Masha Amini, 22 anni, uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente l'hijab: il suo è diventato in pochissimo tempo il volto della protesta che in Iran non accenna a fermarsi. Amini è morta il 16 settembre, picchiata a morte dagli agenti dopo essere stata arrestata e rimasta in coma alcuni giorni con una frattura del cranio. La sua morte è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso dopo anni di malcontento verso il regime degli ayatollah: le prime proteste si sono tenute a Saqqez, la città di origine della ventiduenne e, da lì, si sono diffuse in tutto il Paese e sostenute dalle piazze di tutto il mondo. Ormai gli scontri proseguono senza sosta da 10 giorni, nonostante il governo del presidente Ebrahim Raisi li stia reprimendo con la forza, bloccando l'accesso alla rete internet e arrestando centinaia di persone.

proteste in iran da 10 giorni continuano gli scontripinterest
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Proteste a Teheran dopo la morte di Masha Amini

Secondo le fonti governative, ci sarebbero stati solo 7 morti finora, ma fonti indipendenti parlano di 40 persone uccise dalla polizia e il conteggio di Iran Human Rights, al momento arriva a 50 vittime. Nel frattempo, la polizia continua ad arrestare i civili in protesta, come testimoniano i video diffusi su Twitter. L'accesso ai social, però, è sempre più difficile dato che il governo sta cercando di limitare l'uso della rete internet e interrompere così le comunicazioni tra i manifestanti, l'organizzazione delle proteste e i collegamenti con la comunità internazionale. A dare il via agli scontri sono state le donne: dopo la morte di Amini si sono riversate nelle strade gridando: «Jin Jiyan Azadi», «Donna, vita, libertà», rifiutandosi di indossare il velo e bruciando i loro hijab. «Questa protesta è molto diversa», spiega al Guardian Farah, 37 anni originaria di Shiraz, «Le donne hanno iniziato e gli uomini sono al loro fianco. Quando la polizia costringe le donne a indossare l'hijab, gli uomini combattono contro la polizia. La maggior parte dei manifestanti sono giovani, ma anche gli anziani li sostengono».

Alla base c'è la lotta a un regime dittatoriale di stampo religioso e ultra conservatore. Già nel 2019 c'erano state forte proteste contro l’aumento del prezzo del gas e la corruzione del governo. Stavolta a muovere le folle c'è l'inflazione crescente, la fame e la mancanza d'acqua, la cattiva gestione economica del governo e la mancanza di libertà e diritti civili. «Hanno rovinato tutto», commenta sempre al Guardian Farbod, 44 anni, che si è unito alle manifestazioni, «l'economia, l'esportazione, l'importazione, la cultura. Ho un ragazzo adolescente e vuole vivere liberamente, usare i social media, indossare i vestiti che vuole, ma non può. Per giorni ho assistito alla brutalità della polizia contro manifestazioni pacifiche. Usano gas lacrimogeni e scariche elettriche e hanno ucciso persone, giovani e anziani, uomini e donne. La gente vuole la libertà di informazione, la libertà di scegliere il proprio destino».