Non so quanti anni avessi quando ho cominciato a preoccuparmi di che cosa sarei diventata, della forma che avrei assunto nel futuro. Non parlo di quando si è piccoli e ti chiedono cosa vuoi fare da grande e nemmeno di una tendenza consapevole alle proprie inclinazioni, ma di quando la costruzione della propria soggettività diventa un qualcosa su cui arrovellarsi: che Università scegliere, che strada prendere, che cosa lasciare, che cosa cambiare, dove dirigermi, come migliorarmi. Negli ultimi anni, di fronte ai tempi incerti che stiamo vivendo, sembra che la ricerca di sé sia diventata la soluzione a ogni problema e anche l'ostacolo più importante, il mostro finale. Se trovi te stesso, è fatta, hai vinto. Se vuoi avere successo (o anche solo sopravvivere nel tardo capitalismo), la prima cosa da fare è chiederti chi sei, come ti collochi, cos'hai da offrire; la seconda è essere spasmodicamente fedele a te stesso, costruire il tuo brand, crederci finché puoi.

Come in una strategia di marketing, serve un'identità forte, un messaggio vincente, un'estetica coerente: inventati una te stessa credibile. Nessuno sa bene come ci si riesca, se basti un sogno, un profilo social ben curato, una beauty routine solida, conoscenze giuste e determinate etichette da appiccicarsi addosso. Ma se ci provi abbastanza, dicono, allora puoi realizzarti. Certo, l'altra faccia della medaglia è la delusione: abbiamo messo in conto la possibilità che essere noi stessi - anche ammesso di riuscire nell'impresa di costruirsi a tavolino e magari di credere davvero in certi valori, anche al di là delle apparenze - semplicemente non sia possibile.



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Diventare chi siamo

Diventare ciò che vorremmo è sempre più difficile. La società ci suggerisce che "chi sei" equivalga il più delle volte a "che lavoro fai", se non altro perché è l'attività a cui finisci per dedicare la maggior parte del tempo. Ma è proprio entrando nel mercato di lavoro che più spesso crollano le certezze: ci si prova a rimanere aderenti a se stessi, a ottenere un lavoro in linea con i propri studi e le proprie aspirazioni, a trovare una collocazione che non crei incongruenze e un continuo senso di alienazione da sé stessi (tanto tempo per capire chi siamo, per poi tradirci di continuo?), ma le possibilità, anche quando seguiamo tutte le regole, sono quelle che sono. Il sistema è truccato in partenza, a meno che non si compensi con denaro e privilegi.

Secondo l'Ocse, in Italia, la mobilità educativa e occupazionale è bassissima: «Se provieni da una famiglia svantaggiata in termini di istruzione, è molto probabile che tu resti svantaggiato», si legge nel report Un ascensore sociale rotto? Come promuovere la mobilità sociale, «Se provieni da una famiglia di lavoratori low skilled, è molto probabile che anche tu lo sia. Non va bene, si deve fare di più per promuovere uguaglianza di opportunità». Il progresso e il liberalismo ci aveva promesso che, impegnandoci, saremmo stati meglio dei nostri genitori o, almeno, avremmo vissuto bene quanto loro. Non è andata così: oggi è un'utopia, secondo l'Istat, tra gli appartenenti al ceto medio, il 32% pensa che i figli potranno migliorare la posizione rispetto alla famiglia di provenienza( era il 35% nel 2022); il 52% che la manterranno invariata; il 15% (3 punti in più rispetto al 2022) che scenderanno più in basso nella scala sociale.

Cos'è l'era della delusione

È così che nasce la delusione, che diventa endemica, generazionale, strutturale, come spiega Raffaele Alberto Ventura nel suo saggio La conquista dell'infelicità (Einaudi) che indaga, tra letteratura, storia e filosofia, l'inganno contemporaneo della continua promessa di spiccare, realizzarsi, elevarsi rispetto agli altri. Secondo l'autore, «Quando l’individuo è dislocato rispetto al proprio idios topos, ovvero si trova in una posizione sociale che percepisce come impropria o dissonante, emerge una spinta in quella direzione – foss’anche per schiantarsi contro tutti gli ostacoli che incontra, come la pietra contro il pavimento». Ad alimentare la spinta ci sono le aspettative sociali, il bisogno di sentirsi visti e socialmente riconosciuti, eppure «In una società in cui tutto è permesso ma nulla è possibile, ognuno deve imparare a convivere con la consapevolezza che probabilmente non giungerà mai al proprio idios topos; ovvero non diventerà mai se stesso».

È una possibilità che avevamo considerato? Parlando con le persone nessuno è davvero soddisfatto: c'è l'amico che ha due lauree e un lavoro interessante ma precario ed esposto ai ricatti del mondo creativo, quello che passa da un contratto temporaneo all'altro e coltiva i suoi interessi la notte, quello che guadagna bene ma sogna segretamente di mollare tutto. Per sentirci realizzati vorremmo un lavoro che ci desse valore e pagasse l'affitto, poterci permettere una casa, magari dei figli, avere tempo per coltivare gli affetti e la salute, vedere il mondo, sentirci utili, ma con meno preoccupazioni. Oggi spuntare tutte o la maggior parte di queste caselle sembra impossibile e i costi insostenibili del progresso umano sull'ambiente sono sotto gli occhi di tutti. Eppure continuano a dirci di sognare, di formarci, di crederci. Instagram è invaso da tutorial su come crescere e diventare virali, si parla di personal branding declinato in ogni ambito umano e nascono scuole di formazione di continuo, poco importa se, dopo, non c'è un lavoro vero ad aspettare chi paga per iscriversi.

«La verità», scrive Ventura, «è che "essere" è piuttosto costoso e che il vero tormento sorge proprio da qui. Pochi di noi possono dire di riconoscersi pienamente in quello che la vita ha fatto di loro». Che cosa rimane allora? Solo la delusione? Forse è da qui che bisognerà partire. Non per costruire una nuova storia di riscatto, ma per esplorarne l'oscurità, sperimentare il fallimento o iniziare almeno a concepirlo: se siamo tutti falliti siamo in buona compagnia. Smantellare il mito dell'identità forse può lasciare tempo di immaginare strade alternative, ancora invisibili, ripensare alla cura, ai legami, al concetto stesso di successo. Potremmo provare la libertà di essere e basta, senza essere un brand. Intanto, come scrive Ventura, «Di fronte alla realtà del capitalismo avanzato, è tempo di proclamare, citando la celebre scena della corazzata Kotiomkin, che la realizzazione personale è una cagata pazzesca».