«Di meme ne trovo pochissimi», mi dice Francesca Padovan parlando della pagina Instagram del suo podcast, Si muore una volta sola, tra i finalisti agli Italian Podcast Awards 2025 e vincitore del Premio LaPodstar 2025, il primo riconoscimento italiano dedicato ai podcast ideati e condotti da donne con impatto sociale e culturale. È un podcast che parla di quello di cui nessuno vuole parlare: ovvero, della morte. «Cerco di unire l'ironia allo spirito contemporaneo usando meme o termini accessibili, perché, se si parla di morte, lo si fa sempre in modo molto serio o sensazionalistico o drammatico.».

Su Instagram, fatta eccezione per qualche post motivazionale, del tema si parla poco. Quando è uscito il film di Cime Tempestose, però, le ragazze si facevano fotografare davanti al poster sovrapponendo il proprio viso a quello di Margot Robbie baciata da Jacob Elordi. Guardando il film, ho capito che l’immagine scelta per la locandina era tratta dal momento in cui Heathcliff (Elordi) stringe la sua amata Cathy (Robbie), che ormai è morta. Chissà se le ragazze nel mio feed se n’erano accorte. Non è che la morte non ci sia, quindi, nell'universo mediatico: durante la premiere del film, Robbie ha persino indossato la replica di un braccialetto da lutto appartenuto 175 anni fa a Charlotte Brontë e realizzato con i capelli intrecciati delle sue due sorelle morte, consolidando tra l’altro l’attuale interesse per lo stile vittoriano. Infine, sempre nello stesso periodo, è uscito il video del nuovo singolo di Lana Del Rey in cui la cantautrice ricrea il momento del suicidio di Sylvia Plath (dell’ossessione per le giovani ragazze morte ne parlavamo qui con Sara De Simone). La morte può diventare trend, romanticizzazione, estetica, racconto sensazionalistico, titolo clickbait, pornografia del dolore, true crime. Non è mai, però, qualcosa di cui si può davvero parlare.

«L'avanzare della medicina ha contribuito al tabù», mi spiega Padovan, «Se ci fosse qua la mia bisnonna, per esempio, credo che parlerebbe molto tranquillamente della morte, perché le persone morivano in casa. L'aver spostato i malati dentro un ospedale allontana fisicamente la vista di un corpo morto che per noi oggi è impressionante, in realtà fino a due generazioni fa era normalissimo. E poi c'è una una questione temporale: viviamo di più, la morte ci sembra qualcosa di lontano». In questo modo, però, tutto quello che riguarda la fine della vita o la perdita di una persona rimane un mondo sommerso e indicibile a cui ci approcciamo con estrema difficoltà solo quando è necessario e, per il resto, genera imbarazzo, disagio, repulsione, totale incapacità di gestire ciò che si prova. Anche per questo Francesca Padovan ha deciso di organizzare dei Death Café, legandosi a un movimento nato a Londra. Sono degli incontri in cui provare a scalfire il tabù: è possibile parlare di morte e lutto al bar, mentre si beve un aperitivo o si mangiano biscotti?



«Penso che l'avanzare della medicina abbia contribuito al tabù», mi spiega Padovan, «Se ci fosse qua la mia bisnonna, per esempio, credo che parlerebbe molto tranquillamente della morte, perché le persone morivano in casa. L'aver spostato i malati dentro un ospedale allontana fisicamente la vista di un corpo morto che per noi oggi è impressionante, in realtà fino a due generazioni fa era normalissimo. E poi c'è una una questione temporale: viviamo di più, la morte ci sembra qualcosa di lontano». In questo modo, però, tutto quello che riguarda la fine della vita o la perdita di una persona rimane un mondo sommerso e indicibile a cui ci approcciamo con estrema difficoltà solo quando è necessario e, per il resto, genera imbarazzo, disagio, repulsione, totale incapacità di gestire ciò che si prova. Anche per questo Francesca Padovan ha deciso di organizzare dei Death Café, legandosi a un movimento nato a Londra. Sono degli incontri in cui provare a scalfire il tabù: è possibile parlare di morte e lutto al bar, mentre si beve un aperitivo o si mangiano biscotti?


Com’è nata l’idea dei Death Cafè?

«Grazie al podcast si è creata una piccola community, così ho pensato che sarebbe stato carino cominciare a fare anche degli eventi in presenza. I Death Café non me li sono inventata io: l'idea è di un sociologo e antropologo svizzero, Bernard Crettaz, che ha organizzato il primo “cafè mortel” nel 2004. Poi nel 2011 Jon Underwood, un web developer che doveva aver avuto un lutto da poco, ha iniziato a organizzare una serie di Death Café a Londra e ha creato un sito web in modo che chiunque potesse organizzarne altri in giro per il mondo, seguendo alcune regole. Io ho partecipato a un Death Cafè a Torino per capire se fosse fattibile e poi mi sono lanciata, insieme a Sofia Corradin che si occupa di divulgazione scientifica e cura la newsletter Appuntamento con la morte. Lei parla di morte a livello scientifico io più a livello emotivo e di vita vissuta».

Quali sono queste regole?

«Intanto dev’essere gratuito e va specificato che non si tratta di un gruppo di supporto al lutto. Poi non bisogna essere meno di due né più di venti. Il nostro minimo è stato 8 persone (quel giorno c’era un diluvio però!) e il nostro massimo una quindicina. È importante creare un dialogo alla pari, non dovrebbe esserci una persona che insegna agli altri, non è una conferenza. Per questo l’atmosfera dev’essere conviviale, seduti a un tavolo mentre si mangia».

Bisogna mangiare?

«L’idea è che ci sia del cibo, sì. Un caffè, una torta: l'obiettivo sarebbe proprio parlare di morte attorno a una situazione molto conviviale per normalizzare al massimo questo tema. Nei primi tre incontri a Padova abbiamo fatto un aperitivo in una libreria che è anche bar. La gente entrava, prendeva da bere, da mangiare. Era carino perché anche i tavoli vicini ascoltavano e qualcuno si aggiungeva alla discussione».

Che temi si trattano di solito?

«Io e Sofia facciamo una cosa che sarebbe un po' contraria alle regole, perché spesso invitiamo un ospite. Lo facciamo perché parlare di morte in generale è talmente vasto che potresti parlare di qualsiasi cosa. In questo modo ci concentriamo su un tema specifico. Ad esempio abbiamo avuto due psicoterapeuti per parlare di benessere psicologico ed elaborazione del lutto ma anche la presidente di So.Crem Padova Società Padovana per la Cremazione. Poi c’è stata un’edizione un po’ pazza per cui adesso riderai: abbiamo invitato un tassidermista».

Oddio, sai che non so nemmeno cosa sia?

«È un professionista che si occupa di tassidermia per i musei: in pratica prepara e conserva gli animali che poi vedi esposti. È un lavoro molto specifico, che richiede competenze tecniche e segue procedure piuttosto complesse. Ma perché c'entrava con il nostro Death Café? Perché lui a un certo punto ha iniziato a ricevere delle richieste da clienti privati che gli chiedevano di fare la stessa cosa con gli animali domestici. Solo che un conto è ricreare degli animali per un museo, ben diverso è lavorare quando ci sono di mezzo le emozioni del lutto per la perdita del proprio animale».

Ma chi partecipa di solito a questi eventi?

«Le persone sono molto varie. C’è chi magari ha avuto esperienze di lutto in passato, chi ha semplicemente curiosità, chi magari si occupa di questi temi per lavoro, come medici, medici legali, palliativisti, infermiere, ma anche psicologi, operatori spirituali, insegnanti di yoga. Di solito sono più donne che uomini».

Questo è molto interessante. Come mai secondo te?

«Perché le donne fanno più lavori di cura. All'interno della casa spesso sono coloro che si prendono cura delle persone malate o anziane, ma anche a livello lavorativo le infermiere, le OSS, chi accompagna alla fine, sono soprattutto donne».

E come età? Ci sono persone giovani?

«Sì, molte persone di 20-23 anni, soprattutto quando si parla di benessere psicologico. Sono generazioni che sono abituate alla terapia, parlano tranquillamente delle loro emozioni e quindi c’è la volontà di trattare un tema che altrimenti resta tabù. Spesso sono persone che non hanno nemmeno mai vissuto un lutto, ma sono ugualmente interessate. Magari parlano del fatto che non sanno come comportarsi con degli amici che hanno perso qualcuno: "Ma io cosa dovrei dire a questo mio amico?", chiedono, “Mi sembra che ci sia dell'imbarazzo e non riesco a supportarlo”, dicono, “Mi dispiace perché abbiamo smesso di vederci”».

Quindi cosa li spinge a venire a un vostro evento?

«Secondo me, soprattutto la curiosità: i più giovani si fanno pochissimi problemi, vedono il post e dicono, “La morte? Boh, figo!" e arrivano. Sono molto aperti, molto easy. E poi c’è un po’ il trend di uscire non solo per prendere l'aperitivo e chiacchierare, ma per fare qualcosa. Pensa a tutti i vari creative café: è anche un modo per incontrare persone nuove e uscire dal mondo digitale».

Com’è il mood di solito?

«Molto tranquillo. Cominciamo a prenderci un caffè o un aperitivo e poi iniziamo, magari con delle domande di ice breaking. È importante il ruolo di chi modera perché, appunto, non è un gruppo di supporto al lutto, non è un incontro in cui portare certe emozioni, magari molto recenti e forti, che vanno invece trattate in terapia. I discorsi che emergono sono vari: c’è chi fa molte domande sui dettagli tecnici (di solito le persone più anziane) sulla cremazione, su cosa lasciare scritto al marito. In generale, dato che non se ne parla mai, la gente ha talmente tanto da dire che in poco tempo si apre un fiume».

Emergono discorsi anche pesanti?

«Ci possono essere dei momenti dove il dolore emerge, anche se noi cerchiamo di tenere un tono leggero. Ad esempio l’ultima volta abbiamo iniziato chiedendo a tutti “Quand’è stata l’ultima volta che hai pensato alla morte?” e una signora ha raccontato di avere una malattia terminale, allora si è creato silenzio intorno e tutti l'abbiamo ascoltata. Io mi sono chiesta "E adesso? Come ci risolleviamo da questa situazione così intensa?”, ma subito dopo una ragazza ha detto “La mia è una storia molto meno seria di quella della signora. Mi scusi, però l'ultima volta che ho pensato alla morte è stata stamattina che mi è morta la pianta del basilico”. E a quel punto hanno riso tutti, anche la signora».

Sul tuo profilo tu parli di “Death education”, che cosa significa?

«È un approccio educativo: educare a riflettere sulla morte, parlarne oltre i tabù. Siamo talmente lontani che “educazione alla morte” in italiano suona malissimo. Sulla falsa riga dell'educazione sessuale e dell'educazione emotiva, è un tipo di educazione che bisognerebbe fare nelle scuole, fin da piccoli, per evitare che di fronte a questo argomento ci troviamo del tutto impreparati a comunicare e a gestire le emozioni. Solo che in Italia ad oggi è molto difficile».