Lunedì scorso, in un liceo di Pordenone, un professore si è trovato davanti a un volantino insolito e sorprendente: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda politica durante le lezioni? Descrivi uno dei casi più eclatanti». Nonostante il manifesto sia stato presto rimosso, la sua presenza ha subito provocato sconcerto tra gli studenti e gli insegnanti, dando il via a segnalazioni e discussioni sul web. Alcuni docenti hanno reagito con ironia (uno di loro si è persino "autosegnalato" come insegnante di sinistra, proprio per sottolineare l’assurdità della proposta). Il volantino faceva parte di un questionario online promosso da Azione Studentesca, movimento giovanile vicino a Gioventù Nazionale e Fratelli d’Italia. Gli studenti erano invitati a indicare se un docente facesse propaganda politica, in quale scuola e città, e se ciò influenzasse il clima dell’aula. Formalmente non si richiedevano nomi, ma le risposte aperte potevano comunque identificare gli insegnanti. L’obiettivo del volantino era presentato come semplice report nazionale. Un QR code da scansionare per rispondere a un questionario con alcune domande sulle strutture scolastiche, le gite e le condizioni generali della scuola.
L'autocensura e le reazioni nelle scuole
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La reazione dei docenti è stata immediata e diversificata. In molte scuole i manifesti sono stati rimossi da dirigenti o dagli insegnanti stessi. «Io sono un docente di Lettere e storia in un liceo», dice un professore in un video condiviso sui social. «Sono di sinistra, schedatemi. Questa non è una indagine imparziale sulla politicizzazione degli insegnanti. Probabilmente fa più paura l’antifascismo insegnato che il fascismo mai davvero disimparato. L’unico mezzo per opporci è la resistenza e metterci la propria faccia, un altro è condividere». Sindacati e associazioni hanno denunciato come la vicenda possa configurarsi come un tentativo di intimidazione e una forma di pressione ideologica, capace di generare autocensura tra gli insegnanti. La Flc Cgil, per esempio, ha scritto direttamente al ministero per sollecitare interventi, mentre l’Anpi ha definito l’iniziativa un «attacco frontale alla libertà d’insegnamento, all’autonomia didattica e al pluralismo delle idee». La senatrice Pd Simona Malpezzi ha aggiunto: «Mi colpisce il silenzio del ministro dell’Istruzione Valditara, che ha la responsabilità di proteggere l’autonomia della scuola e di garantire che nessun docente venga messo sotto pressione». Anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, è intervenuta chiedendo parole chiare al governo: “Le liste di proscrizione non si adattano bene a una democrazia liberale come la nostra ma solo ai regimi. È una iniziativa di un gruppo universitario vicino a Fdi: chiedo a Meloni di far ritirare questa iniziativa».
Il questionario e la polemica nazionale
La vicenda non è rimasta confinata nelle aule. Secondo quanto dichiarato dalla sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti, il ministero ha avviato accertamenti: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo. Non si tratterebbe di una schedatura o di liste di proscrizione, stante l’anonimato, ma di una iniziativa simile ad altre e riconducibili a sensibilità e posizioni politiche diverse. La scuola deve rimanere un luogo di confronto libero, pluralista e rispettoso». Dall’altra parte, la reazione politica è stata immediata e divisa. Secondo Riccardo Ponzio, presidente di Azione Studentesca, l’iniziativa non mirava a creare liste di proscrizione, ma a verificare se fosse rispettato il confine tra didattica e militanza politica. La scuola è diventata un Grande Fratello 2.0 (nonostante il divieto dei telefoni nelle aule?). Chissà.











