Partiamo dal principio. Rosmarino, basilico, burro, farina, tartufo nero, miele. No, non è la lista della spesa e nemmeno una ricetta gourmet da provare in tempi di lockdown, sono invece alcuni dei prodotti considerati "di prima necessità" secondo la legge italiana e, in quanto tali, venduti con l'IVA ridotta al 5%. Per chi si fosse persa nei meandri delle norme in materia tributaria (tranquille, vi capiamo), normalmente l'IVA è al 22% ma vengono fatte delle eccezioni per quei prodotti di largo consumo e essenziali per la vita delle persone. Va da sé che l'IVA più alta dovrebbe valere solo per prodotti extra e non certo di uso comune e infatti troviamo viaggi, trattamenti estetici, tablet e cose del genere. Peccato che, tra questi beni evidentemente non essenziali, ci siano anche gli assorbenti e i dispositivi igienici per le mestruazioni. Oh, yes: ecco a voi servita la tampon tax.

Di tampon tax (ma anche di period poverty) si parla ormai da anni, almeno da quando la menstrual revolution è scoppiata definitivamente e ci siamo stufate una volta per tutte dei tabù e delle discriminazioni legate al ciclo, della vergogna nel parlare di mestruazioni in pubblico e di secoli di stigma sul sangue mestruale (con commenti del tipo "Sei nevosa? Hai il ciclo?" annessi e connessi). Tanto per dire: in alcuni Paesi come l'India o alcune zone dell'Africa, le ragazze non vanno a scuola quando hanno le mestruazioni per mancanza di dispositivi sanitari, ma pure nel Regno Unito il 10% delle ragazze tra i 14 e i 21 anni dichiara di non potersi permettere gli assorbenti.

C'è da dire che in questi anni molte cose sono cambiate: pensiamo alla foto di Kiran Gandhi che corre la maratona di Londra con il sangue che le scorre lungo le gambe per sensibilizzare sul tema o al documentario Period. End of sentence che ha vinto l'Oscar nel 2019 o ancora a Pantone che lancia il colore Red Period e a Whatsapp che introduce l'emoticon con la goccia di sangue. Ma - cultura pop a parte - i passi avanti più importanti sono quelli fatti a livello di associazioni che si occupano di fornire assorbenti a chi ne ha bisogno, di movimenti che si battono per ridurre questa discriminazione e di scelte governative che finalmente sembrano andare nella direzione giusta. La Scozia, ad esempio, proprio in questi giorni ha approvato all'unanimità una legge che prevede che gli assorbenti vengano distribuiti gratis (sì avete capito bene) per combattere la povertà mestruale. Insomma: c'è speranza, non disperiamo.



Ma arriviamo ora alle note dolenti e alla domanda che tutte ci stiamo facendo: e in Italia? In Italia - spiace dirlo - su questo fronte c'è da mettersi le mani nei capelli senza se e senza ma. Negli anni ci sono stati dei tentativi di cambiare le cose e ridurre l'IVA sugli assorbenti (una proposta era stata avanzata nel 2016 da Giuseppe Civati allora leader di Possibile, ndr) ma sono tutti miseramente falliti. Siamo addirittura arrivati al punto in cui Francesco D’Uva, capogruppo alla Camera dei Deputati del Movimento 5 Stelle, ha consigliato alle donne di usare la coppetta mestruale più economiche e green e una riduzione dell'IVA c'è in affetti stata ma solo per assorbenti biodegradabili e coppetta appunto che, però, rappresentano solo l'1% dei prodotti per l'igiene mestruale acquistati. Caro Uva - verrebbe da dire - ha mai sentito parlare del detto femminista my body my choice? Ecco: la coppetta non è certo la soluzione adatta a chiunque e in ogni caso fa specie che sia un uomo a decidere del nostro ciclo mestruale.

Una buona notizia sul fronte italiano è arrivata, invece, da Firenze dove il consiglio comunale ha recentemente approvato una mozione per sollecitare il governo a catalogare assorbenti interni, esterni e coppette mestruali come beni essenziali. Sarebbe ora infatti che il governo italiano si decidesse di affrontare questa ingiustizia una volta per tutte e in questo senso l'organizzazione WeWorld Onlus si sta impegnando per fermare la tampon tax con una petizione. Secondo i dati pubblicati da Nielsen, il mercato italiano degli assorbenti mestruali ammonterebbe a 515 milioni di euro. Dunque, per portare l’IVA dal 22 al 5% sarebbero necessari 72 milioni di euro, una cifra sostenibile che potrebbe essere inserita nella legge di Bilancio. C'è tempo fino al 5 dicembre per firmare la petizione: facciamoci sentire. E per il resto, dita incrociate.

Headshot of Elisabetta Moro

Nata a Padova, vivo tra Londra e Milano. Dopo la laurea in Giurisprudenza, mi sono specializzata in Studi di Genere con un Master in Women’s Studies nel Regno Unito. Oggi scrivo di attualità, costume e pop culture, focalizzandomi in particolare su tematiche legate al femminismo, alle questioni di genere e ai diritti civili.