Non so di preciso in quale film o serie tv ho assistito alla scena in cui il o la protagonista raggiunge un luogo isolato e si mette a urlare per rilasciare tutto il bagaglio di emozioni negative raccolto e accumulato fino a quel punto, per poi risollevarsi, almeno un pochino. Non lo so perché credo sia successo più o meno in ogni drama che ho visto: mi è diventato impossibile, quindi, ricordarmi quale. Ma è con una sicurezza quasi religiosa che posso affermare di considerare questo nodo tematico, questo espediente narrativo, un tropo contemporaneo del binge watching: dal trash (non è un giudizio, ma quasi un genere) di Netflix e Prime Video, fino alla serietà di HBO e alle produzioni niche-cool di A24. Non ho dubbi, non ce l'hanno i registi: urlare sembra possa servire a stare meglio.
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Me lo sono ricordata quando poi ho visto la pagina dei miei per te su TikTok invasa da un trend che si sta diffondendo sempre di più, quello degli Scream Clubs (e delle sue conseguenti scream queens).
Tutto sulla tendenza degli Scream Club, ma soprattutto: fanno bene?
Poche sono le regole di uno dei gruppi di therapeutic screaming più conosciuti sui social al momento – il London Scream Club: «Rimani idratato, rispetta i limiti del tuo corpo e, se ti senti stordito, fai una pausa», come si legge sul The Guardian. Questi Scream Club, la cui tendenza si avverte in modo particolare su TikTok e Instagram, fra giovani e, ancora più nello specifico, fra ragazze, sono incontri collettivi in spazi pubblici, spesso all'aperto, in cui un gruppo di persone urla all'unisono, per pochi istanti, come atto liberatorio di sfogo emotivo. Questi momenti di grido non sono pensati per essere spettacoli, bensì rituali condivisi di catarsi: in tempi di incertezze, politica, economica e climatica, l'urlo rappresenta una forma di rilascio dello stress, della tensione e del disagio psicologico che accomuna le persone del 2025, oltre le generazioni.
Per molti partecipanti, l'esperienza avrebbe anche una valenza sociale: queste sessioni di grida diventano, infatti, occasioni in cui fare comunità, incontrare altri senza dover consumare nulla, coltivare la vulnerabilità senza giudizi e ritrovare un senso di connessione autentica. Il trend, partito dalla diffusione di una clip TikTok Minneapolis, in Minnesota negli Stati Uniti, per poi ispirare altre diramazioni anche a Chicago (Illinois), è arrivato ora in città europee come Londra (appunto), ma anche Birmingham. «Ho iniziato questo Scream Club – scrive la founder del gruppo londinese Shania Barnes sulla pagina Instagram del gruppo @londonscreamclub – perché tutti abbiamo bisogno di sfogarci alcune volte. Questa città può essere travolgente e non siamo fatti per portare tutto in silenzio. Quindi ho creato uno spazio dove possiamo semplicemente urlare insieme, in modo sicuro, senza giudizio. Siete tutti invitati». Nella caption al post, un orario e un luogo di ritrovo, poi sono le persone a fare il resto.
L'idea dell'urlo come forma di liberazione emotiva terapeutica non è affatto nuova. La Primal Therapy cominciava a diffondersi, infatti, nei primi anni Settanta, dopo la pubblicazione del primo libro dello psicoterapeuta Arthur Janov, The Primal Scream. Janov teorizzava che le emozioni represse fossero all'origine di molti disturbi psicologici, e incoraggiava quindi le persone, durante la terapia primale, a lasciar andare questi sentimenti trattenuti nel modo che preferivano: parlando, piangendo e, spesso, urlando. Con il passare degli anni, questo approccio ha perso popolarità nel tempo – non ha mai ottenuto una reale accettazione nella psicologia tradizionale, poiché Janov non disponeva di ricerche sufficienti a dimostrarne l'efficacia – ma ciò non significa che, in qualche modo, urlare non abbia assolutamente benefici psicologici.
Certo, non bisogna considerare l'urlo una soluzione permanente, di crescita personale, come sostiene la psicologa Rebecca Semmens-Wheeler, professoressa alla Birmingham City University, a Dazed – urlare potrebbe scatenare il rilascio di endorfine nel corpo; una rapida esplosione di ormoni del benessere potrebbe sollevare l'umore dallo stress e dall'ansia –, ma non si può nemmeno ignorare l'inaccessibilità economica della terapia: cosa rimane alla gente quando non può permettersi di pagare ottanta euro di seduta di terapia alla settimana? Forse la collettività e la condivisione con gli altri: che sia un gruppo sui social che ti invita a urlare insieme o un messaggio a un amico vero. «Il suono di un urlo potrebbe rendere più tangibili le emozioni represse; – riconosce Semmens – Wheeler– sappiamo che piangere aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress nel corpo. Se urlare può aiutare a entrare in contatto con le emozioni e a piangere, allora ne consegue che potrebbe ridurre lo stress». Se in più viene fatto in uno Scream Queen Starter Pack – ironizzando sul tropo della Scream Queen cinematografica e, come da istruzioni, con Ugg Tazz scamosciate, cuffie grandi, matcha latte, lipgloss «cause you're just a girl», una Stanley Cup e un cappotto alla moda, potrebbe essere ancora più divertente: il bello dei trend è anche solo il riconoscersi in un movimento, qualcosa di più grande. Il sentire di non essere soli.
Cosa c'entrano gli Scream Clubs con i tabù sulla rabbia femminile?
Non è strano che siano in modo particolare le ragazze a entrare in contatto con questo tipo di pratiche. Come la protagonista delle nuova serie Netflix di Lena Dunham (Jess - Megan Stalter) viene accusata di essere «Too Much», – di provare quindi troppe emozioni e troppo intensamente, ma soprattutto di reagire troppo alle stesse, così è sempre successo alle donne, dai tempi della medicina greca con il concetto d'isteria fino ad oggi, epoca in un cui alcuni stereotipi di genere dovrebbero essere, si dice, stati sradicati. Nella medicina greca, il termine isteria derivava da hystéra (utero) e indicava una presunta malattia femminile causata dal "movimento" dell'utero nel corpo: una teoria che legava direttamente il disagio psichico alla fisiologia femminile. Per secoli, l'isteria è stata usata per patologizzare le emozioni, la sensualità e la ribellione delle donne, diventando un'etichetta con cui la cultura patriarcale spiegava tutto ciò che non rientrava nei canoni della docilità o della "razionalità maschile".
Nel XIX secolo, con Freud e la nascita della psicoanalisi, l'isteria venne reinterpretata come manifestazione inconscia di conflitti interiori e desideri repressi, non più come una malattia dell'utero, ma della mente. Oggi, il termine non è più utilizzato nella psichiatria contemporanea, sostituito da diagnosi più specifiche (come i disturbi di conversione o somatoformi), tuttavia, il vocabolo "isteria" sopravvive nel linguaggio comune come sinonimo di eccesso emotivo o perdita di controllo, portando ancora con sé una lunga eredità di pregiudizi di genere e di fascinazione culturale per la femminilità "fuori misura".
A tutte noi, a un certo punto della vita, è capitato di venire chiamate "pazze" per aver espresso qualsiasi tipo di emozione negativa, come a tutte noi è stato ed è richiesto, pressoché quotidianamente, un opposto e sproporzionato lavoro emotivo che mira a moderare situazioni spinose, cercando di appianarle, prestando però attenzione a non ferire i sentimenti altrui, mentre i nostri rimangono semplicemente "Too Much". Si può spiegare tutto bene attraverso la strategia del tone policing: chi denuncia un'ingiustizia, come per esempio un disequilibro sociale derivante da discriminazioni di genere, viene spesso accusato di essere "troppo arrabbiato", "aggressivo" o "poco costruttivo". Il risultato è un silenzio imposto con eleganza, che delegittima la rabbia come forma di discorso politico e priva chi protesta del diritto di esprimere dolore o indignazione. La rabbia femminile, infatti, è ancora un tabù, come analizza la giornalista de Il Post, Viola Stefanello per Lucy sulla cultura, approfondendo il fenomeno delle rage rooms. Anch'esse sempre più popolari, sono spazi creati appositamente per permettere alle persone di sfogare la frustrazione o lo stress distruggendo oggetti, in un ambiente controllato e sicuro.
«Vengono raccontate non soltanto come un'attività divertente per bruciare qualche caloria, rilasciare lo stress, provare cose che altrimenti non potresti fare [...], ma anche come una sorta di terapia alternativa, un modo per tirare fuori quello che hai dentro prima che ti consumi, di sfogare la rabbia contro oggetti inanimati, gettando via con qualche bottiglia una vita di ingiustizie», scriveva Stefanello.
La giornalista, in quello che è uno dei miei suoi pezzi preferiti, afferma anche come sono ormai anni che si moltiplichino gli studi che mostrano quanto le donne tendano a provare rabbia più spesso, e più intensamente, degli uomini. «Le ragioni sono tantissime: la stanchezza e la solitudine della maternità, le disparità sul posto di lavoro e nei lavori domestici, la sensazione di non essere davvero al sicuro negli spazi pubblici, i costanti tentativi di corrosione dei diritti riproduttivi, la sensazione di non avere mai davvero tempo per te stessa come individuo, la gente che ti chiama nazifemminista se fai notare che è faticoso vivere così». Questa rabbia femminile, continua, finisce quasi sempre per essere inutile, «autodistruttiva». E lo confermano, come ricorda Stefanello, le parole di Megan Nolan su Frieze in The Functions of Female Rage: «È una teoria piuttosto condivisa quella secondo cui l'autodistruzione femminile è una rabbia che non sa come esprimere sé stessa. Deformata e costretta a ripiegarsi verso l'interno, implode trasformandosi in disturbi alimentari, autolesionismo, dipendenze, devastazione. È anche vero che esprimere rabbia significa, per una donna, rischiare di attirare violenze materiali. È difficile sentirsi sicure nell'esprimere la rabbia, ma è anche spiacevole – non solo per gli altri, ma per la persona che la prova. Non tutti scelgono di arrabbiarsi».
Se le rage rooms non sono una soluzione – «a guardarle bene potrebbero essere solo un'estensione dell'idea che aprendo il portafogli sia possibile risolvere qualsiasi cosa», conclude – urlare in gruppo e farlo, riprendendoci su TikTok mentre beviamo collettivamente una bevanda verde non buona ma richiestissima per qualche oscuro motivo (capitalistico), anche lei non è una soluzione. Ma cos'altro ci resta, quanto la nostra rabbia è silenziata, se non il contatto con le nostre emozioni, la condivisione, l'incontro con l'altro, la sorellanza?
Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.















