Non molto tempo fa ho deciso di levare da Whatsapp qualsiasi segnale della mia presenza online. L'avevo già fatto su Instagram, ma per l'app di messaggistica verde ho titubato un po', al pensiero che mia madre –non viviamo nella stessa città–, riuscisse a non credermi morta avendo la possibilità di leggere il mio ultimo accesso, segnale di vita sicuramente recente, direttamente dallo schermo del suo cellulare. Dopo un po' di tempo, e la decisione di impegnarmi a rispondere in fretta solo ed esclusivamente a lei qualora mi avesse contattata, sono fuggita da ogni possibile segnale della mia attività online: sulla mia chat si legge solo "sta scrivendo" – purtroppo questo non si può togliere – quando effettivamente sto scrivendo; il che vuol dire che sono in un momento in cui posso effettivamente dedicare il mio tempo e le mie emozioni a rispondere ai messaggi e, quindi, va bene. Posso dire: è stato liberatorio. Navigare fra il mio bisogno di staccare dal telefonino e i sensi di colpa per la percezione delle aspettative altrui, il mio desiderio di non volere ferire gli interlocutori e i miei stessi sentimenti, a volte delusi, quando non ricevo una risposta in tempi che mi soddisfano, non è stato facile. In realtà non lo è ancora, anche se ho trovato una soluzione temporanea per bilanciare un po' meglio lo stress.

Sui social mi capita sempre più spesso di leggere post che parlano del cosiddetto "diritto alla disconnessione" che accresce il mio interesse verso la tutela della mia, e di tutti, salute mentale: sembrano molte, infatti, le persone che sperimentano un burnout dovuto all'iper-reperibilità digitale a cui ci costringono, nel 2024, gli smartphone, e può essere che lo viva anche chi non si rende conto. Dall'altra, tuttavia, ancora non riesco a formulare un pensiero definitivo sull'eticità delle non risposte ai messaggi, in alcuni casi definibili ghosting. Per sciogliere ogni dubbio, comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda, contattiamo Giuseppina De Cristofaro, psicoterapeuta, scrittrice e divulgatrice. Conosciuta su Instagram e TikTok come @psicologavirale, ci aiuta a capire come privilegiare il nostro benessere mentale calibrandolo anche con il rispetto verso il prossimo: tra telefonini e self-care, l'esperta ci fornisce un decalogo fondamentale della comunicazione online.

Sull'iper-reperibilità digitale, l'intervista a Giuseppina De Cristofaro (@psicologavirale)

Quanto e come influisce il fenomeno dell’iper-reperibilità o reperibilità tossica digitale nelle relazioni interpersonali e sul nostro benessere mentale?

«L’iper-reperibilità digitale è una condizione in cui la costante accessibilità attraverso messaggi, e-mail e social media diventa un obbligo implicito, un pressing costante dal quale abbiamo difficoltà a liberarci. È un fenomeno che ha effetti significativi sulle relazioni e sul benessere mentale, alterando il nostro modo di vivere il tempo, il riposo e l’intimità. Questo accade perché l’iper-reperibilità crea un senso di urgenza che può deteriorare la qualità dei legami. A chi non è mai capitato di non ricevere risposta immediata ad un messaggio e interpretarla come disinteresse o rifiuto, con conseguenti tensioni e conflitti? D’altra parte, l’aspettativa di essere sempre disponibili spinge molte persone a rispondere anche quando sono impegnate, distratte o emotivamente non pronte, dando vita a interazioni superficiali e prive di autenticità. Dal punto di vista del benessere mentale, questo stato di "iper-connessione" ci porta a vivere in un'allerta costante. Ogni notifica che arriva attiva il nostro sistema di risposta allo stress, rendendo difficile rilassarsi o concentrarsi su altre attività. La mancanza di confini chiari tra vita privata e vita digitale aumenta il rischio di burnout, ansia e insoddisfazione cronica. Non essere mai "offline" ci impedisce di trovare quello spazio mentale necessario per elaborare emozioni, riflettere o semplicemente essere presenti nel momento. Abbiamo perennemente la mente lontano dal corpo e questo rende l’esperienza che viviamo nel momento parziale o fallimentare».

Nella tua esperienza, quanto i giovani sono consapevoli dell’esistenza e dell’impatto di questa iper-reperibilità digitale? Come potrebbe migliorare in questo senso l’educazione al mondo digitale?

«I giovani – e mi inserisco pienamente nella categoria – sono probabilmente la generazione più esposta all’iper-reperibilità digitale, ma non sempre ne sono consapevoli. In tanti percepiscono lo stress legato al "dover esserci", ma faticano a identificarlo come un problema sistemico. Diventa labile il confine tra vita online e offline: rispondere a un messaggio durante la cena o controllare notifiche a letto è considerato normale ormai per tutti. Tuttavia, noto che stanno emergendo segnali di maggiore consapevolezza grazie a movimenti che promuovono il "digital detox" e a una crescente attenzione al benessere mentale. L’educazione al mondo digitale potrebbe fare la differenza: nelle scuole si dovrebbe insegnare non solo l’uso responsabile della tecnologia, ma anche come gestire il tempo online, rispettare i confini altrui e riconoscere i segnali di stress digitale. Serve un approccio olistico che non si limiti alla tecnica, ma consideri anche l’impatto emotivo e relazionale della connettività costante».

Che cos’è il diritto alla disconnessione? Ne si parla abbastanza secondo te?

«Secondo me non se ne parla abbastanza, è un concetto bellissimo e profondamente umano: il tentativo di ristabilire un equilibrio tra vita professionale e privata, contrastando l’idea che essere sempre connessi significhi essere più produttivi. Oggi esiste proprio una paura specifica, quella di essere "visti online", soprattutto quando, ad esempio, si cerca di evitare di rispondere ad un messaggio di lavoro durante il weekend. È un fenomeno psicologico che incarna perfettamente l’effetto negativo dell’iper-reperibilità digitale, il senso di angoscia che nasce dalla tensione tra il nostro bisogno di staccare e la percezione che le aspettative degli altri non ci permettano di farlo. Quando siamo "visti" online, cioè quando la nostra presenza digitale è visibile, sentiamo di non poter sfuggire al dovere o alla responsabilità che quella comunicazione implica, anche se siamo fuori dall’orario lavorativo. Il "visto" di WhatsApp, o la spunta blu sui social, diventano fonti di ansia, soprattutto se l’invio di un messaggio urgente o un’e-mail da parte di un superiore avviene nel weekend, un momento in cui ci aspettiamo di poterci rilassare senza sentirci in dovere di rispondere. La paura di essere giudicati per non aver risposto in tempi brevi è comune e spesso portiamo con noi una sensazione di colpa, come se il nostro valore professionale fosse misurato dalla nostra disponibilità ininterrotta. A livello psicologico, questo crea un doppio legame: da un lato, desideriamo staccare, proteggere il nostro benessere e godere del nostro tempo libero, ma dall’altro, temiamo le possibili ripercussioni di una mancata risposta, anche se siamo fuori dal contesto lavorativo. La paura di essere giudicati come non impegnati o disinteressati aumenta lo stress, riducendo la nostra capacità di recupero e di rilassamento. In questo scenario, il vero lavoro consiste nel riconoscere che il nostro valore non si misura dalla disponibilità costante. Imparare a stabilire limiti chiari e a rispettarli, anche a costo di disconnettersi momentaneamente, è un passo fondamentale per preservare la nostra salute mentale e per educare gli altri a rispettare i nostri confini. La chiave è ricordare che il riposo e il recupero sono essenziali per essere più produttivi e soddisfatti nel lungo periodo. Nonostante se ne parli di più negli ultimi anni, soprattutto in contesti aziendali, il tema resta ancora sottovalutato. Molte persone non si sentono legittimate a esercitare questo diritto, temendo giudizi o conseguenze sul lavoro. A livello sociale, c’è bisogno di una maggiore sensibilizzazione, affinché il diritto alla disconnessione venga riconosciuto non solo come una misura legale, ma anche come una pratica di cura di sé».

Ci parli invece del fenomeno della reperibilità oltre a internet? Che cos’è? Cosa comporta a livello quotidiano e della salute mentale?

«La reperibilità non è un fenomeno nato con internet ma ha radici più profonde legate alle aspettative sociali e lavorative. Anche senza dispositivi digitali, ci si può sentire "sempre a disposizione" di un capo, di un partner o di amici. Questo tipo di reperibilità si manifesta attraverso telefonate, richieste di presenza fisica o la semplice pressione implicita di essere disponibili. Questa condizione, a livello quotidiano, può causare un costante stato di iper-vigilanza. La mente non si rilassa mai, in attesa di un eventuale "bisogno" esterno. Ciò compromette il riposo, la concentrazione e il senso di autonomia. Psicologicamente, può portare a uno stato di esaurimento emotivo e alla perdita di identità personale, perché si vive per soddisfare le richieste degli altri. Riconoscere e stabilire limiti, anche qui, è fondamentale: la reperibilità non dovrebbe mai essere totale, né percepita come obbligatoria».

Qual è il confine tra ghosting, egoismo e burnout da iper-reperibilità digitale? C’è differenza di comportamenti a seconda del tipo di relazione che abbiamo con l’interlocutore (dating, amicizia, lavoro, famiglia)?

«Il ghosting e il burnout da iper-reperibilità digitale possono sembrare simili, ma hanno motivazioni di fondo diverse. Il ghosting è una scelta consapevole di interrompere bruscamente una comunicazione, spesso senza spiegazioni, per evitare un confronto o assumersi responsabilità emotive. È un atto che tende a ignorare i bisogni dell’altro senza considerare le emozioni altrui. Il burnout da iper-reperibilità, invece, è il risultato di un sovraccarico: chi ne soffre si sente esausto e può ritirarsi dalla comunicazione per necessità, non per mancanza di empatia. La differenza principale sta nell’intenzione: il ghosting è una fuga, il burnout è una richiesta implicita di aiuto. Il tipo di relazione incide e cambia significato all’azione stessa perché nel lavoro ignorare i messaggi può sembrare poco professionale, nelle amicizie o in famiglia può essere interpretato come disinteresse mentre in un contesto di dating spesso il ghosting viene percepito come una forma di rifiuto doloroso. In ogni caso, comunicare i propri limiti, anche in modo breve, può prevenire incomprensioni».

Come posso rispettare sia gli altri che la mia salute mentale nella comunicazione online?

«La soluzione non sta nel demonizzare la tecnologia, ma nell’imparare ad usarla consapevolmente. Creare momenti di disconnessione, impostare limiti di tempo e coltivare una comunicazione chiara riguardo alla disponibilità sono passi essenziali per proteggere sia la nostra salute mentale che la qualità delle nostre relazioni».


Come calibrare il burnout da smartphone: il decalogo dei consigli per comunicare online

Prima di stipulare un vero e proprio decalogo dei consigli per comunicare online senza perdere di vista il proprio benessere mentale, Giuseppina De Cristofaro condivide con noi una sua personale abitudine per non stressarsi troppo al cellulare: «Una piccola strategia efficace che adotto per proteggermi dall’iper-reperibilità digitale è l’uso della funzione "Full Immersion" dell’iPhone. Questa opzione mi permette di rimanere connessa alle notifiche, ma senza che il telefono squilli o vibri continuamente, creando un ambiente meno invadente e stressante. In pratica, pur ricevendo i messaggi e le notifiche, è come se avessi il controllo totale su quando e come interagire con queste informazioni. Questa scelta è fondamentale per evitare di essere sempre "attivata" emotivamente. Quando il telefono suona o vibra, anche per una notifica poco significativa, il nostro cervello entra automaticamente in modalità allerta, generando un piccolo livello di stress che si somma a lungo termine. In questo modo invece, posso decidere in autonomia quando dedicare tempo a recuperare le notifiche e rispondere, non sono costantemente sotto pressione ma posso rispondere solo quando ho il giusto spazio mentale e il tempo necessario, senza farmi travolgere dalle interruzioni. È una piccola, ma potente, protezione per la mia salute mentale, che mi permette di essere più consapevole della mia disponibilità e di rispettare i miei momenti di riposo».

Mentre questa pratica, come la mia di togliere accessi, spunte blu, online da Whatsapp è di carattere soggettivo, ecco invece i dieci consigli per tutti da tenere bene a mente quando si comunica online:

  1. Stabilisci i tuoi confini: decidi quando sei disponibile e comunica chiaramente questi limiti
  2. Non sentirti obbligato a rispondere subito: prenditi il tempo per elaborare una risposta, soprattutto se il tema è delicato
  3. Silenzia le notifiche: imposta orari in cui le notifiche non ti distraggano
  4. Comunica con empatia: ricorda che dietro lo schermo c’è una persona con emozioni e aspettative
  5. Non interpretare i silenzi digitali altrui: se qualcuno non risponde immediatamente, evita di fare supposizioni negative
  6. Evita di scrivere sotto stress: prenditi una pausa prima di rispondere se ti senti sopraffatto o irritato
  7. Usa un linguaggio chiaro e rispettoso: la comunicazione scritta può essere facilmente fraintesa, quindi sii il più chiaro possibile
  8. Chiedi il permesso: prima di iniziare una conversazione lunga o impegnativa, verifica se l’altro ha tempo e disponibilità
  9. Pratica la disconnessione: dedica momenti della giornata alla vita offline, senza sensi di colpa
  10. Rispetta i confini altrui: non pretendere risposte immediate dagli altri e accetta i loro tempi
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Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.