«Chi le ricorda questo comportamento?». Questa è la frase che la mia terapeuta mi ripete più spesso e la risposta è sempre la stessa: «Mia madre». Tra di noi si è creata un’intesa quasi paranormale da quando questo scambio si ripete – più o meno una seduta sì e l’altra pure. Tanto di quello che siamo ha un senso solo attraverso la filigrana della nostra storia di vita e, nella mia, così come in quella di tante altre persone della mia generazione, la famiglia ha avuto un ruolo che ancora sto mettendo a fuoco. «Quando penso alla mia famiglia mi viene un senso di ansia e di inadeguatezza oltre al desiderio di andare via il prima possibile». Mi ha colpito questa risposta di una delle persone rispondenti all’inchiesta sulla famiglia che Cosmopolitan ha commissionato su 1288 persone, di cui 796 con meno di 35 anni. È la risposta di una persona appartenente alla generazione Z, la mia, e mi ci rivedo tantissimo. Devo però riconoscere di rivedermi molto anche in questa risposta, data anch’essa da una appartenente alla generazione Z: «La mia famiglia non è perfetta [...] ma è vera e sincera, ricca di amore e affetto senza dircelo troppo, ma comunicandolo attraverso azioni concrete. La mia famiglia è tutto ciò che mi ha fatto arrivare fino a qui, fiera della donna 30enne che sono». In queste due risposte apparentemente in contrasto, c’è tutto ciò che serve sapere per capire come la generazione Z vive la famiglia e come la sta mettendo in discussione.

inchiesta famiglie
Cosmopolitan Italia
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Quando pensiamo al concetto di famiglia, la prima cosa che potrebbe venirci in mente è la cosiddetta famiglia nucleare, composta da una coppia e dei figli. Ma non è sempre stato così. A un certo punto abbiamo iniziato a pensare a questo tipo di famiglia come la famiglia naturale ed è successo pochissimo tempo fa rispetto all’intera storia umana. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, la famiglia nucleare è una delle trovate di marketing più efficaci e sfacciate del boom economico degli Anni '50, durante il quale città e televisioni erano invase di pubblicità ritraenti un marito, una moglie, dei figli e un cane. Questa immagine è lontana dalla nostra generazione, ma in qualche modo ci perseguita e ci fa sentire inadeguati. Rappresenta un ideale che ci appare difficile da raggiungere e che, in fondo, probabilmente neanche vogliamo. Secondo i risultati di questa indagine, infatti, tendiamo sempre di più verso un’idea di famiglia che più che a un nucleo assomiglia a una comunità in cui c’è spazio per legami diversi, dalle amicizie alle relazioni, fino a gruppi di appartenenza di varia natura.

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La famiglia nucleare non è per nulla naturale e il mondo è pieno di famiglie considerate naturali, ma che hanno forme diverse tra loro. Per esempio, nel sistema Iroquois, i fratelli dei padri sono anch’essi visti come padri e le sorelle delle madri sono anch’esse considerate madri. Nel sistema Mosuo, ognuno ha la libertà di scegliere i propri genitori e i genitori biologici non sono importanti affatto – spesso il padre biologico non vive nemmeno con figlie e figli e capita che siano i fratelli della madre ad assumere tale ruolo. Senza andare troppo lontano, in Europa fino a non poco tempo fa, si parlava di famiglie multigenerazionali, in cui più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto e dove la famiglia nucleare era considerata inefficace per via del numero troppo basso di figli e figlie da cui era composta. Si dava cioè valore alla famiglia come comunità, composta da quante più persone possibili che potessero contribuirne al sostentamento. È scritto nel nostro DNA e non possiamo fuggire dalla nostra natura: dall’antichità associamo alle comunità maggiori chance di sopravvivenza, maggiore protezione contro le minacce e minor rischio di morte. Il nostro cervello ragiona ancora così, non è cambiato molto rispetto a quello dei nostri antenati.

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Il bisogno di una comunità non potrebbe essere più sentito dalla generazione Z. Siamo alla ricerca di nuove forme di appartenenza e di nuovi legami, oltre i vincoli tradizionali del matrimonio e della famiglia nucleare. Queste nuove comunità sono spesso costruite intorno a valori condivisi invece che a legami di sangue. Ne sentiamo un gran bisogno perché la vita moderna ci ha portato a vivere in modo sempre più isolato, sia fisicamente che emotivamente. Non è tutto. Con meno reti sociali a cui appoggiarsi per soddisfare bisogni emotivi e affettivi, abbiamo iniziato a cercare una maggiore quantità di relazioni intime. Abbiamo un enorme bisogno di condivisione affettiva, di momenti emotivi sicuri e di spazi intellettuali e creativi affini a noi, non troviamo una soddisfazione nella vita isolata e improntata all’individualità che conduciamo e quindi ci rifugiamo in numerose interazioni romantiche che comunque non rispondono alla varietà dei bisogni che abbiamo. Questo fenomeno è stato esplorato dalla psicologa e sociologa Sherry Turkle nel libro Alone Together: pur essendo più connessi digitalmente, siamo paradossalmente più soli e spesso cerchiamo relazioni intime più numerose per colmare il vuoto creato dall'assenza di connessioni sociali significative. Questa tendenza può manifestarsi in diversi modi: partner instabili, relazioni di breve durata, relazioni aperte o poliamore – che è considerato dall’80.6% dei rispondenti con meno di 30 anni un’opzione valida.

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A corroborare questa lettura, esiste la Second Demographic Transition theory, una teoria che spiega come si formano le famiglie. Secondo questa teoria la fame di famiglia-comunità è la risposta a un crescente individualismo: mano a mano che le società raggiungono un certo livello di sviluppo economico, valori “non materiali” come l’autorealizzazione diventano più importanti e l’ideale di famiglia si indebolisce. Non c’è più bisogno della famiglia come sicurezza economica e materiale e quindi c’è un focus maggiore sull’autonomia dell’individuo, la scelta, la realizzazione di sé. La maggiore attenzione al sé porta anche a una maggiore enfasi sulla qualità delle relazioni: è il famoso «devo trovare la persona giusta», che a sua volta porta a posporre l’idea di fare figli.

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Oltre all’aspetto sociale e generazionale, a complicare il rapporto della generazione Z con la famiglia ci sono i soldi. Il 90.6% dei gen Z che hanno risposto all’indagine pensa che fare figli sia più difficile rispetto al passato e il 74,9% riporta la questione economica come l’ostacolo principale all’indipendenza e alla costruzione di una famiglia. Questo non sorprende visto il costo di andare a vivere da soli e fare figli. Secondo il rapporto OCSE Society at a Glance 2024, l’80% delle persone tra i 20 e i 29 anni in Italia vive ancora con i genitori: in questo dato, siamo il primo Paese in UE, seguito da Grecia (78%) e Spagna (77%) e il secondo al mondo dopo la Corea del Sud (81%). Il motivo è sia legato al legame stretto che rimane per cultura con il nucleo familiare d’origine, che a una questione economica. Come ci ha ricordato OCSE, l’Italia è l’unico Paese UE in cui gli stipendi reali negli ultimi 30 anni sono diminuiti. Dal 1990 al 2020 sono calati del 2.9%, mentre in altri Paesi non diversi da noi come Francia, Portogallo e Spagna sono aumentati rispettivamente di 31.1%, 13.7%, e 6.2%. INPS nel suo ultimo rapporto annuale ha riportato che in media una persona con meno di 30 anni guadagna circa 14 mila euro lordi l’anno, circa 890 euro al mese. Se leggiamo questi dati insieme a quelli di Banca d’Italia sul costo medio di avere un figlio (640 euro al mese) e di quelli di Numbeo sul costo degli affitti (da 450 a 750 euro al mese per una stanza in una grande città), è chiaro perché le persone della nostra generazione faticano ad andare a vivere da soli e a pensare a fare dei figli.

Non è tutto, negli ultimi anni, l'idea di mettere su famiglia e avere figli è stata profondamente influenzata da un clima globale di incertezza dovuto a eventi geopolitici, sanitari e climatici senza precedenti. Non ci troviamo solo a dover affrontare preoccupazioni economiche, ma anche esistenziali di grande portata.

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Ci hanno definito «la generazione ansiosa», ma questa etichetta la portiamo avanti a testa alta. Nonostante la complessità sfidante che ci troviamo ad affrontare e che porta con sé una discreta dose di sfida, la nostra generazione sta anche dimostrando una straordinaria capacità di adattamento e di trasformazione. Abbiamo fame di comunità e famiglia e pur di non rinunciarvi ne stiamo rivedendo i confini, per renderli più in linea con i nostri valori. In che modo? Come risponde una partecipante alla nostra inchiesta: «Dal posto in cui eri obbligato a stare al posto in cui, in mezzo a tantissime alternative, scegli di stare».