Non ricordo esattamente la prima volta in cui mi sono imbattuta, su Instagram, in un meme di Madonnafreeeda (@madonnafreeeda), ma probabilmente stavo scrollando in attesa del like di qualche crush ormai dimenticata, e invece di riceverlo, ho mandato quel meme in DM a tutte le mie amiche. Mi ricordo bene, però, di quando ho iniziato a seguire una ragazza che mi sembrava interessante, in linea con le mie stesse idee politiche: aveva un profilo come un altro, come il mio, probabilmente come quello della maggior parte di chi ora sta leggendo questo articolo; ho premuto il tasto "follow" senza pensarci su. Giorni dopo, nelle stesse storie di questa ragazza leggo, parafrasando, un messaggio che suonava più o meno così: «Se mi seguite qui vuol dire che mi sembrate persone fidate, ci terrei che nessuno rivelasse la mia vera identità, perché per me è importante restare anonima». Firmato: Madonnafreeeda. Non l'avevo riconosciuta (l'avevo anche sentita parlare a un talk a Milano, l'avevo taggata, ma io ho l'abitudine di girare senza occhiali pur non vedendoci e lei quella di presentarsi in pubblico con una bandana che le copre il viso, un po' alla Myss Keta, o alla Sia). Sono quindi saltata sul divano e le ho immediatamente scritto: «Omg! Ma sei Madonnafreeeda!». Abbiamo chiacchierato un po', ma non troppo: non volevo mica dare fastidio a una micro celebrity… Da quel momento in avanti, comunque, ogni tanto ci scambiamo in chat consigli sulle nostre situationship, sempre odiando di comune accordo, più o meno tacito, il patriarcato; ma più di tutto, io continuo a seguire la sua attività sulla main page, che si occupa di creare contenuti memetici politici, transfemministi, che fanno ridere e che mixano ideali, girlhood, politica e pop culture, senza che manchino reference puntuali a Taylor Swift e a Charlie XCX. E poi, continuo a inviarli in dm alle persone a cui voglio bene: in quella pagina trovo me stessa, tante delle mie amiche, le nostre esperienze di donne, le battaglie per cui ci accendiamo. Trovo un medium a fruizione gratuita e collettiva in uno spazio, purtroppo, spesso tossico e performativo. Essere attivi sui social nell'ambito del femminismo non è sempre una scelta facile, né priva di contraddizioni, ma tra la miriade di contenuti disponibile online, i suoi mi sembrano alcuni su cui vale la pena soffermarsi. Anche se lei, parafrasando la poetessa Patrizia Cavalli, sostiene nell'intervista che segue: «I miei meme non cambieranno il mondo», forse comunque un po' ce lo migliorano (sicuramente ci migliorano l'algoritmo). E chissà che quando le studiose future dovranno teorizzare i movimenti del 2024, la quarta ondata del femminismo, non penseranno proprio anche a lei, a noi, ai suoi e ai nostri meme, alle nostre scelte collettive.

Il femminismo passa anche per i meme? L'intervista a Madonnafreeeda

Cosa sono per te i meme?

«Considerando la quantità invereconda di tempo che in media passiamo su internet, e la quantità di meme che si vedono (complici noi se addestriamo l'algoritmo) in prima battuta penso ai meme come il liquido intracellulare nel quale fluttuiamo. Ma basta qualche secondo di riflessione per riconoscere al meme un valore molto diverso dal mero riempi-spazio di internet. Grazie alle mie due lauree… – Non è vero –, vedo ormai il meme come una forma. Forma nella quale si può inserire qualunque contenuto. C'è il meme puramente intrattenente, il meme che ti informa della notizia del giorno prima ancora dei giornali, il meme usato per diffondere un'opinione personale, il meme attorno al quale si raccoglie una comunità che si vede rappresentata. O meglio ancora una lingua, con poche regole e sempre nuovi neologismi, dal suono accattivante e abbastanza ricca da poter descrivere tutto. E com'è ovvio che sia, se un messaggio è letto da più di tre amici, non piacerà a tutti».


Come nasce la pagina di Madonnafreeeda? Qual è il suo scopo (se ne ha uno)?

«Madonnafreeeda nasce ad agosto del 2020, da una militante che al tempo gestiva le pagine social dei collettivi universitari e iniziava a intravedere delle possibilità non ancora esplorate dei social. La pandemia aveva acceso una necessità generale di creare reti di supporto e organizzazione, mentre i luoghi della militanza tradizionale erano inaccessibili (o contingentati da tornelli, come nelle università). La pagina è stata la mia risposta personale a questa esigenza collettiva. Inizialmente, quando i numeri contenuti lo permettevano, voleva essere un luogo di condivisione di opinioni, analisi, e confronto diretto con chiunque volesse partecipare alla meta-assemblea del giorno. Ho scoperto ben presto la difficoltà di moderare i dibattiti: da qui la scelta di passare al meme, forma più immediata e meno impegnativa anche nella realizzazione (perché, diciamolo per chi avesse dubbi, nessuno mi paga)».

Quando è avvenuto il tuo incontro con il femminismo? Ce lo racconti? La creazione dei contenuti memetici è avvenuta di pari passo con la costruzione della tua coscienza politica oppure prima/dopo? Come si conciliano le due cose nella tua attività online?

«Devo molto del mio orientamento politico a dei e delle docenti del liceo. Di una in particolare ho un affettuoso ricordo memetico: la professoressa di italiano e latino che un giorno, senza troppi complimenti, esclama: "Berlusconi è un maiale". Crescere in provincia vuol dire spesso covare sentimenti proto-rivoluzionari senza avere luoghi dove farli fiorire. Così è stato il femminismo per me, ma come anche la coscienza di classe: nutriti qua e là da voci solitarie, ingenui ma che arrivavano da dentro. L'approfondimento del femminismo è avvenuto all'università, in una grande città in cui finalmente non ero l'unica della classe ad avere un'opinione sulle unioni civili. Non ce lo diciamo abbastanza, ma il femminismo senza comunità è meditazione. Non ho costruito la mia coscienza politica memando, ho iniziato a memare quando ho deciso di provare a condividerla. I saggi sulla mia scrivania continuano a impilarsi aspettando che li legga e la coscienza è in perpetuo divenire: a volte rileggo cose scritte quattro anni fa e non sono più d'accordo con me stessa. E va bene così, Madonnafreeeda è un disegno del perché leggiamo: per sapere cose che quattro anni fa non sapevamo e per fare meme sempre più politicamente sconsiderati».


Di solito dicono che per realizzare un buon romanzo o racconto bisogna scrivere senza pensare a chi lo leggerà. Ti succede anche con i meme? A cosa pensi quando crei un nuovo meme?

«Parafrasando un poeta contemporaneo (Tutti Fenomeni), "Voglio incidere solo meme brutti così sarò sicura di piacere a tutti". Devo confessare – ma forse è chiaro a tutti – che sono molto suscettibile alle critiche, il che non va molto d'accordo con un pubblico di centomila seguaci. Dunque, un po' per preservare la mia pace, un po' perché i numeri lo impongono, non penso molto a chi leggerà. Confido nel fatto che gran parte del pubblico si sia unita alla barca per affinità col messaggio. Mi è capitato di parlare con persone che lavorano nella comunicazione, mi è stato detto che sono un "benchmark per il TOV ". Io l'ho googlato quindi condivido: un benchmark è un valore di riferimento, un metro di paragone, il TOV è il tone of voice, che generalmente indica il modo in cui un brand/ente si pone nel comunicare col proprio pubblico. Magari inconsciamente lo faccio, ma consciamente non credo di aggiustare il mio tono per il mio pubblico; spero piuttosto che il mio tono attiri un pubblico in grado di recepirlo e interpretarlo nel modo più vicino alle mie intenzioni. Ma sono anche una fan di Antonioni e della teoria dell'incomunicabilità».


Se ti diciamo che i meme sono uno dei modi 4.0 di fare femminismo. Che ci rispondi? Secondo te possiamo dirlo?

«I meme sono un modo per occupare dello spazio, e niente ci vieta di occuparlo con un bel quadro di Giuditta che decapita Oloferne (Artemisia Gentileschi, 1620 ca). Direi che nessun mezzo è intrinsecamente adatto o inadatto, femminista o antifemminista. Direi che i meme sono indubbiamente un mezzo con cui poter veicolare egregiamente un messaggio femminista, chiuso in una bottiglia lanciata nel mare orrendo e affascinante di internet, che spesso è invece luogo di sfogo della peggiore misoginia impunita».

Cosa ne pensi del femminismo su Instagram? Spesso il dibattito si concentra su alcune creator a cui viene criticato il fatto di sfruttarne gli ideali - in cui possono anche liberamente credere - per, in fondo, costruire un brand personale su cui monetizzare. Dove si posiziona il tuo pensiero a riguardo? C'è qualcosa a cui tutti dobbiamo fare attenzione? E come ci dovremmo relazionare a questo fenomeno su Instagram? Se una persona sfrutta un'ideale e ci guadagna, ma al contempo fa informazione utile, come si stabilisce il confine fra etico e non etico?

«Penso che il capitalismo si mangi tutto, anche i buoni sentimenti. Non dubito che chi di mestiere vende il proprio spazio pubblicitario possa sinceramente sostenere la lotta di genere, e parteciparvi fuori dagli schermi, non credo che guadagnare con le #adv renda meno sincero il loro orrore davanti alle catastrofi umanitarie. È fuori discussione che lavorare con o grazie alla propria visibilità crei delle contraddizioni e delle storture nel momento in cui si decide anche di esporsi su questioni politiche. Ci sono pagine che usano argomenti assolutamente non divisivi all'interno del loro pubblico desiderato: "Depilarsi è una libera scelta, ma se lo fai, usa il rasoio di questo brand!!". È facile che anche singole persone facciano lo stesso: attrarre un pubblico parlando di determinati temi, magari anche bene, guadagnarsi la sua fiducia e poi venderlo sotto forma di views e interazioni. Giudico chi lo fa? Onestamente sì, me ne lamento con le amiche, ma non la reputo una battaglia che ha senso condurre in pubblico. Secondo la mia personale valutazione il rapporto costi-benefici è sconveniente, ripongo altrove le mie energie, scelgo diversamente le mie guerre. Gran parte del problema sarebbe risolto se rafforzassimo la cultura del boicottaggio, e se depotenziassimo la cultura degli idoli: perché ascoltiamo i consigli sugli acquisti di persone che ce li consigliano sapendo che lo fanno solo perché pagate? Gli influencer non sono nostri amici, ma nemmeno io, e per quanto mi faccia piacere che il mio pubblico si rivolga a me come ad un'amica, segno che si è creata una comunità solidale e che trasmette fiducia, vedo in questo lo stesso meccanismo che dà forza al mercato dell'influenza.».

Spesso online c'è chi minimizza il contributo di Madonna Freeeda (non il tuo impegno personale) alla lotta. Cosa rispondi a questi?

«Chi minimizza il contributo di Madonnafreeeda sfonda una porta aperta ed entra a casa di una matematica, che sposa in pieno la visione di Tolstoj della storia come integrale: sempre parafrasando una poetessa, Patrizia Cavalli, dico: "I miei meme non cambieranno il mondo", ma nemmeno l'assemblea a cui vado ogni mercoledì, ma nemmeno il corteo sotto la pioggia che stiamo per iniziare. L'integrale di una singola azione è nullo, è l'insieme continuo delle azioni nel tempo che dà vita a risultati osservabili. E comunque se i meme non servono figurati a quanto serve criticare i meme».


Cos'è secondo te il femminismo del 2024, 4.0? O cosa secondo te dovrebbe essere?

«Alla domanda più difficile darò la risposta più banale: contrariamente a quanto si può pensare non credo che la visibilità mi conferisca qualche voce in capitolo più degli altri. Uno dei motivi per cui preferisco restare una figura senza volto e nome è proprio questo: permettermi di attraversare le assemblee e gli spazi in cui si decide che femminismo vogliamo fare essendo una tra pari. Cos'è il femminismo nel 2024 forse lo diranno le studiose a distanza di qualche tempo, cosa può essere oggi è una scelta collettiva».