Letteralmente "Brillare, risplendere". Negli ultimi anni, il termine inglese glow up ha conquistato internet, assumendo il significato di un teorico miglioramento della propria quotidianità, dai fashion ai beauty look, dal benessere all'autostima. Qualcosa che tutti, indistintamente, possono fare per raggiungere l'agognatissima, a volte noiosa "versione migliore di se stessi".

Come accade per molti dei fenomeni social che diventano seguitissimi su piattaforme come Instagram, TikTok e Pinterest, ancor più se legati alla sfera femminile, a distanza di qualche periodo, poi, ne si osservano i risultati. E come sempre più spesso succede, quelle che dovevano essere note positive, si scoprono in realtà aver creato gravi danni, psicologici e non, specialmente nei confronti delle donne. Diverse creator o influencer stanno esponendo ora i lati negativi e tossici della cultura del glow up, consigliando invece di fare l'esatto opposto: il glow down. Sul web, dove i trend si rincorrono alla velocità della luce, il glow down sembrerebbe quindi la nuova frontiera del beauty. Ma ha davvero senso rendere il glow down una tendenza?

Perché il glow down è il nuovo glow up

Alivia D'Andrea è una Youtuber statunitense di 23 anni. Come racconta The Cut, quando ne aveva 17, dopo aver sviluppato l'acne e messo su un po' di peso – tipici effetti della pubertà –, ha deciso di dedicarsi completamente al suo glow up. "Le cose andavano molto bene, il ragazzo di cui ero innamorata aveva iniziato a interessarsi a me. Poi all'improvviso, mi è venuta l'acne cistica e lui è scomparso", racconta la creator. Ben presto, D'Andrea ha stilato un elenco di obiettivi: perdere peso, fare esercizio fisico, idratarsi costantemente, migliorare l'estetica della sua camera da letto, trovare il suo stile personale e sbiancare i denti. Così, ha iniziato a modificare drasticamente le sue abitudini alimentari e di skincare, ad assumere isotretinoina (farmaco contro l'acne), bere quasi un litro di acqua prima dei pasti per "ridurre gli attacchi di fame" e allenarsi quotidianamente, documentando la sua ricerca della bellezza sul suo canale YouTube. Da ottobre 2018 a luglio 2020, ha pubblicato 16 video dei suoi momenti "più profondi e dolorosi" in una docuserie intitolata Glow Up Diaries. Nonostante D’Andrea fosse visibilmente una ragazza in difficoltà, i video erano cosparsi di citazioni motivazionali (abbastanza problematiche), come ad esempio: "Tu crei te stesso. Al fondo della pigrizia, dell’insicurezza, della paura e del dubbio ci sei tu". Poi è scomparsa dalla piattaforma per tre anni. Nel 2024, è tornata su YouTube, ma questa volta per raccontare ai suoi oltre 2 milioni di iscritti come l'ossessione per il glow up le avesse completamente rovinato la vita.

La giovane youtuber ha dovuto scoprire sulla propria pelle il caro prezzo che le avrebbe riservato diventare la versione "dopo" di una sua foto "prima". "Ho riversato tutto il mio amore e la mia attenzione nella versione idealizzata di me stessa, mentre trascuravo e maltrattavo la persona che ero nel momento presente". Se inizialmente i seguaci di D'Andrea applaudivano i suoi sforzi e il suo glow up, presto e purtroppo hanno cominciato a rivolgerle commenti d'odio. "Ho smesso di postare su YouTube e sono entrata in depressione, non avevo più la volontà di continuare perché pensavo: se non riesco a essere la versione migliore di me stessa, la vita non ha senso". Solo abbandonando la mentalità da glow upper, la creator è riuscita a rimuovere il desiderio per il miglioramento fisico ed estetico dal centro della propria vita: "Il glow up era l'unica cosa che conoscevo. Non avevo obiettivi al di fuori di questo". Dopo anni, oggi, dedica più tempo ad attività che la soddisfino: lo storytelling su YouTube, la letteratura, la danza e la vita sociale.

Ma D'Andrea non è l'unica ad aver abbandonato l'ossessione per il glow up: sempre più creator, come Cherry Tung, Amy Chung o Haley Pham (che nel suo "glow up al contrario" si è levata i piercing, ha smesso di tingersi i capelli, farsi le unghie o le extension alle ciglia, attività che svolgeva costantemente da cinque anni), stanno pubblicando via social i loro rimpianti, documentando l'inversione di rotta delle abitudini "migliorative", accettando invece il loro definitivo glow down.

Ha davvero senso rendere il glow down una tendenza?

Il dibattito culturale che scaturisce dai trend social si concentra ora su quanto abbia senso rendere la pratica del glow down una cosa cool, romanticizzarla, estetizzarla. Da un lato, la risposta potrebbe essere positiva (soprattutto quando si tratta più di un ossessione che di un piacere genuino). È stato pubblicato da poco Pixel Face di Ellen Atlanta, un libro che spiega come e quanto faccia male alle ragazze la cultura della bellezza nell'era digitale, mentre l'intellettuale Naomi Wolf criticava il mito estetico già negli Anni '90. Disinvestire in quelle pratiche che richiedono alle donne sforzi e disagi enormi al fine di rientrare precisamente in dei binari estetici, predefiniti e prestabiliti da qualcun altro, non può che essere una delle strade per il raggiungimento della loro libertà. Ma dall'altro, il pericolo è che l’esistenza stessa del glow down tenderebbe solamente ad alimentare un'ideologia controversa, in cui le nostre vite hanno senso unicamente in termini binari, solo se inseriti in un contesto dove i parametri variano unicamente da più a meno hot. Da Glow up a glow down.

Dopotutto, in una società dove è un dato di fatto che il pretty privilege renda più semplice la vita, dove perdere peso e avere corpi e visi conformi possa favorire condizioni migliori a scuola o sul posto di lavoro, o ancora, più banalmente, fare in modo di venire trattati con rispetto, non si può veramente incolpare chi sceglie di migliorarsi, anche esteriormente. La soluzione forse si potrebbe allora ricercare nell'attribuzione della responsabilità del malessere attorno al concetto di bellezza in chi veramente ce l'ha, che non è D'Andrea (in questo caso specifico) né chiunque altro ami il mondo del beauty e le sue interpretazioni; dipingersi le unghie e cullarsi con una crema idratante; definire un riccio con un balsamo o stendersi l'ennesimo strato di gloss a una festa tanto attesa. Forse bisognerebbe solo smettere di decidere come devono essere gli altri: la versione migliore di noi stessi è quello che siamo per davvero. Autodeterminarci, scegliere consapevolmente cosa ci piace e cosa ci accende è l'unico vero glow up di cui abbiamo bisogno.

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Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.