Yasin Mirzaei aveva 31 anni, si era trasferito in Italia per studiare Scienze geofisiche all'Università di Messina. Poi, due mesi fa, era rientrato in Iran, a Kermanshah, la sua città, a circa 500 km da Teheran. Doveva trascorrere un periodo di vacanza con la famiglia. L'8 gennaio Yasin è stato ucciso a Dareh Deraz, gli hanno sparato durante una manifestazione contro il regime. Mirzaei era uno dei tanti ragazzi iraniani che studiano nel nostro Paese. Sono circa 13.000: è la comunità straniera più numerosa nelle università italiane.

Molti di loro oggi si trovano completamente isolati dai loro cari dopo il blocco di internet imposto dal governo per limitare le manifestazioni scoppiate alla fine di dicembre, che sono state represse con estrema violenza causando migliaia di vittime. «Da giorni ormai il governo iraniano ha bloccato tutte le comunicazioni, non solo all’interno del Paese per impedire la manifestazione ma anche dall'esterno», ha raccontato a Piazza Pulita un ragazzo iraniano, anche lui studente dell'Università di Messina, che da tre anni vive in Italia, «Dopo undici giorni mia madre è riuscita a chiamarmi per due minuti. Era sotto shock e io non sapevo cosa dire perché le chiamate sono intercettate. Non so nulla dei miei compagni di università. Sappiamo solo che questa volta la repressione è senza precedenti». Continuare a studiare, mentre non si conosce il destino dei propri familiari e amici, diventa ogni giorno più difficile.



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Gli studenti iraniani in Italia

Il numero degli universitari iraniani è aumentato molto fin dal 2018, passando da circa 3000 studenti a oltre 13.000 nell’anno accademico 2023/2024. Si tratta di un aumento più rapido rispetto agli altri Paesi ed dovuto a diversi fattori. Come spiega Il Post, in parte è una questione di passaparola, in parte l'aumento è legato al lavoro dell'ambasciata italiana a Teheran, ai bandi del ministero e alle borse di studio per stranieri in Italia, ma è anche dovuto alla situazione politica dell'Iran. Il regime teocratico nel Paese, infatti, limita notevolmente i diritti e agisce violentemente per reprimere il dissenso. Ne abbiamo avuto prova in questo ultimo periodo, ma anche nel 2022 durante le manifestazioni scoppiate in seguito alla morte di Mahsa Amini, ventiduenne morta dopo essere stata arrestata per non aver indossato correttamente l'hijab. Il Paese, inoltre, è in grave crisi economica, cosa che spinge molti giovani a spostarsi all'estero.

«Noi siamo un ateneo di oltre 38.000 studenti e abbiamo 317 studenti iraniani, quasi uno su 100, di cui 165 immatricolati al primo anno», spiega a Cosmopolitan, il professor Andrea Mangiatordi, delegato ai servizi per gli studenti dell'Università degli Studi Milano-Bicocca, «Sono concentrati in alcuni corsi di laurea in particolare che offrono il piano di studio in inglese. Ne abbiamo ben 66 sono a Medicine & Surgery, il nostro corso di Medicina in inglese, 47 ad Artificial Intelligence for Science and Technology, 41 in Applied Experimental Psychological Sciences e 41 a Data Science». Nell'ateneo milanese gli studenti iraniani sono la seconda popolazione straniera dopo i pakistani, hanno un visto studentesco e spesso hanno fatto domanda per una borsa di studio. «Tre quarti di loro hanno accesso a una borsa di studio», spiega Mangiatordi, «Sono 231 quelli che hanno almeno una borsa di studio parziale, ma la maggior parte hanno una borsa di studio piena. Alcuni hanno anche delle agevolazioni per qualche tipo di disabilità».

Le richieste di aiuto

Nelle ultime settimane gli studenti iraniani della Bicocca hanno chiesto all'Università di prendere posizione e di sostenerli. «Ci hanno chiesto con una lettera di prendere posizione e fare qualcosa di pratico per loro», ha spiegato il professore, «così, oltre ad esprimere la nostra piena solidarietà, abbiamo invitato i colleghi a usare tutte le misure di flessibilità possibili e abbiamo contattato gli studenti fornendo le informazioni necessarie sui servizi a cui possono accedere e rivolgersi». Molti ragazzi, infatti, si trovano in forte difficoltà. «Abbiamo avuto un picco di richieste di supporto nel gestire il percorso universitario per via della situazioni di enorme ansia in cui si trovano queste persone che sono state per diverse settimane isolate dalle loro famiglie d'origine», aggiunge Mangiatordi, «Questo vuol dire non riuscire a fare una videochiamata, ma anche non riuscire a sapere se i propri cari sono ancora in vita».

Gli studenti hanno fatto richiesta di supporto psicologico: il timore è quello di non riuscire a dare gli esami in questo momento. «La preoccupazione di questi ragazzi è legata alle borse di studio e alla conseguente possibilità di avere una residenza universitaria a prezzi calmierati. Il rischio che queste persone vedono, nel momento in cui si bloccano con lo studio e sentono di non potercela fare, è di non riuscire a rispettare i requisiti nazionali delle borse di studio. Ci scrivono disperati dicendo "Non mandatemi per strada"». Come spiega il delegato ai servizi per gli studenti, l'Università di Milano-Bicocca si è attivata tramite i propri servizi di counseling psicologico, ma anche tramite proroghe, sistemazioni temporanee nelle residenze e maggiore attenzione e solidarietà. «Abbiamo invitato i nostri colleghi ad usare tutte le misure di flessibilità possibili entro i margini consentiti dai nostri regolamenti, che si tratti di gestire diversamente le tempistiche d’esame o di fornire servizi di tutoraggio. È stata una presa di posizione dell'Ateneo per continuare a mantenerci accoglienti», ha spiegato Mangiatordi. Il futuro, però, rimane incerto. Ci sono ragazzi tornati in Iran che non riescono a rientrare all'Università, mentre per la maggior parte degli studenti iraniani in Italia è impossibile tornare nel proprio Paese. Allo stesso tempo sorgono problemi di visti, borse di studio in scadenza, conti bancari bloccati e incertezze anche per le nuove iscrizioni.