«Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta», scriveva, pochi giorni prima di morire, Sylvia Plath, «Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna». «In momenti come questi», aggiungeva, «sarei una stupida a chiedere di più». Negli ultimi mesi si è parlato più del solito della poetessa e scrittrice idolatrata da generazioni di ragazze, dai tempi di Tumblr a quelli di TikTok. Lana Del Rey - che in quanto cantrice del culto delle sad girl ha spesso inserito nella sua musica riferimenti all’autrice morta suicida a trent’anni - ha pubblicato qualche settimana fa il video del suo nuovo singolo "White Feather Hawk Tail Deer" in cui, ad un certo punto, mette la testa nel forno, apparentemente ricreando proprio la morte di Plath. Poi è arrivata la notizia che Billie Eilish, anche lei piuttosto legata nei suoi testi a temi come la malattia mentale e il languore esistenziale, farà probabilmente il suo debutto al cinema nell’adattamento de La campana di vetro, l’unico romanzo di Sylvia Plath.

Da ultimo, ma non meno collegato, lo scorso novembre la scrittrice e poeta Maggie Nelson ha pubblicato un breve volume intitolato The Slicks: On Sylvia Plath and Taylor Swift, molto apprezzato e condiviso online dalle appassionate di entrambe le artiste. Nelson le paragona per contrasti (la vita da un lato, la morte dall’altro, la tristezza da un lato e la gioia dall’altro, il successo conosciuto e quello solo sognato) e per similitudini: la grande ambizione, l’ossessione dei fan, la scelta di scrivere di sé, le critiche soprattutto maschili al loro genio (Plath ridotta a donna depressa, giovane madre single col cuore spezzato che si toglie la vita in cucina, Swift a cui i giornalisti chiedono se la fama la destabilizzi o se si allontanerà mai volontariamente dai riflettori). «Vale la pena chiedersi», scrive Nelson, «cosa stiamo facendo quando esprimiamo avversione per la sovrabbondanza o il potere femminile; vale la pena chiedersi quale idea di ordine umano potrebbe consentirci di celebrare un tale fenomeno senza la fantasia – o la realtà – della sua condanna, soppressione o eliminazione».

lana del rey a billie eilish l'ossessione per la morte di sylvia plathpinterest
Bettmann//Getty Images

Come donne, siamo abituate a soffermarci sull’idea della nostra distruzione, così vicina in tutte le possibili forme che il mondo in cui viviamo ci rimanda, che a tratti ci sembra di poterla quasi vedere, toccare. Forse è per questo che il suicidio di Sylvia Plath, così come la morte tragica di molte altre autrici, ha assunto una forma estetica, è diventata mito, e ha finito per coincidere con il loro intero essere, facendoci leggere le loro opere alla luce di un solo irrimediabile fatto: la loro fine. «Conosciamo tutti i dettagli del suicidio di Anne Sexton», dice Sara De Simone, studiosa, critica letteraria e traduttrice, nel suo monologo Le scrittrici stanno bene, «Sappiamo la cronologia e la posizione in cui si uccise Sylvia Plath e l’ora, e il luogo, e il modo in cui Marina Cvetaeva si tolse la vita e la notte in cui decise di lasciarci Alejandra Pizarnik. E se vogliamo vedere il punto esatto in cui Antonia Pozzi assunse una dose eccessiva di barbiturici, non dovremo che digitare su Google “luogo-suicidio-Antonia-Pozzi”». «Nessun particolare ci viene risparmiato quando si tratta dell’infelicità delle donne», aggiunge, «Ma della loro felicità, che cosa sappiamo? Cosa conosciamo dei loro incontri fortunati, delle loro conquiste e soddisfazioni, delle loro gioie infantili, dei loro entusiasmi, scoperte, invenzioni, delle loro risate, dei loro giorni felici? Davvero le loro vite furono solo genio e tormento?».



È vero, non possiamo negare che Plath avesse «conosciuto il fondo», che avesse forti attacchi depressivi, che nell'ultimo periodo soffrisse per i rifiuti ricevuti al suo libro, per l'abbandono del marito e per la vita come madre sola in uno degli inverni più freddi di Londra. Nelle sue poesie la morte è presente, è amica, è invocata. Dovremmo, però, chiederci cosa perdiamo nel guardare la vita di queste autrici «a partire dal finale». «Il punto su cui bisognerebbe lavorare è capire perché non ci si riesce a concentrare invece sugli aspetti vitali di queste donne», mi dice De Simone, «La morte non è il suggello della loro esistenza, la morte è qualcosa di tragico che purtroppo accade (e può accadere dove c'è una sofferenza psichica), però c'è anche tutto il resto, c'è la forza vitale della loro scrittura. È quello il motivo per cui poi, noi amiamo queste scrittrici e queste poetesse».

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    Foto di Karly Jones su Unsplash

    C’è effettivamente una fascinazione per le morti delle giovani scrittrici come Sylvia Plath?

    «C'è in generale per le artiste e gli artisti morti giovani, c'è sempre stata perché c'è la fascinazione verso una vita che, nel momento della sua massima espansione, rimane sulla soglia di quello che potrebbe diventare. Questo riguarda entrambi i sessi, però nel caso delle donne aumenta perché ci piace immaginare le donne fragili, donne che magari hanno delle grandissime qualità, sono donne geniali, però sono inadatte alla vita. Questi sono tutti elementi che concorrono a confermare degli stereotipi sulle donne che ancora oggi faticano ad essere del tutto decostruiti».

    Perché, in particolare, molte donne e ragazze romanticizzano i destini tragici di queste autrici?

    «Lo sguardo maschile sulle donne non è uno sguardo che hanno solo gli uomini. Anche le donne lo assumono, perché è lo sguardo dominante. Noi ci siamo abituate a mitizzare questi aspetti a partire dalle grandi protagoniste dei romanzi, come Anna Karenina. C’è un'eroinizzazione tramite il tragico che si addice particolarmente alle donne, il cui eroismo non passa per la grande impresa come per per l'uomo, ma per queste morti premature e tragiche che vengono idealizzate. Dovremmo invece imparare a rovesciare un po' la prospettiva e chiederci perché ci focalizziamo sulla morte come se fosse il punto più alto dell'esistenza. I punti più alti sono tanti, sono quelli che riguardano la loro scrittura, la loro felicità. Non ci facciamo mai la domanda se sono state felici, quando sono state felici».

    È questo il punto di partenza del progetto Le scrittrici stanno bene.

    «Sì, è po' quello che cerco di fare con il mio progetto. Questo titolo naturalmente è una provocazione, perché è chiaro che si parla di donne come Sylvia Plath, Anne Sexton, Marina Cvetaeva, Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Katherine Mansfield, che o si sono suicidate oppure hanno avuto un'esistenza appartata o sono morte giovanissime di malattia. Eppure per me era importante raccontare i loro giorni felici ».

    Perché ci fa comodo considerare le donne come fragili, tristi, incapaci di affrontare la vita?

    Ma come nascono questi stereotipi e la tendenza ad associare tristezza e dolore al mondo femminile?

    «Certe caratteristiche vengono considerate ancora come femminili: la fragilità fisica, la fragilità mentale, la malinconia, l'isteria. La forza e il coraggio sono viste come maschili, invece. Sono delle rappresentazioni stereotipiche molto antiche che hanno formato degli immaginari difficili da decostruire, quindi li assumiamo come dati di fatto. Invece dovremmo chiederci: perché ci fa comodo considerare le donne come fragili, tristi, incapaci di affrontare la vita anche laddove c'è una genialità, un essere fuori dal comune, e quindi anche una forza? Nel riconoscere il valore del talento di queste donne, c'è sempre bisogno di sminuirlo in qualche modo, di aggiungere degli aspetti di tormento, di malinconia, di tristezza,, di incapacità di stare nella vita».

    È una questione di come ci vengono presentate?

    «In parte sì. È chiaro che se a scuola insegniamo solo che Virginia Woolf era depressa e si è buttata nel fiume, poi nel tempo rimane quello. Bisognerebbe provare a stimolare una curiosità diversa, magari facendo leggere le sue opere più brillanti e divertenti come Orlando, Flush, o le sue lettere che sono estremamente godibili. Una lettura diversa dipende dalle scuole, ma anche dai media e da chi fa divulgazione, che ha il compito di “complicare” queste banalizzazioni».

    Che cosa perdiamo se non proviamo ad andare oltre?

    «Impoveriamo la nostra vita e la loro. Strappiamo a queste autrici qualcosa, le priviamo dei loro giorni felici e impoveriamo il nostro rapporto con loro, perché una lettura unidimensionale non ci permette di andare veramente a fondo e di conoscerle davvero. Servirebbe un approccio creativo da parte dei lettori e delle lettrici, capace di mettere in luce gli aspetti vitali che ci permettano di fare un'esperienza piena e ricca della lettura. Bisognerebbe fare degli esperimenti: andare a cercare dove queste donne parlano di felicità, dove nei loro versi ricorre questa parola. Chiederci se ci sono stati degli episodi felici, spostare l'asse e rovesciare la prospettiva».

    Mi sembra anche un modo per vedere la salute mentale in modo meno assolutizzante. Anche la depressione o la malattia mentale non dovrebbe diventare l’unico tratto distintivo di chi ne soffre. La vita e la personalità di quella persona continuano a contenere altri elementi che meriterebbero di essere presi in considerazione.

    «Certamente. C'è una stigmatizzazione e un appiattimento rispetto alla sofferenza psichica e ai disturbi mentali che ci impedisce di dare una lettura complessa della realtà. Anche qui si procede per stereotipi: agli stereotipi femminili si aggiungono quelli sui disturbi mentali e diventa veramente qualcosa che ci allontana dalla realtà. Fa comodo pensare il disagio psichico come qualcosa di assoluto perché lo allontana da noi. Invece pensare che fa parte della vita, con le sue gioie e con i suoi dolori, ci fa capire che può riguardarci in prima persona. C’è un tentativo di proiettare il malessere sull'altro da sé. E invece la grandezza di queste scrittrici, come Virginia Woolf, come Sylvia Plath, è proprio il fatto che parlano a tutte e tutti. Allora com'è possibile una figura così radicalmente altra, così chiusa nel suo malessere, sia in grado di parlare a tutte e tutti? È una contraddizione che va smascherata».