Dimenticate i video TikTok sulle dimissioni in diretta o i discorsi dei guru motivazionali sul "mollare tutto per trovare se stessi" lavorando in smart working da qualche spiaggia dispersa. Eppure, "Il vento sta cambiando" direbbe l'ex sindaco di Roma, Virginia Raggi. E se fino a poco fa il mantra era il quiet quitting (ovvero lavorare limitandosi a fare il proprio, con l'entusiasmo ai piedi), oggi la nuova tendenza è il job hugging. Letteralmente, stringersi forte al proprio posto di lavoro. Non perché sia scoppiato l'amore improvviso per i fogli Excel o per i meeting del lunedì mattina (sia chiaro), ma perché in un mondo che corre veloce (e costa carissimo), il badge aziendale è diventato il nostro miglior alleato. Ora sto per scrivere una dura verità (se non volete leggerla passate al paragrafo successivo). Abbiamo capito che la libertà ha un prezzo e che, a volte, quel prezzo purtroppo si paga restando esattamente dove siamo.



La psicologia della resistenza: cosa dicono i dati?

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Eh, bella domanda. Partiamo dal sottolineare come, anche in questo caso, l'intelligenza artificiale ha sicuramente messo in ognuno di noi ansie e insicurezze circa il nostro lavoro. Siamo davvero indispensabili o possiamo essere sostituiti da un momento all'altro? Secondo il Global Talent Barometer di Manpower Group, il job hugging è una tendenza radicata soprattutto in Italia. Quasi il 67% dei professionisti italiani pianifica infatti di restare con lo stesso datore di lavoro nei prossimi mesi mentre il 62% dei lavoratori continua comunque a controllare assiduamente le offerte di lavoro, restando alla finestra. E a pagarne le conseguenze, come al solito, siamo in particolar modo noi Millenial e Gen Z. Dopo anni e anni di studi, entrare nel mondo del lavoro sta risultando sempre più difficile. Ci sono poche assunzioni, l'asticella per l'età minima per andare in pensione si sta spostando sempre più in là (aiuto!), poche entrate date dal caro prezzi e molta più competizione (ormai anche un semplice colloquio di lavoro, se ci pensate, è diventato un talent!). Ecco perché tra i giovani il desiderio di cambiare persiste, ma viene congelato da una forza superiore. Per farvi un riassunto, come a scuola: abbiamo smesso di chiedere al lavoro di renderci felici. Ora gli chiediamo solo di garantirci la sopravvivenza (e non è cosa da poco, ve lo assicuro!).

Come si sopravvive al job hugging?

Ormai sono lontane le piramidi e le famose scalate per arrivare al successo. Ora si pensa al fiume, una crescita orizzontale (e non verticale). Le deviazioni, che fanno parte del percorso dell'acqua, diventano fondamentali per proseguire. È questo, almeno, il pensiero della dream wrangler (un Aladino della vita reale) Bridget Thoreson. Come si fa però a praticare il job hugging senza finire dritti nel burnout? Il segreto è... il distacco emotivo. Ebbene sì! Se prima cercavamo la nostra identità nel nostro biglietto da visita (rigorosamente stampato senza qr code), oggi stiamo imparando a separare chi siamo da quello che facciamo dalle 9 alle 18. Questo approccio permette di stabilire confini più sani. Facciamo il nostro dovere, ma smettiamo di investire eccessive energie mentali in drammi aziendali. Una coccola per noi stessi e (ne sono certo) anche per la produttività sul posto di lavoro. E voi, invece, come vi trovate sul posto di lavoro?