Dopo Femminismo di periferia (Sonda, 2024), Martina Micciché torna in libreria con un nuovo volume transfemminista: Realismo Patriarcale (Meltemi, 2025). Nel suo primo libro pubblicato, l'autrice accompagnava il lettore attraverso il processo di decostruzione delle città, e cioè, spiegava in che modo la loro architettura promuovesse le disuguaglianze, le ingiustizie e le discriminazioni sociali, offrendo alternative in chiave intersezionale e antispecista. Un approccio e un punto di vista che utilizza anche nel nuovo testo, in cui cerca di scandagliare man mano tutte le credenze che il sistema in cui viviamo ci ha imposto come uniche e possibili. Accettare cultura e società in maniera passiva non è l'unico modo di affrontare tutto quello che ci succede (i meme di riferimento sono quelli che dimostrano come il capitalismo non sia, come invece molti sostengono, "il migliore dei sistemi possibili").

In questo saggio, allora, Miccichè cerca di ribaltare il paradigma del fatalismo, analizzando e denunciando il concetto di realismo oppressivo, e scendendo sempre più a fondo, fino ad arrivare a definire il concetto di Realismo Patriarcale sulla base delle connessioni tra capitalismo e sessismo. Si legge di situazioni ordinarie attraverso prospettive che non sempre ci si accorge di aver interiorizzato, vengono forniti gli strumenti per decodificare le dinamiche patriarcali che permeano la nostra società: dall’educazione di genere alla morale militarista, passando per l’illusione del successo e arrivando al dominio di specie. Il femminismo 4.0 è anche questo: rivendicare il fatto che lo stesso non sia compatibile con le dinamiche economiche che regolano le nostre vite. Spingerci oltre, non solo per immaginare nuovi mondi, ma per renderli possibili. A distanza di pochi giorni dall'uscita del nuovo libro, ne parliamo insieme all'autrice.

Che cos'è il Realismo Patriarcale: l'intervista a Martina Micciché per il suo nuovo libro

Che cosa intendi con il termine "Realismo Patriarcale"? Arriva dal celebre testo di Mark Fisher? Come si intrecciano i due scritti?

    «Il termine viene proprio dal lavoro di Mark Fisher sul Realismo Capitalista, ovvero la convinzione che il capitalismo non sia solo l'unica soluzione, ma anche la migliore. Leggendo Fisher mi sono ritrovata a desiderare una prospettiva più ampia che mostrasse quanto ad essere dato per scontato non è solo il capitalismo, ma ogni sistema oppressivo. Il libro si concentra su questo presupposto, con l’analisi di un Realismo Oppressivo, ovvero del perché le oppressioni appaiano – e vengano insegnate – come scontate e quindi irremovibili. Siamo socializzate ad opprimere e ad essere oppresse a nostra volta, in un circolo vizioso che solo il transfemminismo nella sua espressione intersezionale può interrompere».

    Da dove nasce l'esigenza di scrivere questo secondo libro? Cosa aggiunge a Femminismo di periferia?

    «Forse sembrerà strano ma questo libro era stato scritto prima di Femminismo di Periferia. Ci ho rimesso mano grazie al lavoro di chi edita e dà forma materiale ai libri. Da Chiara Barbati che è stata la prima persona a vedere un’utilità in quello che scrivo e a prendersene cura, a Meltemi e al Gruppo Ippolita che cura la collana culture radicali».

    Nel testo parli di femminismo pop, femminismo del privilegio, femminismo bianco e capitalismo rosa: che cosa sono? Ma ancora di più, come possiamo riconoscerli?

    «Il privilegio è un pacchetto di potere costruito sottraendo libertà ad altre soggettività. È una cosa che esalta, conquista e obnubila. Corrompe. Per questo in alcuni momenti del femminismo si creano queste forme cooptate dal capitalismo, dal razzismo, dallo specismo e via dicendo. All'atto pratico, la lotta viene depotenziata diventando una mera scalata verso il successo, verso la conquista di qualcosa sgravato su qualcun'altra (consiglio Donne, Razza e Classe di Angela Davis). Il femminismo bianco, poi, è un fenomeno omogeneizzante, che ascrive le istanze del femminismo mainstream a quelle delle donne bianche, compiendo un atto di esclusione di quelle delle donne razzializzate, ma di questo parla proprio Contro il femminismo bianco di Rafia Zakaria, che, di nuovo, consiglio».

    Cosa significa la frase "Nessuno è razzista" che dà anche il titolo a uno dei capitoli?

      «È un titoletto ironico che allude al fatto che difficilmente le persone si dichiarano razziste, pur essendolo profondamente e attivamente. Salvo eccezioni – sempre più frequenti, visto il clima politico attuale in cui il cryptofascismo si sta decodificando –, anche le persone più apertamente razziste e xenofobe tendono a non ammetterlo in pubblica piazza. Stesso discorso vale per le istituzioni, sempre celate dietro ad una serie di paroloni e decreti che non ammettono le reali intenzioni e le ideologie che le formano».

      A un certo punto ritorna ancora il termine realismo, questa volta legato alle istituzioni. Come ci puoi raccontare quella che definisci "La banalità del controllo"?

      «Sembra chissà che, ma è semplicemente un riferimento a come il realismo istituzionale serva a rendere stabile il potere, attraverso il controllo. È così scontato da essere ovvio, banale. E se la ferocia ci appare norma, se l’oppressione rimane nascosta anche a chi la subisce (perché la decostruzione transfemminista passa anche per una presa di coscienza, per dare il giusto nome alle cose) allora non verrà messa in discussione».

        La lotta animale è quella che più spesso viene dimenticata anche dai femminismi intersezionali meglio intenzionati. Che significa che "la carne è un lusso maschile"?

        «Il consumo di carne animale è un atto di potere, che prevede una sovradeterminazione assoluta della soggettività non umana uccisa, fatta a pezzi, trasformata in oggetto di consumo e infine, digerita. Simbolicamente e storicamente il consumo di carne si è legato ad una certa gerarchia, quella della ricchezza e della maschilità, che performano insieme questo gesto di dominio affermando sé stesse. Se prima del secondo dopoguerra la carne era un lusso, dopo l’inizio dell’allevamento e della macellazione industriali è diventata un bene di massa, qualcosa con cui suggerire alle classi meno ricche che avevano ottenuto una conquista. Una panacea di consumo. A scapito di chi, trasformato in quella cosa apparentemente neutra che è il prodotto finale, viene omesso. E non solo, anche oggi c’è pochissima attenzione su chi effettivamente attraversa allevamenti e macelli: tendenzialmente soggettività con pochissimo, se non alcuno, potere contrattuale. Il consumo di carne è legato a doppio filo alla maschilità egemone che dimostra la sua virilità consumando muscoli, facendone sfoggio, ingolfandosi di cadaveri, esattamente come faceva l’aristocrazia che si ammalava di gotta e infestava i boschi cacciando».

          Perché secondo te è socialmente accettato sia amare gli animali, da quelli domestici a quelli che si vedono in natura, magari nelle foto sui social, sia continuare a mangiarli? Come si può smettere di conciliare queste due azioni contrastanti fra loro?

            «Su questa dissociazione cognitiva penso sia stato scritto di tutto e di più. Siamo educati a considerarci una specie sopra le altre con un diritto inalienabile ad opprimerle, a renderle merce di un carosello di consumo che passa dalla violenza dell’industria lattiero casearia a quella della produzione di cani razza in un battito di ciglia. In quel battito c'è tutta l’indifferenza di una sistema specista, eurocentrico e coloniale, che negli animali vede accessori, oggetti, mezzi a disposizione dell’essere umano. Nella norma carnista (termine coniato da Melanie Joy) le soggettività umane possono mangiare pezzi di cadavere senza pensarci due volte, o meglio, pensandoci un poco magari, soffrendo per quei video agghiaccianti in cui si vedono le scrofe impossibilitate a girarsi, gremite da cuccioli che cercano di succhiare il latte scavalcando i cadaveri schiacciati dei fratelli, spegnendo subito la televisione quando al tg escono le inchieste che mostrano come vivono realmente le galline ovaiole, le gole tagliate, le pistole captive e tutto il resto, ma senza poi agire di conseguenza. Perché quella violenza nella stanza arriva confezionata, con un'etichetta, magari DOP, e il privilegio di potersene cibare. Mangiare morte in massa è una ricchezza del capitale, un consumo insegnato sin da subito. Smettere di opprimere gli animali non umani è un atto di resistenza potentissimo che si compie accanto a chi, ogni giorno, dall’allevamento al macello – passando pure per la fuga – esiste e resiste nonostante tutto. Per ogni persona il cambiamento arriva in maniera diversa, c’è chi ha bisogno di un video, di una chiacchiera, chi di un libro (se vi dovesse capitare tra le mani Cadavere Squisito, beh potrebbe essere un’ottima occasione per riflettere su più cose), chi di una sorella incazzata, chi di entrare in un rifugio antispecista, chi di un documentario e via così. Perché il cambiamento sia sistemico serve – come per tutto – una rottura con lo status quo, serve scomodità, serve un cambio di paradigma che credo parta dal capire che l'antispecismo non è una questione di sensibilità o una scelta personale, ma una questione politica che riguarda la liberazione non umana e umana».

              Nel volume sono presenti la prefazione di Rachele Borghi e la postfazione di Martina Scalini. Perché questa scelta? Cosa ci raccontano?

              «Sono stata estremamente fortunata, sia Rachele Borghi sia Martina Scalini hanno aggiunto un pezzo al libro. Rachele Borghi è una professoressa, geografa queer, attivista e autrice (potete trovare il suo Decolonialità e Privilegio un po’ ovunque) che ho incontrato prima nelle parole scritte e poi all'Università di Bologna, nel chiostro occupato, ed è meravigliosa, nei sensi propri del termine. Dire che sono lusingata dalla sua prefazione è riduttivo. Martina Scalini l'ho conosciuta prima come amica e poi come documentarista, è un'attivista anche lei, una persona allegra, divertente e serissima quando serve, che, di nuovo, mi lusinga abbia speso del tempo per scrivere qualcosa qui dentro».

              Dove trovare i libri per una biblioteca transfemminista

              Martina Micciché - Realismo patriarcale. Come il sistema ci educa alle diseguaglianze

              Realismo patriarcale. Come il sistema ci educa alle diseguaglianze

              Angela Davis - Donne, razza e classe

              Donne, razza e classe
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              Martina Micciché - Femminismo di periferia

              Femminismo di periferia
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              Rafia Zakaria - Contro il femminismo bianco. Appunti per un cambiamento radicale

              Contro il femminismo bianco. Appunti per un cambiamento radicale

              Agustina Bazterrica - Cadavere squisito

              Cadavere squisito

              Rachele Borghi - Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo

              Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo

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