In questo nuovo capitolo di The Ballroom Diaries incontriamo le prime due figure italiane ad aver ricoperto i ruoli di DJ e commentator nella Ballroom Scene: Titi Milan Mùnera e Lil Jean Mùnera.
Come avevamo visto nel secondo capitolo del nostro viaggio nel mondo della Ballroom, la/il commentator e la/il DJ sono i motori di ogni ball: scandiscono il ritmo, creano connessioni, danno forma all’atmosfera.
Abbiamo chiesto a Jean e Titi di raccontare, con le loro parole, cosa significa occupare questi ruoli e come si riflettono nella vita al di fuori della ballroom. Le loro risposte aprono uno spazio raro sulla parte tecnica, emotiva e quotidiana del tenere viva una ball. Ecco le loro voci.
- La Ballroom Scene: una famiglia, una casa, uno spazio di rinascita
- La Ballroom Scene nel mainstream: tra visibilità e rappresentazione
- Come funziona una Ball? Categorie, giuria, commentator e il DJ
- "I have a RIGHT to show my color, darling!”: storia della Ballroom Culture
Intervista a Titi Milan Mùnera: the Voice of Italy
Titi Milan Mùnera è parte della scena ballroom dal 2014. Nasce come kid della Kiki House of Mùnera, una delle Kiki house più longeve della scena italiana. Co-fondatrice della House of Wutang, la prima major house italiana, entra nel 2025 nell’iconica House of Milan. Cammina la categoria Old Way, in cui vince diversi Grand Prize, ma è nel commentating che trova la sua piena realizzazione. Dal 2016 è riconosciuta dalla scena italiana come “The Voice of Italy”: presenta la maggior parte delle ball nel Paese, diventando la prima commentator italiana e una delle prime in Europa, affermandosi come una delle figure di riferimento per questo ruolo
Ha presentato ball anche all’estero, in Grecia, Svizzera, Russia, Germania e Austria.
Chi è la/il commentator? Come potremmo spiegare il suo ruolo a qualcunə che non conosce la scena?
«Il commentator, nella ballroom, è una figura centrale: è il fulcro dello svolgimento della ball, e la figura che connette tutte le altre. Mette in comunicazione DJ, giuria, performer e pubblico, e tiene insieme la serata dall’inizio alla fine. Il commentator detta i tempi della ball: apre l’evento, presenta, introduce le categorie, accompagna le battle, mantiene viva l’attenzione del pubblico e sostiene i performer, che spesso devono aspettare ore prima di entrare in categoria. Una ball può durare anche 10-12 ore, e il commentator ha la responsabilità di far scorrere tutto con continuità — e di farlo con energia costante. Per farlo serve una conoscenza profonda della ballroom: della cultura, delle categorie, della comunità in cui si lavora, delle scene estere, del contesto politico da cui nasce questa cultura. Serve carisma, capacità oratorie, capacità di improvvisazione. A chi non conosce la ballroom scene, suggerirei di paragonare il commentator ad un presentatore, a un master of ceremony, ma non solo questo. Infatti, il commentator è anche una figura performativa. Oltre a introdurre e spiegare ogni categoria, canta, attraverso i chant. Sempre per spiegare di cosa si tratta a chi non ha mai partecipato ad una Ball, i chant sono pezzi di freestyle o brani, preparati dal commentator, che accompagnano le performance, e che cambiano completamente a seconda della categoria: per la Runway i chant hanno una ritmica specifica, legata al beat che mette il DJ; per Vogue Femme diventano più sincopati, rap, veloci, legati alla performance. Spesso includono parole chiave, suoni, loop che caratterizzano lo stile personale di ogni commentator. La figura del commentator è una figura affascinante, carismatica, fondamentale per il corretto svolgimento della ball e, allo stesso tempo, un punto di riferimento per l’intera scena».
Come ti sei avvicinata alla scena, e come hai capito che volevi fare la commentator?
«Ho iniziato a conoscere la ballroom nel 2014. Io sono una ballerina e insegnante di hip hop, e in quel momento della mia vita sentivo la necessità di trovare nuove influenze che mi facessero crescere — non solo come performer, ma anche come donna. Cercavo un modo per tirare fuori la mia femminilità attraverso il movimento. Ho conosciuto Annalisa Marcelli (Mother Anna Mùnera/ founding Mother Montego) e, insieme a lei e a Father Jiji Mùnera Milan, ho iniziato ad approfondire la cultura ballroom. Per me sono state mentori, ma anche amiche e figure fondamentali: riconosciute dalla comunità internazionale con il titolo di trailblazer della scena italiana. All’inizio il mio obiettivo era imparare a performare: ho iniziato studiando Vogue Femme e Runway, ma poi ho capito che la mia strada, a livello performativo, era l’Old Way. Una caratteristica che mi contraddistingue ancora è la mia costante volontà di creare connessione e divertimento all’interno dei gruppi di persone con cui sto. In quel periodo passavo davvero tante ore ad allenarmi, e alla fine di ogni lezione prendevo in mano un microfono immaginario, e accompagnavo le performance di chi c’era con dei piccoli chant per farle ridere o per simulare l’energia di una ball. Al tempo ascoltavo tantissimi vogue beat e soprattutto beat con la voce di Dashaun Wesley e lo imitavo. Jiji e Anna hanno notato da subito questa mia predisposizione. Quando abbiamo organizzato la prima ball a Roma nel 2016, nell’assegnazione dei ruoli decisero — con mia grande sorpresa — di affidarmi il microfono. Avevo paura, ma sapevo che quel ruolo mi apparteneva: ho sempre avuto la passione per il canto, per l’intrattenimento, per creare connessioni.
Durante quella prima ball fui aiutata da Legendary foundung Mother Amber Vineyard, che è stata una guida preziosa e che considero una delle figure più importanti a livello internazionale. E così è iniziato tutto: da un microfono finto per divertire, alla consapevolezza che il commentating era cucito perfettamente su di me».
Cosa ha significato per te questo ruolo e cosa ti fa restare? In che modo ti ha cambiato, dentro e fuori la ballroom?
«Avere questo ruolo, fin dal primo giorno, mi ha fatto scoprire qualità e potenzialità che non sapevo di avere. La ballroom sostiene le persone che ne fanno parte, attraverso la connessione, e questo aiuta a far emergere parti di sé che da solə non avremmo trovato. È così che ho capito che il commentating era la mia strada. Il commentator è uno “strumento” nelle mani delle altre persone — in senso positivo. Se vuoi fare questo ruolo devi voler dare: la tua energia, la tua voce, la tua presenza. Ma devi anche saper tenere sotto controllo tutto con fermezza e carisma, per gestire ogni situazione, a volte anche “difficoltosa”, e momenti di tensione che di certo non mancano. Durante una ball regali ore e ore di energia a performer, giuria, DJ, pubblico. L’unico modo per farlo davvero è amare le persone. Io vivo del ritorno che ricevo: il sorriso dopo dieci ore di attesa, il grazie a fine ball, l’entusiasmo del pubblico. Quando prendo il microfono e guardo le persone negli occhi, capisco ogni volta perché ho scelto di essere una commentator: lì mi sento libera e completamente me stessa. A livello artistico è un ruolo meraviglioso: intrattieni, connetti, canti, improvvisi. Per farlo bene serve conoscere profondamente la ballroom: ogni categoria, ogni passo, ogni beat, ogni crash. Negli anni ho accumulato cultura grazie alle mie mentori e alle mie insegnanti, e grazie a tutto quello che ho studiato da sola — perché quando ho iniziato in Italia non c’era nessuno. Le informazioni arrivavano con difficoltà; forse è stato proprio questo a rendermi più determinata. Ho costruito un mio stile personale, riconoscibile, e non è stato facile, ma lo rifarei mille volte. Il commentating ha cambiato anche la mia vita fuori dalla ballroom. Mi ha dato autostima, forza, sicurezza. Mi ha fatta sentire nel posto giusto, al momento giusto. Io da adolescente ero timidissima, crescendo sono cambiata in maniera esponenziale ma mai avrei immaginato di riuscire a presentare ball o eventi con migliaia di persone e sentirmi perfettamente in grado di gestire tutto con naturalezza e professionalità. La ballroom mi ha permesso di vedermi e di sentirmi vista — ed è qualcosa che porto ovunque.C’è anche una responsabilità: sono una donna bianca eterocis in una subcultura creata da persone afro-latine LGBTQ+. Questo privilegio me lo ricordo ogni giorno. So che devo restituire alla scena ciò che mi ha dato e usare il mio ruolo con rispetto e consapevolezza.
Infine, credo che ogni commentator debba sviluppare una propria personalità. Io sono figlia degli anni ’90, sono cresciuta con il mito dei vocalist (come Lou Bellucci, che ha influenzato il mio modo di usare la voce) con la musica Hip hop e r&b e soprattutto con l’ispirazione dei più grandi commentator come MC Debra, Dashaun, Kevin JZ Prodigy, Jack Mizrahi, Precious. Sono queste influenze — rielaborate, mai imitate — che hanno formato il mio stile. Conoscere la cultura, capire da dove viene, imparare la ballroom in profondità: è questo che permette di creare una voce unica, coerente con la storia e con la comunità. Per me, oggi, questo ruolo significa questo: energia, responsabilità, amore per le persone e per la cultura. È ciò che mi fa restare, e io non mi risparmierò mai».
Intervista a Lil Jean Mùnera: il primo DJ e producer della ballroom scene italiana
Lil Jean Mùnera è il primo DJ e producer della ballroom scene italiana. Ha rappresentato l’Italia in diverse ball in Europa, vincendo più volte il primo premio nella categoria Beatfreaks, creata appositamente per dare spazio e riconoscimento ai DJ all’interno della ballroom. Oltre al suo ruolo dietro la console, cammina anche nelle categorie Old Way e American Runway, portando la sua esperienza di performer nella selezione musicale delle ball.
Tutti sappiamo cos’è un DJ, ma chi è il DJ nella ballroom scene?
«Il DJ nella ballroom è una figura fondamentale: senza musica non si può fare una ball.
La ballroom è cresciuta insieme alla musica — prima con la disco, poi con la house che arrivava da Chicago, poi con le influenze techno di Detroit. La musica non ha “creato” le categorie, ma le ha accompagnate e ne ha segnato l’evoluzione. Il compito del DJ nella ballroom scene non è quello di un DJ set o di mettere della musica. Il compito del DJ è quello di selezionare delle tracce specifiche per ogni categoria, che richiede un sound diverso: se per Vogue Femme si utilizzano Vogue Beats, creati appositamente dai DJ contemporanei; per l’Old Way si usano beat classic house anni ’80-’90; mentre ancora per la Runway il beat è decisamente più incalzante e aggressivo. Vjuan Allure, che è stato il riferimento più importante della nostra cultura, raccontava che The Ha Dance — il beat più famoso della ballroom — venne usato per Vogue Femme quasi per caso: si accorsero che certi accenti della canzone aiutavano a chiudere i fraseggi danzati, le dip. Da lì nacquero i Vogue Beat più specifici. Il DJ deve conoscere tutte le differenze tra le categorie, rimanere aggiornato sulle nuove uscite, ed essere rapido nel selezionare il brano giusto per ogni sfida. È un ruolo attivo, tecnico e creativo: la musica tiene in piedi la ball, accompagna le performance e dà forma all’energia della serata».
Come ti sei avvicinato alla scena?
«Sono venuto a contatto con la ballroom circa otto anni fa, quando vivevo ancora in Sardegna. Un mio amico aveva organizzato un workshop di Runway con Annalisa Marcelli — che oggi è la mia Mother nella Kiki House of Mùnera — e da lì ho iniziato a capire cosa fosse la scena. Il vero ingresso l’ho fatto quando mi sono trasferito a Roma. Ho iniziato a frequentare le lezioni di Anna e di Jiji, che sono diventate i miei parents, ho conosciuto i membri della Kiki House of Mùnera e altre realtà, altre House, altre persone. Lì ho iniziato a frequentare le ball, a viaggiare e a camminare: al tempo camminavo Vogue Femme e American Runway, e quando non suono cammino ancora oggi. Ho continuato con l’American Runway ma con il tempo ho trovato più comfort nell’Old Way.
Essere un walker mi è servito tantissimo: stare “dentro” le categorie, vedere cosa succede tra una battle e l’altra, mi ha aiutato a migliorare anche come DJ, soprattutto nella selezione dei brani più adatti per ogni momento della ball».
Cosa ha significato per te questo ruolo e cosa ti fa restare? In che modo ti ha cambiato, dentro e fuori la ballroom?
«Ovviamente questo ruolo mi fa sentire parte attiva della scena. Lo faccio anche per una questione etica: è dare un contributo alla ballroom nel migliore dei modi. La cosa più bella di questi sette anni è stata vedere le persone crescere. Il ruolo mi ha permesso di assistere all’evoluzione di tante persone, e mi capita spesso di guardare qualcunə performare e pensare “wow, quando l’ho conosciutə non era così”. Seguire questo percorso, vedere come si sviluppa la scena, come arrivano le nuove persone: per me è un’emozione enorme. Ma mi porto a casa anche tantissime altre cose: l’ambiente e il mood della ballroom, il rispetto e l’apertura che ci sono. Lì dentro hai il permesso di essere chiunque tu voglia — cosa che fuori, purtroppo, non è sempre possibile. E mi porto anche la possibilità di osare, di far sentire chi è Lil Jean: perché ogni DJ è diverso, ognuno inserisce qualcosa di personale, e questo dà un contributo ulteriore alla scena. Venire a contatto con culture così legate al club, inoltre, mi ha aperto un mondo musicale che oggi è considerato di nicchia ma che un tempo era mainstream: house, classic house, disco. In realtà pochə la conoscono davvero, ma è fondamentale — non solo per la ballroom, anche per la comunità LGBTQIA+. Spesso ci si dimentica che se esistono le discoteche queer, se esiste la notte queer, è perché esisteva la musica house, creata da persone afroamericane gay. Oggi per molti “musica queer” vuol dire pop, ma senza la house non esisterebbe nulla di tutto questo. È importante ricordarlo. Infine, questo ruolo mi ha dato una consapevolezza nuova. Mi ha insegnato a scegliere dove voglio andare, quali club voglio frequentare, che tipo di atmosfera cerco. Io sono cresciuto con la classic house: tutti liberi, tutti tranquilli, tutti si rispettano. E questo spirito lo ritrovo ogni volta nella ballroom. È ciò che mi fa tornare e ciò che mi fa restare».
Ascoltare le voci di Titi e Lil Jean, così come quelle delle altre figure, è il giusto modo per conoscere la scena. Ogni ball prende forma grazie alle persone che la abitano, e alle voci che la sostengono dall’interno: sono queste storie — personali, professionali, intime — a restituire la complessità della ballroom meglio di qualsiasi definizione.
Raccoglierle significa capire come la ballroom continui a muoversi e trasformarsi attraverso chi ci lavora, ci cresce e la vive.
Discordia xoxo 007


















