Dopo la Toscana, che lo scorso giugno ha deciso che la Ru486 potrà essere data anche solo in ambulatorio, senza dover fare il day hospital, perché, come spiegò perché, il presidente di regione Enrico Rossi, "è inutile far soffrire le donne più di quanto già non debbano fare di fronte a decisioni non certo semplici come quella di abortire. Solo chi intende punire le donne cerca di rendergli le cose più difficili", oggi anche il Lazio ha sposato la stessa causa. La regione amministrata da Nicola Zingaretti, ha infatti recepito le nuove linee guida emanate dal ministro della Salute Roberto Speranza ad agosto 2020 sull‘interruzione di gravidanza con metodo farmacologico, e ha ammesso ufficialmente la distribuzione della pillola abortiva al di fuori dell'ospedale. Ma se l'asse toscano-laziale dimostra che anche in Italia, nonostante si sia tra i paesi più conservatori d'Europa, si sta tentando di sposare una visione più progressista, altrove, come in Umbria e come di recente nelle Marche, si agisce in senso opposto. Proprio pochi giorni fa, infatti, la Regione Marche s'è detta contraria alle regole ministeriali sull'IVG dicendosi intenzionata a proibire la pillola abortiva nei consultori. Una presa di posizione grave, in una regione come le Marche in cui il 69,3% dei medici è obiettore di coscienza e l'aborto farmacologico è fermo a una percentuale del 6% (mentre la media nazionale è al 21%) con sole tre strutture a Urbino e San Benedetto del Tronto che prevedono la somministrazione della pillola abortiva. La solita Italia, dunque, a sensi inversi, a binari paralleli, che, per fortuna, oggi vede il Lazio dare prova di apertura e di sincero interesse per la salute fisica e psicologica delle donne in primis ma anche di tutte le persone coinvolte in una scelta come quella dell'interruzione di gravidanza.

Con il documento pubblicato nei giorni scorsi sul Bollettino Ufficiale della Regione, sottolinea l'Associazione, il Lazio si impegna di fatto a "rimuovere gli ostacoli all'accesso alla metodica farmacologica, nell'ottica di assicurare a tutte le donne che richiedono l'interruzione volontaria di gravidanza un servizio che tenga conto dei dati basati sulle evidenze scientifiche, di alta qualità e rispettoso dei loro diritti". "Accogliamo con grande soddisfazione questa determina - hanno detto Filomena Gallo, avvocato e segretario dell'Associazione Coscioni, Mirella Parachini, ginecologa e vice-segretario dell'Associazione, e Anna Pompili, ginecologa di Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto) - dopo ben 10 anni dall'introduzione del metodo farmacologico in Italia, che finalmente equipara il nostro Paese a quelli dove tale procedura viene applicata da alcuni decenni". "E' evidente - osservano Gallo, Parachini e Pompili - come l'emergenza sanitaria legata alla pandemia di Sars-CoV-2 abbia facilitato l'introduzione dei cambiamenti approvati dalla Regione Lazio, diventando essenziale la riduzione della possibilità di contagio limitando il più possibile gli accessi in ospedale. La stessa ragione che ha portato diversi Paesi europei, primi fra tutti Francia e Inghilterra, ad approvare in via transitoria una procedura totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina. Ora questo documento serva da esempio virtuoso per tutte le Regioni italiane e come risposta ai casi, quale quello dell'Umbria, che lo scorso anno aveva introdotto l'obbligo di ricovero ordinario per l'aborto farmacologico".

Ovviamente le critiche, aspre o asprissime, sono arrivate dai portavoce dei gruppi ultra cattolici come Family Day, da gruppi religiosi come i Cristiani Evangelici e da partiti di destra come Fratelli d'Italia, per i quali "la Regione Lazio non compie nessun passo in avanti, ma ne fa due indietro ed è vergognoso che si tenti di vendere questa decisione come una conquista", o come la Lega, che attraverso le parola di Pillon afferma che "questa ordinanza sia contro la legge 194 che dice che la pratica dell'aborto deve necessariamente esser fatta in ospedale e non certo in consultorio. Questa cosa è vietata dalla legge e avrà delle conseguenze".

Spiace contraddire Pillon, ma stavolta la legge ci pare inconfutabilmente dalla parte di chi auspica una pratica meno invasiva, meno stigmatica e pure più economica e rispettosa per chi sceglie di interrompere una gravidanza. Cosa che, per ora, visti i tempi, in Italia è ancora un diritto.

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Giornalista professionista dal 2007, ho iniziato in radio, per poi passare, nel 2008, alla carta stampata. Oggi scrivo per Elle Weekly, Elle digital, Cosmopolitan, WU, Vice e per la webzine Beatandstyle. Ho scritto per Netflix e sono dj.