Quando le chiediamo che cosa rappresenti, per lei, il corpo nel nuoto ci risponde che è l'espressione massima della sua identità. In acqua sono solo lei e lui, senza carrozzina, senza ausili di sorta. Forse è proprio per questo che Giulia Ghiretti, campionessa paralimpica in carica, con la medaglia d'oro nei 100 rana Sb4 alle Paralimpiadi di Parigi 2024, ha scelto quella del nuoto come disciplina: «Si tratta dell'unico sport paralimpico dove sei tu da solo con il tuo corpo, – racconta – non sono sorpresa dalle possibilità che mi ha dato, perché è il risultato di scelte ben precise: i limiti sono oggettivi, le possibilità sono sotto gli occhi di tutti. Per me il corpo nel nuoto resta tutto, senza non sarei un'atleta».



Il palmarès della nuotatrice italiana conta ben 30 medaglie internazionali tra Europei, Mondiali e Paralimpiadi (detiene il record del mondo nei 50 farfalla S5 in vasca corta, ha vinto tre volte consecutive il Mondiale nei 100 rana). A 16 anni, durante un allenamento di ginnastica artistica al trampolino elastico, un salto è andato storto, causandole una lesione alla colonna vertebrale. Il suo approccio al corpo che cambia – le parti che usa e quelle che non usa – è consapevole, autentico, umano, come si evince dal titolo della sua autobiografia, Sono sempre io, scritta con il giornalista Andrea Del Bue ed edita da Piemme.

Parte del gruppo sportivo Fiamme Oro e laureata in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano, in questo periodo è Ambassador alle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 (dal 6 al al 15 marzo): abbiamo chiacchierato con lei che ci ha parlato di come ha vissuto, e continua a vivere, il rapporto con il proprio corpo dopo l'incidente e di cosa significhi essere un'atleta paralimpica in Italia nel 2026.


Corpi che cambiano: l'intervista alla campionessa paralimpica di nuoto Giulia Ghiretti

C'è stato un momento in cui hai capito che il tuo corpo non sarebbe più stato "quello di prima"? Come è cambiata, nel tempo, la relazione con lui?

«Quel momento è stato subito dopo l'intervento chirurgico d'urgenza, la sera stessa in cui, per un salto sbagliato sul trampolino elastico, nel 2010, sono caduta male sul tappetone e mi è esplosa una vertebra. Avevo ancora l'anestesia in circolo, ero sul letto, nella stanza d'ospedale. Chiesi a mia madre se sarei stata in grado di tornare a saltare e lei, con una crudezza che ancora ringrazio, mi disse che non solo non sarei tornata a saltare, ma nemmeno a camminare. Ho quindi dovuto riadattarmi al mio nuovo corpo, tutto da scoprire. Al mio corpo ci tengo, anche la parte che non uso è parte di me. Sto molto attenta alle gambe, anche se non sento nulla dall'ombelico in giù. Ma ero atleta prima e ho continuato a esserla dopo: ho un buon rapporto con il mio corpo e non faccio mai paragoni con quello di prima, anche perché è sempre lo stesso, benché risponda in maniera differente».

Dopo l'incidente, ti sei mai sentita definita più dalla tua disabilità che dalla tua persona? Se sì, quando hai ricominciato a percepire la tua identità completa relativa non solo a ciò che ti era accaduto?

    «Anche grazie alla riabilitazione, lunga e faticosa, ho imparato a percepirmi in continuità, come Giulia. La disabilità, infatti, è veramente negli occhi di chi ti guarda e io di occhi addosso ne ho sentiti molti, questo sì. Col tempo sempre meno, però: forse sono cresciuta io, acquisendo più sicurezza e consapevolezza, forse anche i risultati sportivi hanno influito, così come l'autonomia che ho sempre cercato di avere che potrebbe aver influenzato gli altri. Percepisco immediatamente chi si relaziona con me soltanto in funzione della mia disabilità: da queste persone, che sono fortunatamente sempre meno, cerco di stare alla larga».

    Essere una donna atleta paralimpica significa anche confrontarsi con uno sguardo sociale molto preciso sul corpo femminile. Ti è mai capitato di sentirti osservata, giudicata o raccontata in modo riduttivo? E se hai risposto, come lo hai fatto?

      «Sì, mi è capitato. Mi sono sentita molto osservata, soprattutto in passato, e il giudizio è tutto in quello sguardo. Sono anche stata raccontata in maniera riduttiva per via della carrozzina, che è un mero strumento. Sempre più di rado, per fortuna, ma è ovvio che la carrozzina ha condizionato certe narrazioni, o pesantemente pietistiche, o fastidiosamente eroiche.

      Come mi comporto? Guardo oltre, cercando di sensibilizzare un po' ogni volta che ho un microfono in mano. Per fortuna vivo anche approcci naturali e autentici; per esempio ricevo anche complimenti sinceri: mi dicono che ho un bel fisico, per esempio notano e apprezzano la schiena dritta e le spalle larghe. Che, mi piace pensare, siano elementi fisici ma anche metaforici, simbolo di un approccio alla vita nella quale cerco di non nascondermi mai».

      Hai vissuto una forma di lutto per il corpo che avevi? Se sì, quando hai smesso di paragonarti a quella versione di te?

        «Non ho mai desiderato il corpo di prima, quindi non ho mai vissuto nel paragone costante con la Giulia che aveva le gambe che funzionavano. Penso sempre che sia merito di quelle parole di mia madre, che mi hanno messo sin da subito di fronte alla realtà. Sono una persona razionale: mi serviva quell'approccio. Conta il qui e ora, per costruire il futuro. Sono sinceramente una persona appagata, non vorrei una vita diversa. Certamente ho le mie paure, le mie frustrazioni, i miei pensieri, ma nessuno di questi riguarda l'insoddisfazione per un corpo che vorrei diverso: mi piaccio, sono io».

        C'è una parte del tuo corpo che oggi senti più tua di prima? E una che hai dovuto imparare ad amare?

        «Sicuramente le spalle sono diventate fondamentali. Insieme alle braccia sono la mia forza motrice nella vita di tutti giorni e in piscina. Sono il motore di Giulia dentro e fuori dall'acqua, dell'atleta e della persona. Mi piacciono: larghe, muscolose, scolpite. Devo stare attentissima, ovviamente: se iniziano a non funzionare quelle, sono problemi. Per il resto, non ho mai odiato nulla, quindi non ho dovuto imparato ad amare nulla. Certamente le mie gambe sono bistrattate: ma non da me, dagli altri».

        Quando gareggi, il tuo corpo in corsia è anche un messaggio? Che cosa speri che le persone vedano davvero, al di là della narrazione "dell'eroina" o della "ragazza coraggiosa"?

        «Io vorrei che si vedessero le stesse cose che si vedono per un'atleta senza disabilità. D'altra parte una nuotatrice non ha il fisico scolpito, i muscoli, le spalle larghe? Ecco, mi piace questa narrazione, dello sportivo, in salute, che si allena, fatica e ha un fisico preparato per la prestazione agonistica. Vorrei non si vedessero altre sfumature».

        Che cosa significa per te prendere parte in qualità di Ambassador a Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026? Che emozioni ti sta lasciando questa esperienza?
        «Un onore, una gioia, una responsabilità. Essere Ambassador significa aver fatto qualcosa di buono nello sport, con l'approccio corretto, al di là dei risultati: è un riconoscimento molto gratificante. Dall'altra pare, però, c'è la consapevolezza di essere un esempio, con tutto quello che comporta. Innanzitutto, infatti, essere ambassador per me è un'identità quotidiana. Parlo di sport, dei suoi valori, di quanto può dare alle persone e a un sistema, tutti i giorni, con tutti. Lo sport è la mia vita. Ci sono stata per le Olimpiadi, vedendo tante gare, così per le Paralimpiadi, facendo altrettanto. Sia da atleta in gara, sia da spettatrice, lo spirito olimpico si sente: è quel fuoco che ho avuto l'onore di portare, accendendo da tedofora il braciere nella mia città, Parma; quel fuoco che unisce i popoli nel segno del rispetto».

        I beauty must-have secondo Cosmopolitan
        Latte corpo profumato
        L'OCCITANE - Latte corpo profumato
        Olio secco corpo e viso
        REVEE - Olio secco corpo e viso
        Ora in sconto del 12%
        Lozione autoabbronzante progressiva
        Tan Luxe - Lozione autoabbronzante progressiva
        Gel doccia Bergamotto e Hinoki
        Salt and Stone - Gel doccia Bergamotto e Hinoki
        Headshot of Elena Quadrio

        Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.