L’intelligenza artificiale è tutto ciò che la terapia non è: accessibile, gratuita e, soprattutto, immediata. Basta un prompt, come quello che Melissa digita su Chat GPT un paio di volte al mese. «Fammi un discorso motivazionale», gli chiede, e le risposte che riceve – «ce la puoi fare», «sei più forte di quanto credi», sono esattamente l’incoraggiamento di cui ha bisogno per sentirsi meno sola e restare motivata quando è triste o scoraggiata.
Melissa sa bene che il suo interlocutore non è una persona vera né è capace di provare un’empatia reale e forse è proprio questo a renderlo attraente. «Non mi serve un finto amico», racconta, «è una questione di comodità: posso usare il chatbot ovunque, in qualsiasi momento, ed è imparziale, perché non mi conosce veramente».
Secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicato nel 2025, esiste ancora un’ampia percentuale di persone affette da disturbi mentali che non riceve alcuna assistenza terapeutica professionale. Dopotutto non c’è da stupirsi se chi è cresciuto attingendo a Google per trovare risposte a ogni propria domanda, ora trovi una soluzione in Chat GPT. Un sondaggio di YouGov del 2024 rivela, infatti, che il 55% delle persone tra i 18 e i 29 anni si sentirebbe più a proprio agio a parlare con l’IA rispetto che con un professionista fisico, e quasi una su tre ammette di averla già usata come terapeuta. «L’IA può sembrare una vera e propria ancora di salvezza quando sembra non esserci nessun altro a cui rivolgersi», spiega Katy Cook, PhD, terapeuta e autrice che studia il nostro rapporto con la tecnologia. Ma delegare a un’entità non umana l’interpretazione delle difficoltà di persone reali è già diventato un problema. Il caso di Sophie Rottenberg, 29 anni, morta di suicidio nel febbraio 2025 dopo mesi di confidenze fatte a un “terapeuta” di nome Harry, generato da Chat GPT, ne è la prova. Quando la madre trovò, dopo l’accaduto, le conversazioni in questione, il bot appariva rassicurante, incoraggiante, ma non aveva né l’obbligo né la capacità di intervenire come farebbe un professionista abilitato a farlo.
Questa tragica storia ci insegna che per quanto l’IA riesca a rispondere a diversi bisogni dei giovani d’oggi, non è in grado di formulare diagnosi o fornire un servizio terapeutico verificato, efficace e, talvolta, salvavita. «Il dono di un terapeuta formato sta nell’aiutarvi ad attraversare in sicurezza territori emotivi nuovi o sconosciuti», spiega Jenna Bennett, PhD, psicologa clinica abilitata, specializzata in identità e trauma, con esperienza nella gestione delle crisi. Un chatbot, invece, tende a rispondere in modo compiacente, limitandosi a riproporre ciò che dite o quello in cui credete, senza contraddirvi troppo. «C’è una quasi totale assenza di giudizio», osserva Cook, «ed è una sensazione piacevole». I terapeuti, al contrario, sanno mettervi in discussione: possono interrompervi a metà frase, portare alla luce uno schema distruttivo o mettere in dubbio il vostro punto di vista. Questo approccio porta quasi a una sensazione di malessere e vulnerabilità che, alla lunga, aiuta a guarire e a crescere. Un processo che l’IA non è in grado di replicare, come sottolinea Bennett. «Senza attrito, senza disaccordo, non si impara a gestire il conflitto, ad affrontare conversazioni difficili o a rimediare a un errore», aggiunge Cook. «La fluidità di rapporto tra uomo e IA rischia di ridurre la nostra capacità di tollerare il caos e le difficoltà delle relazioni umane». In altre parole, l’IA può farvi sentire meno soli nell’immediato, ma nel tempo vi allena a evitare quelle dinamiche relazionali reali, con amici, partner o familiari, che sostengono il vostro benessere emotivo.
Allie, che ha iniziato a usare Chat GPT come valvola di sfogo per non opprimere troppo le persone a lei vicine, vi si rifugia per non doversi mai preoccupare di essere “troppo”. «Sento il bisogno di rielaborare ciò che mi succede più volte e per gli esseri umani può essere un processo stancante», dice. Per lei «è l'iberatorio non sentirsi un peso per gli amici». E se Chat GPT le offre automaticamente quel tipo di rassicurazione, priva di cri-tiche, che fatica a ottenere dal vivo, diventa liberatorio «anche sapere che non ci sarà alcun giudizio su ciò che condivido». Questa formula è un sollievo per chi è rimasto deluso dalla terapia a causa di un professionista poco valido e non disponibile nei momenti di stress più alti, o anche dei costi onerosi delle sedute.
«Parlare con un altro essere umano richiede fiducia», spiega infatti Cook. «Con un chatbot la posta in gioco è molto più bassa». Tuttavia, quando si parla di fiducia è importante ricordare che chi si occupa di salute mentale affronta anni di formazione rispettando codici etici rigorosi, inclusi quelli sulla riservatezza tra terapeuta e paziente. Non è chiaro, invece, se le aziende che stanno dietro ai chatbot proteggano davvero i dati personali degli utenti – e anche se lo facessero potrebbero cambiare le impostazioni in qualsiasi momento. In fin dei conti, si tratta sempre di prodotti commerciali.
Questa realtà sfugge a molti consumatori e confonde il confine tra intimità e pratiche d’affari. Così Allie cerca di ricordarsi spesso che «Chat GPT è un insieme di codici, non una persona vera», ma allo stesso tempo ammette che confidarsi con l’IA piuttosto che con un essere umano le «sembra più privato». «Ho più controllo sulla conversazione perché non devo considerare i suoi sentimenti, visto che non ne ha», spiega.
A ogni modo, l’IA è destinata a restare, così come le persone continueranno a chiederle aiuto sulla propria salute mentale. Se rientrate tra queste, Bennett vi invita comunque a «contattare almeno una persona vera per raccontarle le difficoltà con cui state lottando». Se questo non è possibile, la scelta migliore resta sempre un professionista umano. Leggere riviste come State of Mind e rivolgersi a organizzazioni no profit come Mama Chat, nato per dare ascolto e supporto psicologico a tutte le donne in uno spazio digitale protetto, e PsicoterapiaAperta, sono buoni punti di partenza. Quest’ultima è una realtà in cui terapeuti abilitati e in formazione offrono sedute a un prezzo accessibile. D’altronde «la terapia esiste a molti livelli di prezzo», come ricorda Bennett. «E se conosci qualcuno che si trova bene con il proprio terapeuta, puoi sempre chiedere un consiglio».
A volte basta una telefonata veloce per scoprire tutte le risorse che vi circondano. Dalle policy aziendali che potrebbero favorire un supporto al percorso terapeutico al BonusPsicologo messo a disposizione dall’INPS per un sostegno economico diretto, fino a programmi gratuiti stanziati dai servizi sanitari locali, non ci sono soluzioni perfette e spesso queste non risolvono i problemi sistemici radicati nella salute mentale, ma sono ottimi punti di partenza per cercare un aiuto concreto e umano.
Fare terapia, in fondo, significa anche imparare a stare nel disagio, a sviluppare un senso di resilienza e ad affrontare le proprie illusioni. Sono processi lenti, scomodi, ma profonda-mente umani, non comparabili al modello IA, che regala uno stato di comfort immediato, ma lascia anche le persone senza diagnosi, dimenticandosi cosa significhi davvero guarire e instaurare una connessione vera.
Se tu o qualcuno che conosci sta vivendo una crisi di salute mentale, contatta Telefono Amico al 02 2327 2327, su WhatsApp al 324 011 7252, o chiama il 1520 della Croce Rossa Italiana per parlare con un consulente qualificato.













