Se avessi seguito il mio istinto da diciottenne, ora mi ritroverei con verso di un brano dei Pink Floyd tatuato sul piede sinistro. In "High Hopes", contenuto nell'album del 1994 The Division Bell, David Gilmour cantava: "Running before times took our dreams away". Anche se non c'era più Syd Barret da un po', qualcosa di quella combinazione letteraria mi convinceva a volerlo sul corpo. Per fortuna non lo feci, così come a 23 anni non mi scrissi sotto al seno destro una parola in alfabeto cirillico. Nonostante esistesse un pattern filosofico e semantico – "Nadezda", in russo, significa speranza – ad oggi sono sollevata e contenta di aver mantenuto intatta dagli inchiostri la mia pelle.



Non perché non ami i tatuaggi, non perché non mi piaccia più il punk rock o le lingue slave, ma perché non mi rappresenterebbero più le rese di quei concetti sul mio corpo a livello estetico. Per questo, quando mi viene il pensiero intrusivo, ancora oggi, di tatuarmi un Pokémon fairy sul braccio, mi fermo a riflettere finché non mi sembra di averlo fatto a fondo, abbastanza. Per bilanciare la mia comunque esistente voglia di riempirmi la pelle di disegni colorati, me la faccio bucare ovunque e riempire di piercing; alcune amiche, invece, mi hanno sempre consigliato di aspettare almeno uno o due anni dall'idea di un tatuaggio e farlo solo in quel momento, se ne si è ancora convinti.

C'è chi dei propri tatuaggi non si pente mai e va bene così, c'è chi che crescendo afferma che quelli che si è fatto non lo rispecchiano più, ma che va bene così perché gli ricordano comunque un momento preciso della propria vita. Alcuni, invece, non si rivedono proprio più: il rapporto con la propria identità e il proprio corpo è cambiato e, così, scelgono la terza via, quella della rimozione dei tatuaggi.

Se ne inizia a parlare sempre di più, ma non è ancora diffusissima; tante sono le domande, incerte sono le emozioni e le sensazioni che un percorso simile può generare nella quotidianità delle persone. Ma una cosa è certa: sarà una richiesta sempre più comune e diffusa. Davide Corsini, creator beauty e skincare noto su Instagram e TikTok, ha parlato della sua esperienza con il laser e le sedute di rimozione tatuaggi proprio attraverso le piattaforme. I suoi canali sono «uno spazio autentico in cui poter essere semplicemente me stesso». Ogni giorno condivide consigli, tecniche e piccoli gesti di cura con l'idea che «migliorarsi significhi prima di tutto imparare ad amarsi e che prendersi cura di sé possa essere un atto semplice e quotidiano, che aiuti a sentirsi speciali».

Con lui abbiamo esplorato insieme questa decisione, approfondendone il lato emotivo ed identitario, così che la sua esperienza personale possa diventare anche collettiva, informare e servire. Di seguito, la nostra intervista.

Il rapporto con il corpo tatuato e il racconto emotivo e identitario della rimozione dei tatuaggi con il laser: l'esperienza di Davide Corsini

Torniamo all'inizio: chi eri quando hai fatto il tuo primo tatuaggio e cosa rappresentava per te in quel momento?

«Ero un ragazzo di vent'anni che scelse di incidere una frase che parlasse di sè: tutto ciò che mi emoziona lo vivo a trecentosessanta gradi. Era una promessa: restare aperto alle emozioni e seguire sempre il cuore».

Come sono arrivati gli altri?

«Sono arrivati anni dopo, legati ai momenti importanti che stavo vivendo».

Quando hai iniziato a sentire che quei tatuaggi non ti rappresentavano più? È stato un momento preciso o qualcosa che è cambiato lentamente dentro di te?

«Crescendo e maturando è cambiata la mia vita e anche il modo in cui desideravo percepirmi».

Come e perché sei arrivato alla decisione di rimuoverli? Cosa ti ha davvero spinto a scegliere di non averli più?

«Negli ultimi anni mi sono evoluto verso uno stile pulito. I tatuaggi sulle braccia, con certi capi, rompono l'armonia e mi fanno sentire lontano dall'immagine che desidero».


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Quali sono state le sensazioni che hanno caratterizzato le sedute di rimozione, quel periodo di cambiamento?

«È stata una liberazione da qualcosa che oggi non sento più mio e che non mi appartiene».

Hai raccontato questo percorso su TikTok: quanto è stato importante condividere la tua storia in questo modo?

«È stato molto importante: prima di iniziare io stesso cercavo risposte che non trovavo condividere il mio percorso è diventato un gesto di cura, per offrire agli altri chiarezza e informazioni».

Che rapporto hai con il tuo corpo? Che cos'è per te il corpo? Oggi ti senti più vicino alla tua idea identità estetica o è semplicemente in una nuova fase?

«Abbiamo un rapporto fatto di amore e odio: inseguo spesso la perfezione, soprattutto nella pelle, che mi ha messo alla prova. Oggi piano piano mi sto avvicinando alla versione di me che desidero essere».

Se potessi parlare con il te che ha fatto quei tatuaggi, cosa gli diresti oggi? Tornando indietro, li rifaresti ti hanno in qualche modo portato a essere la persona che sei oggi o preferiresti evitare?

«Gli direi di rifletterci bene perché potrebbe pentirsene. Non per il significato che racchiudono, ma perché restano per sempre: nel tempo cambiamo, cresciamo, diventiamo altro e semplicemente alcune scelte non ci rappresentano più».

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Headshot of Elena Quadrio

Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.