L'avrete vista sicuramente in qualche post su Instagram o sui cartelli delle manifestazioni, sentita in qualche dibattito femminista o letta in un libro. "Il mio femminismo o sarà intersezionale o saranno str*****e", "Femminismo senza intersezionalità è solo supremazia bianca", "Il mio femminismo è intersezionale". Ok, ma che cosa significa esattamente intersezionalità? Siamo qui per fare il punto nel nostro Dizionario dell'Inclusion perché, se vogliamo usare questa parola, tanto vale che la usiamo bene.

"L'intersezionalità è semplicemente una metafora per capire il modo in cui diverse forme di ingiustizia sociale a volte si sommano tra loro creando degli ostacoli al loro riconoscimento", a spiegarlo è Kimberlé Crenshaw, docente di legge, studiosa e attivista femminista che nel 1989 ha coniato il termine. A suo dire il concetto di interezionalità va visto come un "prisma", una lente attraverso cui leggere la realtà perché talvolta, quando una categoria si trova nel punto di intersezione tra diverse forme di oppressione, rischia di non venire riconosciuta in nessuna di esse. La teoria di Crenshaw trae origine dal pensiero sviluppato negli anni dal Femminismo Nero: tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo autrici e attiviste femministe nere come Anna Julia Copper, ma anche Angela Davis e Deborah King, hanno portato alla luce la sottorappresentazione delle donne di colore all'interno del femminismo stesso che spesso ignorava le dinamiche legate al razzismo e si focalizzava sull'esperienze delle donne bianche eterosessuali di classe media. Il termine compare per la prima volta in un articolo accademico in cui Crenshaw analizza la posizione delle donne nere in relazione alle politiche antidiscriminatorie, al femminismo e all'antirazzismo.

"L'intersezionalità è semplicemente una metafora per capire il modo in cui diverse forme di ingiustizia sociale a volte si sommano tra loro"

L'autrice prende in esame in particolare il caso di Emma DeGraffenreid, una madre lavoratrice afroamericana che nel 1976 fece causa alla General Motors insieme ad altre donne di colore. La situazione era la seguente: da circa un decennio la società non assumeva donne nere. Eppure assumeva persone afro-americane (solo uomini) e lavoratrici donne (solo bianche): le donne nere rimanevano escluse. Questo dovrebbe rendere bene l'idea del concetto di intersezionalità: l’esperienza delle donne nere non rientra né nella sola discriminazione razziale né in quella puramente di genere, si trova nel punto di incontro tra queste due forme di ingiustizia e per questo rischia di "sfuggire" alla classificazione.

Secondo Crenshaw, infatti, le condizioni di oppressione sociale, tendono spesso ad essere inscatolate separatamente l’una dall’altra. Questo fa sì che non si tenga conto di come interagiscono tra loro e come si influenzano a vicenda. Il concetto di intersezionalità serve proprio per promuovere una visione più approfondita che riconosca dei pattern di oppressione ricorrenti, delle radici comuni e delle declinazioni che variano da contesto a contesto, da categoria a categoria. Il modo in cui una donna con disabilità vivrà gli spazi pubblici sarà diverso da quello di una donna abile, le discriminazioni subite da una donna trans saranno diverse da quelle di una donna cis e se analizzeremo tutte queste situazioni tenendo conto dei privilegi in gioco potremo trovare elementi comuni e chiavi di lettura utili per una lotta che viene arricchita e non ostacolata dalle esperienze multiformi. E questo, tra l'altro, va al di là del femminismo (nonostante sia il contesto in cui il termine è nato e in cui viene maggiormente utilizzato): è un approccio all'analisi delle disuguaglianze sociali che si tratti di genere, orientamento sessuale, abilismo, razzismo o classismo.

La parola "intersezionalità" nel tempo è uscita dall'ambito accademico in cui è stata coniata, è entrata nel mondo dell’attivismo e poi nel giornalismo sempre più mainstream. Nel 2015 il termine è stato inserito nell’Oxford English Dictionary e nel 2017 durante la marcia delle donne a Washington è comparso in tantissimi cartelli di protesta. Oggi è sempre più usata, ma spesso anche a sproposito come sinonimo di "inclusività" e di una generica "lotta per tutte le donne" ignorandone la storia, il suo legame con le donne nere e persino l'approccio che propone. La stessa Crenshaw in occasione del trentesimo anniversario dalla nascita del termine, ha detto che, certo, va usato e senza paura di sgualcirlo, ma soprattutto va adottato come schema di pensiero il che - come spesso accade - è tutta un'altra storia.