In sogno me lo immagino più o meno così: le nove di mattina, una tovaglietta leggera bianca su un tavolino tondo, un croissant, una tazza di caffè e dei raggi di sole che illuminano le ampie pagine di un quotidiano. La texture di quella carta sottile, il lettering dei titoli con l'inchiostro, una serie di odori. Mi piacerebbe che fosse questa lo scenario abitudinale in cui leggo le notizie, apprendo cosa succede nel mondo e, in generale, mi informo sulle cose che mi interessano. Invece c'è solo un costante caos.



Quando apro gli occhi la mattina passano massimo dieci minuti e i polpastrelli delle mie dita sono già lì, a premere sullo schermo l'icona di Instagram. Ancora prima di leggere i messaggi su Whatsapp, forse ancora prima di aver spento tutte le sveglie. Essere caotica fa parte della mia identità e l'ho accettato, negli anni; ho anche accettato di essere una persona che se può dormire cinque minuti in più lo fa e rinuncia, seppur con malinconia, alla colazione al bar con il giornale (non sarebbe neanche poi così romantica come l'immaginazione della stessa). Un po' meno accettabile è la natura caotica del processo di lettura notizie e informazioni che riguarda tutti noi chronically online o semplicemente persone che abitano il 2025.

Sono ormai molti anni che è così: le notizie, quelle che arrivano giorno dopo giorno, che sia dalla radio, dal telegiornale, dalle pagine del televideo dei papà o sugli schermi dei nostri smartphone sono molto spesso negative; la cosa che forse un po' è cambiata è che, come i social network, queste sono sempre con noi. Dentro e fuori casa, da soli o con gli amici, durante le pause e anche durante il lavoro. Tutti i minuti sono un potenziale momento in cui apprendere, via post, dell'ultimo femminicidio, dell'ultima violazione del cessate il fuoco, con video annessi, dell'ultima uscita omofoba di un governo conservatore. Tenersi informati è un dovere, prima di una necessità – ed essere politicamente impegnati e attivi pure – , ma farlo come lo facciamo al giorno d'oggi, aprendo e chiudendo un social in qualunque momento della giornata e in una finestra di tempo che va dai 30 secondi ai tre minuti (per poi ricominciare subito un quarto d'ora dopo), potrebbe essere terribilmente dannoso per la nostra salute mentale e anche fisica, come dimostrano le ricerche delle più importanti università americane sul fenomeno del Doomscrolling.

Che cos'è il Doomscrolling e perché fa male

Secondo l'Oxford English Dictionary, Doomscrolling è stata una delle parole dell'anno nel 2020. Il fenomeno è infatti emerso durante la pandemia, quando le nostre vite in lockdown ci spingevano a seguire senza sosta gli aggiornamenti sui contagi e le vittime del Covid, ma, a più di quattro anni di distanza, mentre continuiamo a vivere un periodo di grande instabilità sociale, politica ed economica, la situazione non sembra essere cambiata più di tanto. Per Doomscrolling, quindi, si intende l'atto compulsivo di consumare notizie negative online, scorrendo all'infinito sui feed dei social media, aggiornamenti angoscianti che si susseguono uno dopo l'altro. Come si legge sull'Harvard Health Publishing, questo comportamento affonda le sue radici nel sistema limbico del cervello, che è dominato da una struttura chiamata amigdala. Questa è la sede del nostro istinto di sopravvivenza e del meccanismo "lotta o fuggi" di fronte al pericolo: ci spinge, letteralmente, a cercare minacce da cui difenderci.

«Lo stress alimenta il nostro impulso primario a scrollare, – come spiega la Dottoressa Aditi Nerurkar, docente della divisione Global Health and Social Medicine alla facoltà di medicina di Harvard – siamo in uno stato di iper-vigilanza, sempre alla ricerca di segnali di pericolo. E più scrolliamo, più sentiamo il bisogno di continuare a farlo». A essere particolarmente vulnerabili al Doomscrolling sono poi le donne e le persone che hanno vissuto esperienze traumatiche, come sostenuto dal Dottor Mollica: le prime ne risentono in modo più profondo perché «la maggior parte dei contenuti violenti diffusi dai media le riguarda», mentre chi ha alle spalle episodi di violenza tende a farlo per paura. Lo specialista, che dirige anche l'Harvard Program in Refugee Trauma del Massachusetts General Hospital, aggiunge infatti: «Non si sentono al sicuro nel mondo e cercano di capire cosa sta succedendo per placare l'ansia. Ma in realtà, per queste persone, il doomscrolling finisce per diventare un vero e proprio detonatore emotivo».

Ma quali sono, nel concreto, gli effetti negativi fisici e mentali di questa abitudine? Secondo gli esperti di Harvard, il Doomscrolling causerebbe nausea e altri effetti collaterali che possono includere mal di testa, tensione muscolare, dolore al collo e alle spalle, scarso appetito, difficoltà a dormire e persino pressione alta. «Quando le persone fanno doomscrolling per ore, rimangono anche sedentarie per molto tempo; gli effetti a catena sono vasti e problematici», commenta Nerukar, che descrive come «Popcorn Brain», la sensazione che si verifica quando si trascorre troppo tempo online: «È il fenomeno biologico reale di sentire il cervello scoppiettare perché siamo sovrastimolati online; quindi diventa difficile interagire con il mondo reale, che si muove a un ritmo molto più lento». Negli ultimi anni, altre ricerche hanno confermato che il Doomscrolling è associato a un peggioramento del benessere mentale e della soddisfazione di vita, a un aumento dell'ansia esistenziale e, sul lavoro, a una minore concentrazione e coinvolgimento professionale. University Hospitals, oltre al resto, ha denunciato il peggioramento di condizioni come depressione e ansia e il rafforzamento di pensieri e sentimenti negativi. Chi soffre di disturbi mentali di questo genere, scrollando notizie catastrofiche tutto il giorno, ne è triggerato maggiormente perché si vede confermati i propri sentimenti e pensieri negativi confermati.

Non è che sia tutta colpa delle singole persone, però, se tutto ciò accade. I media, spinti dalla necessità di catturare l'attenzione, finiscono per amplificare emozioni tossiche. Una ricerca della Stanford University ha analizzato quasi 30 milioni di post pubblicati su X (ex Twitter) da oltre 180 testate giornalistiche statunitensi tra il 2011 e il 2020, con l'obiettivo di capire che cosa renda virale una notizia sui social. Utilizzando un sistema di "sentiment analysis", i ricercatori hanno valutato il tono emotivo dei post – positivo, neutro o negativo – e lo hanno messo in relazione con la loro diffusione. Il risultato è stato chiaro: le notizie negative e ad alto contenuto emotivo, che suscitano paura, rabbia o ansia, sono quelle che si diffondono più rapidamente e raggiungono più persone. Il team, guidato dal neuroscienziato Brian Knutson, ha scoperto che le fonti di news pubblicano quasi il doppio di contenuti negativi rispetto a quelli positivi, a differenza degli utenti comuni, che invece prediligono gli ultimi. Knutson parla infatti di una sorta di «inquinamento emotivo», che peggiora il benessere degli utenti e mina la loro capacità di formarsi opinioni informate.

Come intervenire contro il Doomscrolling?

Da un lato, lo studio pubblicato su PLoS ONE e sostenuto dallo Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence sottolinea la necessità della richiesta di essere diretta alle piattaforme, segnalando l'urgenza di interventi per limitare la diffusione di contenuti emotivamente dannosi. Tra le possibili soluzioni sono incluse la riprogettazione degli algoritmi dei social per ridurre l'amplificazione dei contenuti negativi e politiche di regolamentazione più efficaci, anche se le piattaforme sembrano restie a questo tipo di moderazioni. Dall'altro, alcuni consigli dei medici potrebbero tornare utili per scrollare responsabilmente. Per proteggere la propria salute mentale, in un mondo iperconnesso, gli esperti consigliano di stabilire limiti di tempo, magari con timer o app che bloccano l'accesso ai social, e a prendersi pause periodiche dalle piattaforme, i cosiddetti digital detox, oppure anche solo togliere le notifiche. Successivamente, il consiglio è quello di selezionare con cura i contenuti, sostituendo parte delle notizie negative con storie positive, educative, per ridurre lo stress. Il termine Mindful scrolling, che fa riferimento al fermarsi e osservare le proprie emozioni quando ci si accorge di scorrere in modo compulsivo, interrompendo il ciclo con una pausa reale, è infatti uno dei più utilizzati recentemente, nel dibattito culturale sul benessere. Altre strategie possono comprendere il tenere il telefono lontano dal comodino, in un cassetto o a distanza di qualche metro quando si è al lavoro, non portarlo del tutto a tavola, metterlo in silenzioso e lasciarlo fuori fuori portata, ma anche concentrarsi sulle notizie locali e soprattutto riappropriarsi del controllo su di loro e sui social: riprendersi il potere che gli abbiamo lasciato – magari, davvero, ritagliarsi un attimo ogni mattina con un cornetto, un caffè e la luce del sole per consultare (non i quotidiani) ma i media indipendenti che preferisco. E dedicare il resto del tempo a riconnettersi con attività più sane e gratificanti, come camminare, coltivare un hobby e passare più tempo fuori, con le persone che amiamo.


Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente scopo informativo e divulgativo e non intendono sostituire il parere, la diagnosi o il trattamento di un professionista sanitario qualificato. Per qualsiasi dubbio o problema di salute, si consiglia sempre di consultare un medico o uno specialista.


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Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.