Ho fatto un’orecchia sulla pagina di questa poesia di Alessandra Carnaroli:
«bisogna pensare
ad un’auto nel canale
una sera di maggio
quando ancora fa fresco
la gente non va a passeggio. si trova l’auto solo l’indomani o un corpo che galleggia nella felpa»
Fa parte della raccolta 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti (Einaudi). Si parla di fantasie sulla propria distruzione e di oggetti con cui ci si può fare del male. Non sono poesie che fanno sentire tranquilli, arrivano come coltelli accorciando sorprendentemente la distanza con la violenza che siamo abituati, ogni giorno, a lasciar scorrere sullo sfondo. Anche in Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane (sempre Einaudi) ci sono molte orecchie e sottolineature:
«Ossi di pesca Queste famiglie Dove ci si accoltella Come frutta fresca»
Mi ricorda una filastrocca di quelle che ripetevamo da bambine come incantesimi, ma l’innocenza, nei versi di Carnaroli, si spezza sempre in frantumi affilatissimi. In una vecchia intervista ha definito le sue poesie «preghiere laiche» come in «Ave Giulia/ Avvelenata / Col topicida/ E poi uccisa/ A fine gravidanza» o in «Ave Sanah/ Interrata / Come un bulbo / Dai parenti». Quest’ultima prosegue così: «Col bel tempo /È spuntato /Un osso /Al posto / Della pianta». «Ho sempre avuto una tendenza un po’ splatter» mi dice (perché in lei convivono benissimo dolore e ironia), mentre mi racconta che scriveva poesie fin da piccola. Ha ritrovato dei vecchi quaderni e ce n’è una (quella un po’ splatter, appunto) su Gesù crocifisso: «Dovevo essere in una sorta di crisi mistica, credo che avessi appena dovuto fare la prima comunione».
- Quando le ragazze scrivono poesie
- Le donne della poesia secondo Carolina Capria
- Non ricordiamo Sylvia Plath a partire dalla fine
Carnaroli, classe 1979, ha pubblicato svariate raccolte di poesie, ma potreste conoscerla anche per la sua pagina Instagram dove regolarmente tiene traccia dei fatti di attualità organizzandoli in versi. Non è che faccia meno male vedere la violenza della società contemporanea scritta così, nero su bianco con molti a capo (e poi poterla condividere online), ma c’è qualcosa di liberatorio nel dire l’indicibile e dirlo con le parole che lei sa scegliere così accuratamente. «Devo fare questa confessione», ammette, «Io faccio una grande fatica a leggere poesia». Mi spiega che è il contesto elitario e l’approccio scolastico alla poesia che rischia di renderla distante, e questo passa anche per la scelta dei temi. «Non trovo spesso una corrispondenza rispetto a quello che ci accade intorno. Se un testo resta confinato ad un sé che parla per sé faccio molta fatica a leggerlo», dice. Per lei, la poesia ha un valore primariamente politico, femminista e comunitario: è una pratica di denuncia delle narrazioni violente e stereotipate dei media e in quanto tale deve necessariamente circolare tra la gente. «La cosa che mi fa più felice è quando mi mandano foto delle manifestazioni con dei cartelli che riportano le mie poesie», osserva, «perché il loro posto è nelle piazze, in mezzo alla lotta, in mezzo alle donne che stanno lottando per i propri diritti».
Nelle tue raccolte di poesie hai parlato di tantissimi temi: la gravidanza, la maternità, i pensieri suicidi, i traumi dell’infanzia, i femminicidi. Come si è evoluto il tuo approccio?
«Il primo libro, Taglio intimo, del 2001, era centrato assolutamente su me stessa, era una sorta di viaggio attraverso le ferite e i buchi del mio corpo. Poi, piano piano, c'è stata un'evoluzione e il fatto di aver scelto - e sottolineo scelto - di avere tre figlie penso abbia cambiato il mio punto di vista. È come se mi fossi decentrata rispetto alla mia posizione e avessi cercato di avvicinarmi allo sguardo dell'altro. Non mi piace molto la dicitura “mettermi nei panni degli altri” perché sembra quasi una sorta di invasione, togliere all'altro lo spazio per potersi esprimere. È un movimento diverso, uno stare all'incrocio degli eventi, mettersi in posizione di ascolto, come una sorta di corpo-setaccio dove passano attraverso le storie quotidiane, cronache di violenze, di abusi, di soprusi, storie che arrivano troppo spesso dai margini, perché è lì che le forme di oppressione di un sistema assolutamente capitalista e patriarcale vanno a spingere le persone ritenute non conformi».
È così che hai iniziato a raccontare l’attualità?
«Ho provato a raccontare delle storie, sapendo benissimo che parto da una situazione di privilegio, ad esempio rispetto a una donna razzializzata, una donna lesbica, una persona trans. Ho cercato di pormi a disposizione delle storie che non trovavano spazio e voce. Attraverso la poesia posso raccontare eventi che normalmente vengono proprio dimenticati, penso per esempio ai femminicidi di sex worker oppure di persone trans che magari non compaiono nemmeno in un trafiletto. Cerco di trasformare queste notizie, andando a svelare quelli che sono gli stereotipi sessisti che ancora oggi, purtroppo, troppi giornalisti giornaliste continuano a portare avanti. Per me è innanzitutto è un grande onore e una forma di grande impegno. Questo approccio è iniziato nel 2011, quando ho pubblicato Femminimondo».
È una raccolta di poesie in cui parli di violenza di genere, che poi è un tema di cui continui a scrivere.
«Prima di allora non me ne ero mai occupata, ma è stato lì che ho iniziato con quella modalità che poi è rimasta con me in tutti questi anni, cioè partire dagli articoli di giornale. La violenza di genere probabilmente era una ferita che mi portavo dentro, credo che sia una ferita comune purtroppo a quasi tutte le donne. Anche se non si ha vissuto la violenza in prima persona, c'è sicuramente un'amica, una sorella, una madre, una nonna a cui è successo. La violenza fa parte dell'essere nate e socializzate come donne.
Ho cominciato a formarmi in questo senso, a leggere, a studiare, a partecipare a dei corsi di formazione e da lì è nata la mia presa di posizione femminista rispetto, non solo alla violenza di genere, ma a tutte le altre forme di oppressione, che poi nascono dallo stesso tipo di potere».
Com’è oggi la tua routine di scrittura?
«C’è una differenza tra le poesie che potrebbero finire in un ipotetico libro e quelle che pubblico online. Quella sui social è una pratica quotidiana, una condivisione. C’è l'idea della gratuità, una poesia che perde qualsiasi diritto d'autore secondo me ha un valore aggiunto. Le penso come poesie di piazza, poesie di lotta ed è una pratica che mi autoimpongo di fronte al tantissimo materiale che si trova sui giornali ogni giorno. Quello che mi interessa è come vengono raccontate certe storie, gli stereotipi sessisti, la vittimizzazione secondaria, la romanticizzazione della violenza. Pensiamo all’ultimo femminicidio di oggi (Valentina Sarto, nda) scrivono “Lui le voleva parlarle, ma lei ha rifiutato”. Sembra che se lei avesse fatto uno sforzo accettando un chiarimento, a quest'ora sarebbe viva. Sono narrazioni a cui non si fa caso, ma che non sono neutrali».
Che cosa vuol dire restituire questa attualità sotto forma di poesia?
«La poesia mi dà la possibilità di esprimermi attraverso delle immagini molto brevi, di riportare l'istantaneità, quasi di fare una fotografia rispetto a quello che è successo. Allo stesso tempo, però, è anche un modo per raccontare parti della mia stessa vita. È difficile da spiegare, è come se ci fossero due vasi comunicanti: il fatto oggettivo, e ciò che fa risuonare dentro di me perché magari va a scrostare quelle ferite che, come dicevo prima, tutte noi abbiamo.
La parola passa da un vaso all'altro, dalla cronaca al vissuto personale e le due parti si mescolano, il personale diventa politico. Cerco di trovare un'immagine che possa risuonare in me, ma anche in chi legge quella poesia, proprio perché certi tasti dolenti li condividiamo».
Che emozioni entrano in gioco, di solito, quando trasponi in poesia ciò che accade nei fatti di cronaca?
«La prima emozione che provo quando leggo un fatto di cronaca, come potrebbe essere un femminicidio, è il dolore, e poi subito una gran rabbia. Sappiamo benissimo che questi sono omicidi sistemici e non raptus di follia. Essendoci delle modalità note di escalation della violenza, potrebbero essere evitati attraverso una prevenzione effettiva, che non riguarda solo il sistema repressivo, ma soprattutto il sistema educativo.
La poesia mi dà la possibilità di guardare bene questo abisso di violenza e poi, attraverso le parole, prenderne le distanze. Questo ha un effetto quasi catartico. Nelle mie poesie ho trattato tanti temi, tanti abissi dove si porta all'estremo la possibilità di essere umani. Sento quasi il bisogno di andare a scandagliare quel confine, dove la violenza arriva a un punto tale che non sappiamo più se siamo umani oppure no. Allora la parola ti dà una modalità per trovare un contorno a quella violenza, per poterla nominare e costruire mondi laddove c'era solo l'abisso. In questo modo le parole possono diventare anche educazione, prevenzione e lotta politica».
Anche chi legge ritrova questo effetto catartico?
«Me lo chiedo sempre. Una domanda fondamentale per me è: "Alessandra Carnaroli è una sorta di sciacallo di fronte a questi casi di violenza efferatissima?". D'altra parte, molte persone che hanno letto i miei libri mi dicono "Sai Alessandra, tu hai usato proprio quelle parole che io non ho potuto dire. Stai raccontando la violenza per quello che è e, nel farlo, sei riuscita a dare anche a me le parole”.
Mi è successo anche con 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti, dove si parla di tentativi di suicidio, un tema assolutamente tabù. Tanti ragazzi e ragazze dai 20 ai 25 anni, mi hanno scritto dicendomi che avevo trovato le parole per raccontare quello che molti di loro avevano avuto in testa, almeno una volta nella vita. È un modo per gettare luce là dove c'è solo il buio, dare una forma al caos. È nel non detto, che nascono i veri mostri. In questo senso anche utilizzare l’ironia aiuta, anche se è un riso amarissimo e non tutti lo capiscono. È come se si dicesse "Ok, però c'è ancora vita, siamo arrivati proprio sull'abisso, ma ce l'abbiamo fatta a tirarci indietro"».
Ma che differenza c’è tra raccontare certi avvenimenti in prosa o farlo in poesia?
«Mi dicono spesso “Carnaroli non scrive poesie, Carnaroli va a capo” (ride, nda). Potrebbe anche essere vero, ma io credo che la distinzione più grande stia nel ritmo, la poesia ha una musica sua. Io, per esempio, quando scrivo non posso stare ferma e credo che questo dondolio continuo sia proprio il ritmo della mia poesia. Diventa una sorta di ninna nanna, però terrificante. “A chi darò a questa bambina? La darò a un orco”: c'è poco da addormentarsi sereni.
E poi credo anche che la poesia, rispetto a un testo di prosa, abbia questa capacità velocissima e violentissima di aprire delle finestre in continuazione. Ogni verso, una finestra che si apre sull'altra, sull'altra, sull'altra finché non si arriva su quell'abisso che dicevamo prima».
E invece che cosa rende la poesia un atto politico?
«La condivisione. Se non c'è la condivisione resta solo il personale, che è importante però l'atto politico arriva con la condivisione».













