Cinque anni dopo il giorno del mio orale di maturità, incontro la mia amica Francesca per un caffè. La incontro al bar della sua università, prendo una crema di yogurt e un caffè con ghiaccio, servito su un piattino traballante che porto in equilibrio fino al nostro tavolino.
È giugno, e sono giorni di maturità: «Se noi avessimo avuto anche gli scritti, io non l’avrei mai passata», le dico. Lei ride: «Lo dico sempre anche io».
Cinque anni prima, infatti, a giugno 2020, eravamo in piena pandemia, il che significa che, in via del tutto eccezionale, avevamo sostenuto solo un orale, preceduto da un elaborato: una ricerca su un tema a nostra scelta. Niente scritti, temi o versioni: quello era stato il nostro esame di maturità, a segnare la fine di cinque anni di liceo classico.

Un orale breve ed indolore

La mattina del mio esame di maturità, Francesca era venuta a casa mia. Mi aveva trovata mezza tramortita da delle goccette calmanti che avevo trovato per casa, mentre guardavo un documentario sulle balene. Non avevo ovviamente ripassato niente ed avevo scelto i vestiti la mattina stessa. Mia mamma mi aveva dato un bacio sulla fronte e, piano piano, io e Franci ci eravamo incamminate verso il liceo.
L'esame di per sé non fu un disastro… Certo, avrei preferito essere sola e che Franci non avesse assistito a tutti gli errori che ho fatto. Il commissario d'esame chiedeva sempre e solo una cosa a fine prova: «Cosa avrebbe intenzione di fare dopo l'esame?», ma io avevo ripetuto fino allo sfinimento che sarei andata alla UAL di Londra, dove mi avevano già presa a marzo, a patto che passassi l'esame. Così, il commissario mi congedò freddamente.
Uscita dal portone del liceo, c’eravamo solo noi, avvolte dal silenzio della provincia.
Franci mi fece una foto con la Polaroid: ho la mascherina e sorrido. Scrissi a mia mamma che avevo finito e andai nel cortile di Beatrice, che abitava lì accanto, a fare pranzo.

Festeggiare in pandemia

Non ricordo di aver provato il sollievo eclatante che mi aspettavo. Pensavo che i cinque anni di studio e routine sarebbero scivolati via da me, e invece niente. Non avevamo cantato Notte prima degli esami, perché tutte le piattaforme di streaming avevano rimosso il film. Mi sembra che l’avessimo eventualmente scovato su qualche piattaforma pirata, ma c’eravamo dovute salutare presto e non l’abbiamo finito. E comunque, non si poteva uscire per strada, anche avessimo voluto.
Sinceramente, penso che anche se avessimo avuto un’esperienza di maturità normale, non le avrei dato il peso o l’attenzione che ci si aspetterebbe. È sbagliato…? Penso alle mie compagne che avevano celebrato fra fiori e spumante, ed un po’ mi dispiace non aver avuto quel momento di celebrazione. Non tanto per egomania, quanto per festeggiare insieme la fine di un percorso così significativo. Mi accorgo però che, forse, per me il liceo era stato tutto tranne che un percorso significativo.

La fine di un’era… o forse no

Volevo, e ancora voglio, un bene dell’anima alle mie amiche del liceo e conservo i ricordi delle nostre uscite con una nostalgia dolcissima. Certo che, se penso alla scuola, i ricordi si macchiano di lunghissime mattinate, strascicate da nozioni di latino, greco, favoritismi, competizione ai voti ed un senso che il mio tempo mi venisse rubato, stagnante e ripetitivo. Ogni mattina per cinque anni mi trascinavo in classe, scribacchiavo distratta qualche appunto, e poi mi ritrascinavo a casa. Prima dei diciotto anni avevo viaggiato e avevo amici che mi scrivevano dall’Australia, dove avevo svolto uno scambio culturale. Lì la giornata scolastica terminava ogni giorno alle 15. Dopodiché c’era chi andava a lavorare - la maggior parte - o chi usciva, andava in spiaggia o a trovare parenti. Spesso durante il mio periodo down under incontravo le mie compagne mentre erano di turno al KFC di zona, scroccavo un Pepsi Freeze e dopo andavamo in spiaggia. Non essendo io una persona accademica, mi sembrava il paradiso. Mi sembrava che i pomeriggi avessero assunto un nuovo sapore, non più macchiato dal senso di colpa per non aver aperto un libro. Sì, avevo esami, e studiavo, leggevo, mi impegnavo così come facevo in Italia (giusto il quanto per arrivare alla sufficienza), ma non mi andava di stare seduta e dedicare tutto il mio tempo allo studio. Ammiravo chi lo faceva per passione. Mi rattristavo per chi lo faceva per ansia.

Quali sono i riti di passaggio?

Quando mia mamma mi parlò della maturità per la prima volta, avevo sette anni. Me la descrisse come un rito di passaggio, “così come la patente” o “la laurea”, mi disse.
Durante il liceo, però, mi accorsi in fretta che per me non sarebbe stato così. Mi sembrava che il mondo al di fuori della scuola fosse più “cosa mia” e che mi chiamasse forte, strattonandomi per la giacca. Vedo come rito di passaggio il mio primo lavoro come cameriera, quindi il mio primo stipendio. Oppure il weekend che ho trascorso prendendomi cura di mia nonna, sdoganandomi dalla nomea di nipote sbadata e con la testa fra le nuvole. Questo non vuol dire che nella vita ci sia un solo rito di passaggio - sarebbe un controsenso. Anzi, è bello pensare che questi riti non debbano essere uguali per tutti. È bello che siano personali e soggettivi e che possano accadere in momenti diversi e inaspettati della nostra vita, che siano l’Erasmus, o la prima volta che si va dal medico da soli.

C’è chi in questi giorni festeggia la conclusione di anni bellissimi, chi la riuscita di un traguardo personale, chi alza il bicchiere ai prof e chi giura di non mettere più piede in un’aula. Per chi non si sente di festeggiare: non siete soli.

Buona estate, e buon inizio - qualunque esso sia.