Come si riconosce un uomo femminista? Oggi si dice sia anche questione di estetica: attenzione ai "maschi performativi" che girano con una tote bag, un tè matcha e una copia de Il secondo sesso, che però non hanno mai letto. Io vado diretta, spesso provo a chiederglielo: «Tu sei femminista?». Qualcuno risponde «certo», senza farsi prendere in contropiede. Ma più di frequente cala l’imbarazzo. Si inoltrano in lunghe spiegazioni su come il termine non gli piaccia, dicono sia violento e polarizzante. Il femminismo non ha una buona reputazione tra i maschi. C’è chi pensa che non li riguardi, che li escluda o li discrimini. Eppure, non è così.
La lotta riguarda anche gli uomini
«Se partiamo dal fatto che “femminista” è una persona che crede nella parità politica, sociale ed economica tra i generi, capiamo che, essendo il maschile un genere, il femminismo si è sempre occupato anche degli uomini». A sottolinearlo è Irene Facheris, formatrice, attivista, scrittrice e podcaster che ha da poco pubblicato il libro Tutti gli uomini (possono cambiare le cose) edito da Tlon e parte di un progetto più ampio, che include anche un podcast, e indaga la possibilità di costruire un maschile diverso, oltre i dettami patriarcali. «Molti», mi conferma, «pensano che il femminismo sia il contrario del maschilismo. Ti dicono: “Semplicemente, per me, uomini e donne dovrebbero essere pari”, e tu gli dici, “è esattamente quello che dice il femminismo, complimenti, sei femminista!”».
Nuovi antagonismi
Resta il fatto che non si diventa femministi in una notte, a prescindere dal genere di appartenenza. Ci sarà un’origin story da raccontare, un momento in cui qualcosa ha cominciato a stridere e il proprio sguardo sul mondo a mutare. Per gli uomini è in parte più difficile. Lo è perché, se è vero che nella gabbia patriarcale siamo costretti tutti, i maschi dal patriarcato traggono dei vantaggi e rinunciarvi è un salto nel vuoto. Lo è anche perché, soprattutto negli ultimi tempi, è in atto una campagna di demonizzazione del femminismo. «I social e Internet sono costruiti per radicalizzare, è quasi un rito di passaggio obbligatorio per i giovani maschi», spiega Alessio Maronn, divulgatore su temi sociali, transfemminista e socialista. «L’algoritmo di molti social, specialmente Instagram e TikTok, fa sì che, dopo 20 minuti che crei un profilo maschile, ti propongano contenuti a carattere misogino o legati a gruppi incel. Il femminismo in quegli spazi è visto come il peggior male del mondo, il motivo per cui le donne si sono emancipate e sono diventate selettive. Se sei da solo è per colpa delle femministe». Maronn stesso racconta di aver vissuto questa radicalizzazione. Comincia davanti al proprio computer, in camera, come in una scena di Adolescence. Video dopo video si subisce il fascino di personaggi carismatici che propongono corsi a 450€ su come diventare l’uomo che hai sempre voluto essere, dalla promessa di costruirsi un senso di identità a sentirsi parte di una rete. «I giovani uomini, rispetto alle donne, non vengono educati all’elaborazione affettiva e alla possibilità di chiedere aiuto», spiega Maronn, «se hai 15 anni e non sai chi sei e magari soffri di depressione e non chiedi aiuto perché è da femminuccia, allora ti isoli, ti rifugi nel mondo di Internet. Lì trovi un tizio che ti dice che il tuo problema sono le femmine. Lo dice in tono pacato e logico, in giacca e cravatta, e insieme a lui ci sono altri 500, 1000 maschi dai 15 ai 24 anni che condividono lo stesso dolore». Maggiormente colpiti, infatti, sono i ragazzi della Gen Z, più abituati a passare tanto tempo online. Secondo un sondaggio di Ipsos UK e del King’s College di Londra condotto in trenta Paesi, circa sei ragazzi su dieci (il 57%) affermano che il femminismo è arrivato al punto di discriminare gli uomini.
Supporto e intersezionalità
Una via d’uscita, però, esiste. Per Alessio Maronn il punto di svolta è stato l’ascolto di esperienze di persone socializzate come donne a lui vicine, soprattutto storie di abusi e violenze. Non è il solo: negli ultimi anni molti uomini si sono avvicinati al femminismo nel tentativo di assumersi la responsabilità della violenza di genere e provare a cambiare le cose. L’associazione Maschile Plurale, per esempio, è nata nel 2006 proprio a questo scopo. «C’era l’impegno contro la violenza, ma anche un desiderio più profondo e forse più difficile da legittimare, di cambiamento culturale nelle relazioni, nella vita, nella sessualità», spiega il fondatore Stefano Ciccone. Già negli Anni ‘80 in Italia esistevano reti di uomini in dialogo con il femminismo impegnate a criticare i modelli patriarcali, ma oggi, anche a seguito di fatti di cronaca come il femminicidio di Giulia Cecchettin, queste realtà hanno assunto maggiore visibilità, per offrire un’opportunità concreta. «Il rapporto con il femminismo è cambiato», spiega Ciccone, «i ragazzi oggi fanno riferimento a un femminismo intersezionale che include l’esperienza delle persone trans e un’idea di genere fluida. Hanno cominciato a chiedersi: “Ma io che cosa posso fare? Devo semplicemente sostenere le mie amiche o posso metterci qualcosa di mio?». Oggi Maschile Plurale è presente in tutta Italia con gruppi in trenta città diverse, organizza festival con migliaia di presenze, si occupa di formazione nelle scuole, collabora con i centri antiviolenza e fa parte di una rete più ampia di realtà simili, come Oltre Adamo, Femminile Maschile Plurale, Mica Macho, Osservatorio Maschile. Il punto di partenza di questi gruppi è l’esperienza personale. Ci si incontra e, in modo simile all’autocoscienza femminista, si parla della propria vita, della propria intimità, della propria esperienza come uomini, o di temi specifici come la sessualità. Senza giudizio ma anche senza complicità, per diventare consapevoli del proprio privilegio ma anche del prezzo che comporta.
Il futuro della mascolinità
Come scriveva bell hooks in Il femminismo è per tutti, «una politica femminista saggia e amorevole può fornire l’unica base per salvare la vita dei bambini maschi. Il patriarcato non li guarirà». In effetti, oggi si parla di crisi del maschile, di ragazzini violenti, incapaci di gestire le emozioni, di un alto tasso di suicidi, di giovani uomini che faticano ad avere una vita sentimentale e sessuale serena, di padri che reclamano un modo diverso di vivere la genitorialità. «Per citare Michela Murgia», spiega Alessio Maronn, «il femminismo ti dà la possibilità di rifiutare modelli tossici imposti. Ti libera da una gabbia dorata che ti ha sempre fatto male». Gli uomini che oggi si definiscono femministi stanno provando a scrivere i nuovi codici del maschile e a trovare uno spazio nel movimento per supportare la lotta all’oppressione del femminile. Alessio Maronn parla di «fare da megafono», Stefano Ciccone di «riconoscere che un certo modo di stare al mondo è distorto». «Quando sei abituato a essere al centro è difficile farsi da parte», osserva Irene Facheris, «mentre agli uomini femministi è richiesto di mettersi in ascolto, di allenarsi a non stare al centro». Questo non significa che non ci sia spazio per loro nei luoghi dichiaratamente femministi, ma, per Facheris «avrebbe senso che prima di tutto gli uomini rendessero femministi i loro luoghi. Se quello che cerchi è un pubblico a cui parlare, fallo il venerdì sera con i tuoi amici, dopo la partita di calcetto davanti a una birra. È quello il momento perfetto per essere al centro della discussione e parlare di femminismo».

















