Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i disturbi della nutrizione e dell'alimentazione (DNA) rappresentano la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali tra i giovani, soprattutto le ragazze e i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 25 anni. In Italia, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute, si parla di oltre tre milioni di persone che ne soffrono, di cui il 70% sono adolescenti. Sempre secondo il Ministero della Salute, nel 2026 sono 232 le strutture presenti sul territorio nazionale: 56 associazioni e 176 centri di cura, di cui 141 afferenti al Servizio Sanitario Nazionale e 35 al Privato accreditato convenzionato. Eppure le risorse, di fronte alla diffusione del problema, non bastano.
«Nonostante l’elevato numero di casi, le strutture specializzate non sono sufficienti: nel Paese esistono poco più di 140 centri dedicati, con circa 900 posti letto disponibili», spiegano le esperte di Peso Positivo, progetto che si occupa di prevenzione e corretta informazione sui Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione tramite l'omonima pagina Instagram, «Questo provoca liste d’attesa molto lunghe e rende difficile ricevere cure tempestive. Spesso i pazienti sono costretti a spostarsi in altre regioni per curarsi, anche perché molte strutture si trovano nel Nord Italia». Nel prevedere fondi e soluzioni adeguate, è fondamentale tenere conto del fatto che i DNA sono disturbi multifattoriali che hanno bisogno di tempo, attenzione, percorsi interdisciplinari ritagliati sulle singole esperienze e vite.
Un percorso non lineare
«Il percorso di guarigione da un disturbo alimentare non è quasi mai lineare perché coinvolge molti livelli diversi di una persona: biologico, psicologico, emotivo e sociale», spiega il Comitato Tecnico Scientifico di Peso Positivo, «Il disturbo alimentare si presenta nella vita come una strategia protettiva della parte più vulnerabile e sofferente del sé. La malattia, dunque, entra lentamente nella vita quotidiana attraverso i pensieri e poi tramite i comportamenti «volti a contrastare, ridurre, controllare e immunizzare le emozioni dolorose e donare a chi ne soffre una sorta di controllo sulla propria vita».
Per questo la guarigione ha bisogno di tempo ed è fallace la narrazione per cui i DNA sono disturbi che seguono uno schema fisso di insorgenza, diagnosi che incasella in specifiche "tipologie" e conseguente cura. «La persona ha la necessità di imparare a gestire emozioni difficili, ricostruire un rapporto più sano con il proprio corpo e cambiare schemi di pensiero molto radicati», spiegano le esperte, «Inoltre c’è il tempo del corpo, il suo tempo biologico. I disturbi alimentari modificano nel tempo meccanismi neurologici e ormonali legati a fame, sazietà e ricompensa e spesso si notano oscillazioni nel comportamento e nell’umore anche a causa della malnutrizione (per difetto o per eccesso)». Il percorso di cura varia quindi molto da persona a persona e può capitare che intervengano fattori esterni che possono riattivare vecchi meccanismi. Questo succede perché «l’uscita dalla bolla di sicurezza che la malattia crea, avviene mentre la persona vive la realtà quotidiana, e non sempre la vita sa essere gentile». Così, molte persone attraversano momenti di ricaduta o regressione: il disturbo rimane latente, si ripresenta o cambia forma. «Questo non significa fallire», sottolineano le esperte di Peso Positivo, «Spesso le ricadute segnalano che qualcosa di stressante o traumatico è riemerso, mostrano quali strategie non sono ancora solide e diventano un’occasione per rafforzare strumenti di coping».
Quando i DNA cambiano forma: la storia di Sofia
Com'è iniziato tutto?
«I miei disturbi alimentari iniziano nell’aprile del 2020, in pieno Covid. O almeno, iniziano i comportamenti. I pensieri sul mio corpo, invece, li ho sempre avuti. Ricordo che alle elementari controllavo quanto fosse grande la mia coscia rispetto a quella delle bambine sedute accanto a me. Sognavo di essere leggerissima, convinta che così sarei stata più agile, più brava, forse abbastanza da poter fare ginnastica artistica. Ero una bambina normopeso, forse persino magra. Ma non mi sentivo mai abbastanza.
La mia infanzia è stata un continuo fare. Sapevo solo performare. Essere la migliore. Non deludere. Poi è arrivato il Covid. Chiusi in casa, ho smesso tutto. Mi è rimasto solo lo studio. E con la perdita delle mie attività ho perso anche quella sensazione di controllo che mi aveva sempre accompagnata. Lo volevo indietro».
Questo che conseguenze ha avuto?
«Ho iniziato a concentrarmi sull’unica cosa che mi aveva sempre dato fastidio, ma su cui non avevo mai “lavorato”: il mio corpo. Internet diceva che era normale. Diete fai da te, conteggio ossessivo delle calorie, esercizio fisico estremo. I risultati arrivavano e io mi sentivo euforica. Finalmente stavo riuscendo in qualcosa. Ma stavo perdendo me stessa. Mi sono resa conto che c’era un problema quando il ciclo è scomparso.
La ginecologa, dopo alcune domande molto precise, mi disse che la causa era un disturbo alimentare. A settembre iniziai un percorso con una psicologa: mi aiutò, ma non fu sufficiente. Capimmo che avrei avuto bisogno di un centro specializzato, con un’équipe composta da medico e nutrizionista. Io rifiutai. Negavo di stare così male. Negli anni successivi ho vissuto un’altalena continua».
Che cosa intendi?
«Il mio disturbo si è trasformato: dall’anoressia sono scivolata nel binge eating. Nel frattempo sono emersi anche importanti sbalzi dell’umore: mesi di energia e motivazione altissime seguiti da fasi depressive profonde. Nelle fasi depressive mi sentivo un fallimento, soprattutto nel mio aspetto fisico, e perdevo completamente il controllo sul cibo. Erano episodi di cui mi vergognavo troppo per parlarne, perfino con la mia psicologa.
Poi mi rialzavo. Tornavo in palestra cinque volte a settimana, i voti salivano, mi sentivo amata, performante. E facevo finta che la fase precedente non fosse mai esistita. Nel frattempo sono iniziati anche gli attacchi d’ansia».
Che ruolo giocava l'ambiente intorno a te?
«Non mi aiutava, nonostante abbia fatto anni di terapia e provato a lavorare su di me. Non tanto la mia famiglia, quanto la scuola. Ho frequentato un liceo classico molto rigido, con pochi studenti e professori spesso ciechi rispetto alla sofferenza degli alunni — a volte sembrava quasi la alimentassero. Ho vissuto cinque anni sentendomi in gabbia, desiderando solo di scappare».
Nessuno a scuola ha fatto qualcosa per aiutarti?
«Una professoressa. Aveva notato il mio malessere. Fu lei a proporre ai miei genitori un piano BES, con interrogazioni programmate e altre facilitazioni, per alleggerire il peso di quell’ambiente che si sommava ai miei pesi interiori. Accettai, ma lo odiavo. Sono sempre stata perfezionista. L’idea di aver bisogno di facilitazioni mi faceva sentire una bugiarda, come se stessi fingendo di stare male. Oggi so che non era così: avevo davvero bisogno di aiuto. Il primo piano BES arrivò nel 2023. Ma la fase più buia è iniziata a gennaio 2024».
Che cos'è successo?
«Il binge eating ha iniziato a risucchiare le mie giornate. Mi abbuffavo ogni giorno, dormivo per ore, non mi prendevo più cura di me. Sentivo che la vita mi stava scivolando dalle mani. Ricordo me seduta sul pavimento del bagno dopo un attacco di panico, lo sguardo fisso nel vuoto, a chiedermi se avesse senso continuare così. Ricordo mia madre entrare, incapace di convincermi ad andare a letto, costretta a struccarmi lei e a cambiarmi lei.
Avevo quasi diciannove anni. E per me quella situazione era insopportabilmente umiliante. Fu lì che capii che dovevo fare qualcosa. Decisi finalmente di farmi aiutare seriamente. Iniziai a frequentare un centro diurno per disturbi alimentari a quaranta minuti da casa, due volte a settimana, dalle due alle sei del pomeriggio. Iniziai anche una terapia farmacologica con antidepressivi e stabilizzatori dell’umore. Grazie a questo percorso — e soprattutto ai farmaci — sono riuscita a diplomarmi. Ma la mia storia non finisce qui».
C'è stata una ricaduta?
«Durante la maturità continuavo ad abbuffarmi e sono scivolata nella bulimia. Ho iniziato a compensare: a indurmi il vomito. Era qualcosa che avevo temuto e allo stesso tempo desiderato, come se fosse l’ultimo tassello per “gestire” il caos. Non lo era. Era un rituale che crea dipendenza. Durante l’estate sono riuscita a contenerlo. A settembre mi sono trasferita a Milano.
Nel caos pre-maturità ero riuscita a trovare piccoli momenti di forza, aggrappandomi all’idea di una “nuova me”, di un punto a capo. Sono stata ammessa alla Università Cattolica del Sacro Cuore e sono entrata in un collegio universitario femminile. Avrei potuto fare la pendolare: sarebbe stata la scelta più logica. Ma per me casa non era più solo casa. Era il luogo dove tutto era iniziato, pieno di ricordi troppo dolorosi. Allo stesso tempo non potevo trasferirmi troppo lontano: dopo l’ultimo anno non sarei riuscita a vivere completamente da sola. Soffrivo troppo la solitudine, e i miei disturbi alimentari sarebbero probabilmente peggiorati. Milano era il compromesso perfetto: una grande città, ma vicina. E un collegio, quindi persone attorno a me».
È andata meglio a quel punto?
«All’inizio sì, la mia vita si è colorata. Ho incontrato persone meravigliose, trovato nuovi stimoli, respirato un’aria diversa. Ma un disturbo alimentare, se non lo curi davvero, non sparisce. Al massimo cambia forma. La vita in collegio ha ridimensionato fino quasi a eliminare le abbuffate oggettive: tutti gli spazi dove si mangiava erano condivisi, e la paura di essere scoperta mi bloccava. Ma ho scoperto cosa significhi “abbuffata soggettiva”».
Cioè?
«Sono tornata a essere severa su ciò che potevo e non potevo mangiare, ma senza più il controllo ossessivo tipico dell’anoressia. Il risultato era paradossale: mangiavo in modo normale, eppure mi sembrava sempre di aver mangiato troppo. Quasi ogni volta trovavo una scusa per alzarmi dal tavolo con le mie amiche. Sorridente, tranquilla, apparentemente serena. Poi uscivo dalla sala da pranzo, correvo in camera e mi inginocchiavo davanti al water. Succedeva spesso. Con il tempo, le mie amiche lo hanno capito — o gliel’ho detto io. Sono state un aiuto enorme. Aspettavano qualche minuto e poi venivano a bussare alla mia porta, chiedendomi cosa fosse successo, perché l’avessi fatto. Io non sapevo mai rispondere. Dopo, mi sentivo solo svuotata. Stanchissima. Con una voglia fortissima di sparire sotto terra.
I momenti più difficili, però, arrivavano quando tornavo a casa a Pavia. Lì le abbuffate soggettive si riaccendevano con più forza. Ed era ancora peggio».
Come sei arrivata, pian piano, alla guarigione?
«Durante quell’anno a Milano ho cambiato due centri per disturbi alimentari. Nel primo non mi sono trovata bene: sono rimasta due o tre mesi, ma non era il posto giusto per me. Il secondo, invece, è quello grazie al quale oggi posso dire — con cautela ma con convinzione — di essere guarita».
Com'è andata?
«Sono entrata ad aprile 2025. A ottobre si poteva già parlare di remissione. La mia psicologa mi ha detto una frase che porto con me: “Tu eri già molto consapevole. Avevi solo bisogno dell’ultima spinta”.
Il centro segue un approccio cognitivo-comportamentale, strutturato per fasi e step graduali. Sono stata seguita da psicologa, nutrizionista e psichiatra. Non entro nei dettagli tecnici — non sono una specialista — però posso dire una cosa concreta: da luglio non mi autoinducevo più il vomito. E, soprattutto, oggi ho una visione del cibo e del mio corpo molto più libera: mi vedo come una persona a 360 gradi e non più solo un corpo o un peso».
Peso Positivo: la community digitale alleata
Il valore positivo dei social è proprio quello di avere una community come quella di Peso Positivo, che anche in quel giorno così difficile e complicato per molti sta accanto a chi soffre. Puoi scriverci e noi saremo lì per darti supporto.













