Nell'epoca della performatività, del "fai tutto e fallo bene", il burnout troppo spesso diventa il prezzo invisibile da pagare non solo per l'ambizione, ma anche per la mera sopravvivenza. Non si tratta tuttavia di un destino ineluttabile, ma di un riflesso di una cultura che continua a chiedere troppo, offrendo poco e nulla in cambio.



Il burnout, che non significa semplicemente sentirsi stanchi, ma è una sindrome riconosciuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità definita da tre dimensioni principali – esaurimento emotivo, distacco mentale dal lavoro e senso di inefficacia professionale –, non colpisce tutti allo stesso modo: secondo numerosi studi e reportage internazionali, sono le donne a pagarne le conseguenze più gravi e più frequenti. Queste, infatti, vivono la stanchezza cronica, il cinismo che sopraggiunge senza preavviso, lo spegnimento di ogni passione, con maggiore intensità e in una percentuale più alta rispetto agli uomini. Non è solo una questione di carico di lavoro o di stress; è una questione strutturale, che affonda le radici in aspettative di genere, in ruoli sociali non riconosciuti e in una cultura lavorativa tossica che, tra le altre cose, spesso non sa o non vuole, supportare. Un mix, quindi, di pressioni culturali, carichi di lavoro sbilanciati e standard opprimenti.

Perché il burnout colpisce di più le donne rispetto agli uomini?

Secondo il report Women in the Workplace 2023 di McKinsey & Company – società di consulenza strategica fondata a Chicago nel 1926 – le donne sono significativamente più soggette al burnout rispetto agli uomini. In particolare, ad affermare di sentirsi in burnout sono il 43%, rispetto al 31% degli uomini. La differenza è netta e si spiega con un insieme di fattori che spesso si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Per cominciare, c'è la questione del doppio carico (o double burden): spesso infatti le donne si trovano a svolgere, oltre al proprio lavoro nel senso più tradizionale del termine, un ulteriore lavoro di cura tuttavia non retribuito. Anche quando ricoprono ruoli apicali, le donne continuano a sobbarcarsi la maggior parte del lavoro domestico e di cura, tra le mura di casa e, nei casi in cui sono, con i figli. In The Second Shift: Working Families and the Revolution at Home (1989), la sociologa Arlie Hochschild conia la teoria del Second Shift, che utilizza come nuovo termine proprio per descrivere questo fenomeno.

Il secondo turno non retribuito inizia una volta chiusasi la porta dell'ufficio alle spalle, una volta uscite dalla fabbrica, dopo aver abbassato le serrande di un negozio o aver terminato la propria sessione di smart working col pc. Si consuma tra figli, pasti, gestione domestica e carico mentale. È un lavoro invisibile, ma faticosissimo, che pesa enormemente sul benessere psicofisico e contribuisce in modo significativo all'esaurimento delle energie, e di cui culturalmente siamo abituati a ritenere le donne le uniche vere responsabili, in quanto madri o in quanto mogli. Successivamente bisogna poi considerare che la leadership delle donne al lavoro, arriva quasi sempre senza supporto. Sempre secondo lo studio di McKinsey, infatti, le donne in posizioni manageriali sono più esposte al burnout rispetto ai loro colleghi uomini. Una differenza che non si può attribuire semplicemente al numero di ore lavorate, ma piuttosto alla qualità – e alla complessità – del lavoro che svolgono.

Le manager donne, infatti, si fanno carico con maggiore frequenza di tutte quelle attività che rientrano nel cosiddetto "lavoro relazionale": sostenere i membri del team nei momenti di difficoltà, favorire un clima di collaborazione, prendersi cura del benessere emotivo delle persone che coordinano, sono gesti che raramente vengono premiati nei sistemi di valutazione della performance e spesso nemmeno riconosciuti come parte del lavoro, ma assorbono sempre energie reali. Si tratta di una forma di leadership empatica che, nel contesto aziendale odierno, è sempre più richiesta, eppure quasi mai formalmente valorizzata. Il problema è che questo tipo di supporto – che potremmo definire una cura emotiva dell'ambiente professionale – si somma alle responsabilità ufficiali del ruolo manageriale, senza alcun tipo di alleggerimento. Non è un'attività extra, è un lavoro dentro al lavoro. E il fatto che le donne si assumano questo carico più spesso degli uomini non è frutto del caso, ma il riflesso di un condizionamento culturale che le educa fin da piccole all'ascolto, alla comprensione, alla disponibilità. Così, anche sul posto di lavoro, finisce per esserci un'aspettativa implicita: che siano loro a dover "tenere insieme i pezzi", a doversi fare carico delle tensioni del gruppo. Ma tutta questa cura, tutta questa presenza emotiva, ha un costo. Non si limita a stancare: logora.

Oltre al danno, poi la beffa, perché secondo quanto riportato nello stesso Women in the Workplace, le donne in posizioni di leadership, pur offrendo questo tipo di valore aggiunto, ricevono meno riconoscimento rispetto agli uomini. Hanno meno probabilità di ricevere promozioni, avanzamenti o persino feedback positivi. È come se il sistema desse per scontato il loro contributo relazionale, considerandolo naturale, quasi istintivo, invece che professionale e strategico. Il risultato è che si trovano a sostenere una doppia pressione: da un lato quella del ruolo formale, dall'altro quella dell'emotività collettiva. E quando questo equilibrio si spezza – come sempre più spesso accade – il burnout non è una sorpresa. È la conseguenza inevitabile di un modello organizzativo che si affida alla fatica silenziosa delle donne senza offrirle in cambio protezione, tutela o visibilità.

È sempre Hochschild a introdurre al concetto per indicare l'impegno di regolare le proprie emozioni e gestire quelle altrui in un contesto professionale; un tipo di pressione – di lavoro dentro al lavoro, fatto di empatia, mediazione e ascolto continuo. Come chiarifica la studiosa in un'intervista del 2018 con il The Atlantic, consiste nel «venire assunte e monitorate per la propria capacità di gestire e produrre un sentimento». Nel 2018, Gemma Hartley diffonde una nuova e più ampia concezione del lavoro emotivo – oggi infatti il dibattito pubblico parla di Emotional Labor – con il suo articolo Women Aren't Nags — We're Just Fed Up pubblicato su Harper's Bazaar US. Nell'articolo, definisce il lavoro emotivo come lavoro non retribuito, (spesso) inosservato, che «contribuisce a far sì che tutti intorno a te si sentano a proprio agio e felici». Toccando il cuore delle lavoratrici, Hartley ja risposto all'esigenza di un termine che descrivesse la gestione emotiva femminile – sia al lavoro che a casa – come l'ennesima attività sottovalutata e sottopagata che le donne sono tenute a svolgere gratuitamente (con sanzioni sociali applicate a quelle che non soddisfano questa aspettativa di genere).

Anche in questo caso, infatti, si tratta di come la cultura occidentale educhi le donne e le ragazze: nello specifico, a essere delle vere e proprie custodi delle emozioni, limitando allo stesso tempo la gamma di emozioni socialmente accettabili consentite invece a uomini e ragazzi. Anche in ambito lavorativo, poi, non possono mancare le pressioni estetiche e di performance, che aggiungono ulteriori livelli di stress. Perché alle donne è richiesto di fare tutto e farlo bene sì, ma anche di farlo con un bell'aspetto: non ci è concesso nemmeno essere brutte a lavoro. È anche per questo che nel 2025, il concetto di burnout stesso esce dalla dimensione professionale e inizia a influenzare anche la cultura della bellezza – come nel caso del beauty burnout – , quella del digitale o delle festività (festive burnout).

Esiste poi un tipo di burnout ancora più invisibile, perché si annida nel quotidiano e si nutre della fatica di essere "L'unica persona nera nella stanza", prendendo in prestito il titolo del saggio di Nadeesha Uyangoda, edito nel 2021 da 66thand2nd. È quello che molte donne nere o poc descrivono come racial burnout: un logoramento lento e profondo che deriva dal dover costantemente dimostrare il proprio valore in ambienti in cui la loro presenza non è mai data per scontata. Secondo un'inchiesta pubblicata da Refinery29 UK, le donne nere nel mondo del lavoro devono fronteggiare microaggressioni, isolamento e pressioni implicite a rappresentare un'intera comunità, mentre cercano di farsi spazio in contesti ancora ampiamente dominati da logiche bianche e maschili. Questa fatica non è solo emotiva, anche, e come sempre, sistemica. È il risultato di una cultura aziendale che non si è ancora fatta carico, fino in fondo, delle sue disuguaglianze strutturali. Quando il burnout si intreccia con la discriminazione prima di genere e poi etnica, diventa ancora più difficile da nominare, e ancora più pericoloso da sopportare in silenzio.

Uno degli aspetti più inquietanti, in generale, è che i vari tipi di burnout vengono ancora o sottovalutati o raccontati come delle fasi, delle debolezze momentanee, o peggio, dei badge d'onore. Come se essere stanche morte fosse un segnale di dedizione, competenza e abilità. Ma quello che serve alle donne, allora, non è solo yoga e kundalini, o un corso di una mental coach pagato a caro prezzo, bensì un cambiamento organizzato, fatto di politiche aziendali che riconoscano il carico, lo distribuiscano equamente e che promuovano una work-life balance sana in modo concreto.

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Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.