È il 2012 e Boyan Slat ha 16 anni. Mentre fa snorkeling nel mare della Grecia vede più plastica che pesci e da quel momento decide di fare qualcosa. Per prima cosa dedica un progetto scolastico a studiare il fenomeno dell'inquinamento dei mari, poi inventa un metodo di raccolta tramite una barriera composta da una serie di galleggianti e da una rete che viene trasportata dai venti e dalle correnti. A 18 anni, lo presenta con un TedTalk e nello stesso anno, il 2013, inizia a fare sul serio: fonda l'organizzazione no profit The Ocean Cleanup e ne diventa amministratore delegato. La prima barriera viene completamente distrutta dalle correnti nel 2016 e anche il secondo prototipo a forma di U, testato nel 2018, è un fallimento. Slat, però, non si dà per vinto e nel 2019 si cominciano a vedere i risultati. Il suo obiettivo è quello di raccogliere il 90% dei rifiuti plastici nell'oceano.

Al momento la tecnologia utilizzata da Ocean Cleanup è il cosiddetto System 002 che ha già permesso, in fase di test, di recuperare quasi 29 tonnellate di rifiuti che galleggiavano nell'oceano. Il sistema - il primo su larga scala ad essere utilizzato nel Pacifico - è costituito da una grande barriera di galleggianti e reti, ma a differenza delle prime versioni ideate da Slat, funziona tramite da due navi che lo trainano. Una volta che i rifiuti sono stati intrappolati nella barriera, la nave li carica a bordo per poi portarli a terra dove potranno essere riciclati. Secondo Slat servirebbero una decina di barriere (più grandi rispetto a quelle finora utilizzate) per rimuovere la metà della plastica che galleggia tra la California e le Hawaii in cinque anni. Così si arriverebbe alla rimozione del 90 per cento di tutta la plastica negli oceani entro il 2040, non male vero?

Ci sono però parecchie perplessità, come ha analizzato il Post in un recente articolo. Da un lato, infatti, bisogna considerare l'inquinamento del carburante delle navi, causa di una gran quantità di emissioni di gas serra e di conseguenza di un effetto negativo sul global warming. Dall'altro è necessario studiare meglio l'impatto del sistema di raccolta sugli esseri viventi che vivono sulla superficie degli oceani come ad esempio meduse, molluschi e cavallucci marini che potrebbero rimare impigliati nella rete. C'è poi anche chi si chiede se abbia senso spendere così tanti soldi (si parla di milioni e milioni di dollari di investimenti) per recuperare la plastica già nell'oceano quando, nel frattempo, continuiamo a produrla e a riversarla sulle spiagge, nei mari e nei fiumi. Insomma, come spesso accade quando si parla di questioni ambientali la faccenda è più complessa di quanto sembri e ci sono in ballo tanti aspetti da considerare. Il punto cruciale è che manca una mobilitazione di massa e i governi e le multinazionali mandano avanti progetti come Ocean Cleanup senza prendere decisioni necessarie per limitare, ad esempio, la produzione di plastica. Resta però il fatto che la storia di Boyan Slat ci insegna qualcosa di fondamentale: un cambiamento è possibile, i soldi (come ha detto Draghi alla COP26) ci sono e con impegno anche i sogni più impensabili sono realizzabili. Non ci sono più scuse.