Arriva un momento in cui ti rendi conto che passerai il resto della vita a lavorare, per la maggior parte del tuo tempo. Qualcuno, quando lo capisce, si filma su TikTok mentre piange disperatamente e dice ai propri follower che non è vita, che non è possibile andare avanti vivendo solo la sera e nei weekend, come fanno le altre persone? Chi l'ha deciso che le cose dovevano andare così?

Forse le vecchie generazioni si facevano meno domande o, in molti casi, sapevano di non avere semplicemente alternative. Forse negli anni passati il lavoro si mostrava più apertamente per quello che era e manteneva le promesse: guadagnare, migliorare la propria condizione di vita, permettersi di stare meglio. Oggi è più difficile capire di cosa parliamo quando parliamo di lavoro: uno stage infinito? Un tirocinio? Un impiego scintillante sulla carta e precario nei fatti, che ci rende continuamente ricattabili? Un progetto personale che coltiviamo la sera e nel weekend, sognando e al contempo temendo che diventi fonte di reddito? Anche rispondere alla domanda «Che lavoro fai?» è diventato difficile. Prima c'era il posto fisso e un lavoro che finiva per combaciare con la propria identità, ora il lavoro si è frantumato assieme al potere d'acquisto e ha reso impossibile legare alla propria professione un certo senso di sé o anche solo una speranza di stabilità. Secondo la Gen Z, l'unica soluzione è il minimalismo lavorativo.



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Foto di Nilotpal Maity su Unsplash

Diventare minimalisti sul lavoro

Il minimalismo lavorativo si sta facendo spazio: si parla da anni di quiet quitting e di lavoro flessibile, di dimissioni e di giovani sempre più inclini a dire di no a determinate offerte senza voltarsi indietro. Secondo un recente sondaggio di Glassdoor, il sito web di recensioni sui posti di lavoro, il 68% dei lavoratori della Generazione Z non ha intenzione di intraprendere una carriera manageriale a meno di non ricevere una retribuzione che compensi le maggiori responsabilità. È prima di tutto una questione di mindset: il lavoro non è più un obiettivo di per sé, ma un obbligo con cui provare a fare i conti tirando la corda del capitalismo il più possibile, a proprio vantaggio.

Secondo Janel Abrahami, Career Pivot Strategist di Glassdoor, il "career minimalism" delle nuove generazioni «potrebbe significare accettare una riduzione dello stipendio in cambio di più tempo libero, accettare un titolo inferiore per un ruolo più creativo o passare a un settore che considerano più stabile». «Poiché il 70% della Generazione Z mette in dubbio la propria sicurezza lavorativa con l'avanzare dell'intelligenza artificiale sul posto di lavoro», spiega, «molti si stanno orientando proattivamente verso settori come l'artigianato specializzato, la sanità e l'istruzione». Si cerca di rimanere a galla con un lavoro che possa esistere ancora tra cinque anni, ma a cui smettere di pensare quando si stacca. E poi dev'essere un lavoro flessibile.

Secondo una ricerca del World Economic Forum, il 73% dei dipendenti della Generazione Z desidera alternative di lavoro flessibili e permanenti e non si limita a chiedere, le pretende trasformando la possibilità di dire no, anche a fronte di un mercato del lavoro complesso e poco promettente, in un atto di ribellione. Secondo uno studio di LinkedIn, il 72% dei lavoratori della Generazione Z ha preso in considerazione l'idea di lasciare un lavoro a causa di politiche aziendali poco flessibili e in base a un recente rapporto dell'Oliver Wyman Forum le organizzazioni che offrono accordi di lavoro flessibili registrano tassi di fidelizzazione dei dipendenti della Generazione Z più elevati del 78% .

Il lavoro è uno scambio, non più una forma di affermazione di sé: si baratta il tempo limitato delle proprie giornate in cambio di denaro, nulla di più. Per la Generazione Z il lavoro è strumentale, poi c'è la vita, l'unico obiettivo che vale la pena perseguire è il giusto bilanciamento.

Il mercato del lavoro ha deluso i più giovani

Il career minimalism nasce quindi da una domanda di fondo: perché affannarsi tanto se guadagni, successo o anche solo un contratto onesto e una vita decente sono ormai variabili del tutto fuori dal proprio controllo? «Quando ho parlato con i giovani all'inizio di quest'anno di cosa li renderebbe felici, quelli con un impiego a tempo pieno desideravano ardentemente la libertà, in particolare il tipo di libertà che sperimentavano all'Università, quando avevano lo spazio per decidere come volevano veramente trascorrere il loro tempo», scrive Halima Jibril redattrice culturale di Dazed. Forse quello che spinge a gettare la spugna è la sensazione di sentirsi inseriti in un sistema truccato in partenza, impossibile da controllare tramite dedizione, impegno e sacrifici. «È anche importante notare che i parametri della "bella vita" sono cambiati nell'era dei social media, dove ci troviamo di fronte 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a influencer sempre in vacanza, che vivono in case grandi e indossano abiti invidiabili», osserva Jibril, «Non ci si può permettere il loro stile di vita con un tradizionale lavoro dalle nove alle cinque, e questo fa dubitare dell'utilità di averne uno quando si potrebbe semplicemente diventare un content creator».

Si cercano alternative e, nel mentre, si sposta l'attenzione, si rivalutano le proporzioni assegnando alla propria carriera una misura diversa, più limitata e umana. Il minimalismo lavorativo passa anche attraverso questo: togliere tempo ed energie al lavoro, ridurle al minimo, renderlo meno centrale anche solo a livello di pensieri, conversazioni, tempo e importanza che gli attribuiamo.