l’Italia è un caso unico: «appare come un paese con PIL da economia avanzata ma condizioni per i giovani da periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una condizione strutturale». L’analisi parla di 294.606 cittadini nella fascia 20-39 anni emigrati nel periodo 2019-2023, 120.884 rientri, con un saldo netto di 173.722 giovani che lasciano definitivamente il Paese, una media di circa 34.700 giovani-adulti l’anno che vanno soprattutto in Svizzera, ma anche in Austria e nel Regno Unito.
Perché i giovani se ne vanno?
L'Italia non è un paese per giovani, viene detto e ripetuto e i dati non possono che confermarlo di anno in anno. La Gen Z in Italia sembra contare poco (tanto che quando ha fatto la differenza nel voto all'ultimo referendum in molti si sono stupiti), non le viene dato spazio né possibilità di crescere ottenere indipendenza. I giovani si formano, ma poi solo il 67,6% degli under 35 trova un'occupazione entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio. In Europa la media è l’81%, in Germania siamo al 90%. Il tasso di occupazione dei neolaureati è oltre venti punti sotto i paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%) e l’Italia registra anche un 22% di NEET tra i 15-29 anni (ragazzi che non studiano non lavorano e non si formano): quasi tre volte la media dei Paesi nord-europei (8,7%). Che dire poi dei part-time involontari? Abbiamo la percentuale più alta dell’intero campione europeo (62,9%).
«Il paradosso italiano è tutto in questi numeri», spiega l'Eurispes, «Con un Pil pro capite di 30.594 euro, ben superiore ai 17.000 euro medi dei paesi dell’Est Europa, l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia». Verrebbe quasi da dire che è una scelta quella di non invertire la tendenza. Studi e ti laurei con una promessa che poi non viene mantenuta e, allora, te ne vai. Anche quando trovi lavoro, poi, spesso le retribuzioni sono troppo basse per costruire una vita adulta soddisfacente: pur avendo registrato una lieve crescita (+7% dal 2022), restano limitate nel confronto con gli altri Paesi.
Secondo l'Eurispes questo quadro riflette «una configurazione strutturale del sistema economico, occupazionale e istituzionale che si discosta in modo sistematico da tutti gli altri 21 paesi esaminati. Una anomalia che, se non affrontata, trascinerà con sé effetti cumulativi per i decenni a venire». Non è certo un quadro incoraggiante, specie se non si interviene in modo strutturale. «Le esperienze di altri Paesi indicano che risultati migliori si ottengono attraverso pacchetti di interventi coerenti e duraturi, più che con singole misure isolate», spiega il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, «Per l’Italia l’obiettivo realistico non è l’azzeramento dell’emigrazione ma la costruzione di condizioni che riducano la perdita netta e permettano una partecipazione attiva alla circolazione dei cervelli». Questo dovrebbe implicare mettere al centro le esigenze dei più giovani opponendosi alla narrazione che li vuole svogliati e disinteressati per concentrarsi su ciò che il Paese in cui sono nati gli nega.













