AI AI, verrebbe da dire. E no, non sono Carlo Conti pronto ad annunciare la discesa dalle scale del Teatro Ariston di Dargen D'Amico con il suo brano in gara al Festival di Sanremo 2026. Sono sempre io, pronto a raccontarvi dell'ennesima paura che l'AI (o meglio, intelligenza artificiale) sta provocando nelle nostre vite. Che sia un grosso aiuto, beh, pare ovvio. Eppure inconsciamente questa limitazione di libertà ci sta rendendo insoddisfatti. Un pozzo di conoscenza (da verificare più e più volte, diciamocelo) che si trova a scontrarsi con la mente umana. E se sul posto di lavoro mi lasciassero a casa per far spazio ad un cervello robotico? Ci avete mai pensato? Se la risposta è sì (e se ne siete letteralmente ossessionati al solo pensiero) beh, allora siete coinvolti da una disfunzione da sostituzione dell’AI (AI Replacement Dysfunction, AIRD), un disturbo psicologico legato alla percezione di minaccia della propria posizione lavorativa. Sintomi come tensione cronica, pensieri ossessivi sul futuro professionale, ansia, disagio e perdita di fiducia nelle proprie competenze portano proprio a questo. Non sorprende, quindi, che la nuova generazione di lavoratori viva il mondo del lavoro con un senso di precarietà psicologica (che si aggiunge inevitabilmente alla pressione già esistente dei ritmi produttivi moderni).
- Il "questionario sugli insegnanti di sinistra" che scuote le scuole italiane
- Femminismo finanziario: cos'è e come migliorare il tuo rapporto con il denaro
- Quando il ghosting non è solo in amore, ma anche sul lavoro
Cos’è la disfunzione da sostituzione dell’AI e come si manifesta?
Iscriviti al canale WhatsApp di Cosmopolitan Italia
La disfunzione da sostituzione dell’AI rappresenta una forma di ansia anticipatoria: i lavoratori temono costantemente che il loro ruolo possa essere rimpiazzato da macchine o software più intelligenti di noi (cara AI, ne devi mangiare di cereali sottomarca!). Secondo gli autori dello studio Stephanie N. McNamara e Joseph E. Thornton, l’AIRD non si manifesterà in modo identico per ogni persona, ma ruoterà attorno a un insieme di sintomi tipici, tra cui la perdita dell’identità professionale e della percezione di scopo nella propria attività lavorativa. Alcuni individui possono persino negare la rilevanza dell’IA, un meccanismo di difesa naturale di fronte alla minaccia percepita. I sintomi iniziali possono includere disturbi del sonno, stress cronico, ansia persistente, attacchi di panico ma non derivano da psicopatologie tradizionali. Come sottolineano McNamara e Thornton, il disagio è radicato «nella minaccia esistenziale dell’obsolescenza professionale, piuttosto che in disturbi clinici preesistenti». Questo fenomeno riguarda inevitabilmente diversi settori (da quelli manuali a quelli creativi, per intenderci) perché nessuna professione è completamente immune all’occhio vigile dell'AI. Un Grande Fratello del futuro, che potrebbe presto rivelarsi più un grande nemico.
L'inizio della paura e le strategie per superarla
Le origini di questa ansia risiedono in un mix di informazioni presenti sul web, spesso fake, e dell'evoluzione frenetica della nostra società. La velocità con cui l’AI evolve infatti alimenta l’incertezza. Oggi una mansione può essere sicura, domani automatizzata. Per affrontare la disfunzione da sostituzione dell’AI, è fondamentale agire su più livelli. In primis mantenersi costantemente curiosi e aggiornati con formazione continua delle competenze. La consapevolezza di poter collaborare con l’AI (anziché essere sostituiti da lei) aiuta a trasformare la paura in opportunità. E tra un ascolto di un podcast mindfulness, un corso di qualche guru sui social, una seduta di Yoga su Youtube e un confronto con gli amici, forse è arrivato il momento di chiedere proprio all'AI qualche consiglio su come tranquillizzarci. E tutto, forse, (ancora) trova un senso.






