Nel carosello infinito di trend skincare che spopolano su TikTok e Instagram, ce n'è uno che negli ultimi mesi ha preso piede con insistenza: le intimate masks. Maschere pensate per la vulva, per il pube, per la pelle delicatissima della zona genitale, che promettono idratazione, lenimento, uniformità del tono e persino luminosità. Si presentano in bustine dai colori pastello, spesso con design minimal-chic, e vengono mostrate nelle solite clip da 15 secondi dove tutto appare innocuo, carino, autoindulgente. Il messaggio è sottile ma diretto: la tua vulva ha bisogno di self-care, è questa la nuova frontiera.
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Sui social il tag #intimatemask conta milioni di visualizzazioni. Alcune creator giurano che non potrebbero più farne a meno, che queste maschere le fanno sentire più fresche, più curate, più femminili. Ma dietro il boom virale e l' estetica che lo accompagna, si apre una questione ben più ampia e meno patinata: davvero servono? A chi giovano? Ci stiamo solo spingendo, ancora una volta, verso un'idea di corpo femminile che, per essere accettabile, deve essere sempre più perfetto, rifinito, controllato, ma soprattutto non naturale, persino nella sua parte più intima?
Tutto sulle maschere intime: servono davvero?
A differenza di altri prodotti legati all'igiene intima, le maschere non hanno alcuna reale funzione medica. Sono, come dichiarano le stesse aziende produttrici, trattamenti di "skincare vulvare", simili a quelli che applichiamo sul viso: formule con aloe, acido ialuronico, centella asiatica, camomilla, tutte sostanze lenitive e idratanti che però non sono necessarie per mantenere in salute la vulva. Il corpo, specie quello femminile, ha una straordinaria capacità di autoregolazione. La vulva, come la vagina, non ha bisogno di essere "purificata", "rigenerata" o "rassodata". Ha bisogno solo di essere rispettata.
Non è strano che il mercato cerchi spazi sempre nuovi e l'estetica è terreno fertile: da qui il boom di cosmetici per la vulva. Per vendere, infatti, è necessario creare dei bisogni e delle insicurezze nei consumatori, da colmare, ma solo temporaneamente, con prodotti ad hoc, sempre più costosi.
È vero che in certe condizioni, come dopo la menopausa o in chi utilizza contraccettivi ormonali, l'uso di prodotti idratanti e lenitivi può avere un senso. Del resto, anche in ginecologia esistono rimedi mirati per chi soffre di secchezza cutanea vulvare. Tuttavia, trattare solo l'esterno senza considerare la vulva in connessione con la vagina ha poco significato: profumi e fragranze possono finire inoltre per irritare le mucose e alterare l'equilibrio naturale. Le formule schiarenti o deodoranti "di bellezza" non trovano poi alcuna giustificazione clinica. Al contrario, sono considerate insensate e potenzialmente dannose: sbilanciano il pH e la flora batterica, favorendo irritazioni, allergie, secchezza o infezioni ricorrenti. In chi usa spesso prodotti per l'igiene, depilazione frequente o proteggi-slip, si rischia di innescare un circolo vizioso in cui il malessere viene tamponato con altri cosmetici, senza risolvere il problema. In casi di fastidi reali, come pruriti, dolori o odori anomali, l'automedicazione può ritardare diagnosi importanti.
Il punto, come accennato, non è però solo scientifico, ma culturale. Mentre ci raccontano che queste maschere sono un gesto d'amore per noi stesse, si fa sempre più strada il sospetto che siano l'ennesimo tentativo di trasformare in imperfezione qualcosa che è semplicemente naturale. L'iper-cura, quando diventa prescrittiva, quando suggerisce che c'è sempre qualcosa da migliorare, da sistemare, da trattare, rischia di essere solo una nuova forma di pressione estetica travestita da empowerment. "Rendi la tua vulva luminosa", "riaccendi la sua bellezza naturale", "donale nuova vitalità", sono inoltre tutte espressioni che insinuano che lo status quo non sia sufficiente, che il corpo femminile, per essere degno, debba passare attraverso un filtro estetico costante, che è quello dello sguardo altrui, maschile. I claim dei brand promuovono poi, quasi sempre, il ringiovanimento delle donne (qui persino nelle zone genitali), infantilizzandone il corpo e percorrendo standard culturali irrealistici e dannosi, volti a riconfermare l'ideale di bellezza femminile fanciullesco, demonizzando invece l'invecchiamento. Una donna può essere bella solo da bambina, ma per chi?
Molto più sensato, per la maggior parte dei casi, sarebbe ascoltare i segnali del corpo e rivolgersi ad un professionista quando serve, invece di lasciarsi guidare da sollecitazioni estetiche mediatiche ed industriali. Ma soprattutto, molto più sensato sarebbe ricostruire, riappropriandosene, la narrazione di bellezza.
Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.















