Gaia Dellaquila ricorda un momento preciso della sua adolescenza a cui ricondurre la sua passione per il make-up. Già da bambina era rimasta affascinata dalle tendenze beauty Early 2000 che si adagiavano, soffici ed energiche, sul viso della madre: sopracciglia fini, ombretti shimmer, matita nera sfumata, ma è davanti a MTV – come spesso accade per Millenials e Gen Z –, che ha davvero capito chi era, la persona che sarebbe diventata.



Era il 2010 e sullo schermo della sua televisione a Barletta, in Puglia, trasmettevano il videoclip di "Just Dance" – nell'equazione del nostro percorso di formazione Lady Gaga è un'altra variabile ricorrente: «Non era solo la musica ad attirarmi, ma soprattutto il modo di usare il trucco o gli abiti come forma di espressione», racconta. Nelle immagini che accompagnano il brano, Gaga appare con un adesivo blu a forma di fulmine, proprio sotto l'occhio destro, in quello che è un riconoscibile e riuscito omaggio all'iconica copertina di Aladdin Sane, del suo idolo David Bowie.

Di Bowie, di make-up e di musica – vanta già diverse partecipazioni al Festival di Sanremosi compone l'universo artistico della make-up artist classe 1999, che fa della contaminazione tra i generi, della libertà e del suo istinto, la sua linfa vitale, il suo modus operandi: «Tutto nasce grazie ai miei genitori, che mi hanno sempre cresciuta in mezzo all'arte. Ho iniziato con la musica: mi hanno sempre spinta a suonare, a disegnare e a dipingere. La creatività è sempre stata il mio modo naturale di esprimere i miei sentimenti». Di fatti, alle medie e al liceo linguistico, mentre seguiva le lezioni, riempiva le pagine di dei quaderni di designi, a fianco a quella dedicata ai compiti; le star e il loro styling ci sono sempre stati, da ragazzina giocava a vestire le bambole su Stardoll.

Il vero punto di svolta arriva nel 2018: «Sentivo di avere tanto da dare e che la mia città mi stava stretta. Con il consiglio e supporto mentale di mia sorella ho deciso di iscrivermi a una scuola di make-up e di trasferirmi a Milano. Quello che all'inizio era quasi un pretesto per andare via, si è trasformato in una scelta saggia». Così, è come nasce una make-up artist, ma comunque consolidata, a Milano, città in cui arrivare «non è semplice. Ho fatto (e sto ancora facendo) la mia gavetta, costruendo tutto giorno per giorno». Il suo stile naturale e sofisticato. Le piace valorizzare i volti senza stravolgerli, lavorando sui dettagli e sull'equilibrio. «Per me il make-up deve accompagnare la persona, non sconvolgerla. Mi piace lavorare con volti diversi e con identità diverse». Ama il make-up femminile, soprattutto quando riesce a essere elegante e consapevole, ma allo stesso tempo trova molto stimolante lavorare con gli uomini: in quel caso il trucco diventa ancora più essenziale, preciso (e difficile). In generale, però: «Ciò che mi dà più soddisfazione è riuscire a tirare fuori il meglio di chi ho davanti, indipendentemente dal genere, rispettando sempre l'identità e la naturalezza del volto. Sul set cerco sempre di farmi apprezzare non solo per la professionalità e per il mio lavoro, ma soprattutto per la persona che sono: per me il lato umano del lavoro è importante quanto la tecnica».

Per Dellaquila il make-up è come il testo di una canzone di Bowie, che grazie alla sua esperienza, tra trucco e grooming maschile, riesce a tradurre sui volti di celeb come Bianca Balti, Marracash, Blanco, Chiello, Balotelli, Fabri Fibra, Tony Effe, Olly, Anna Pepe e tantissimi altri. Nella nostra intervista ci racconta cosa significa essere giovani nel make-up, che sfide bisogna affrontare nell'intraprendere questa carriera e cosa conta, in fondo, davvero.

Gaia Dellaquila: intervista alla make-up artist tra beauty, musica e moda

Fashion e musica. Shooting editoriali, copertine di riviste, cover di album, make-up look per apparizioni e ospitate. Qual è la cosa che ti piace più fare del tuo lavoro? Come si differenziano queste esperienze?

«La cosa che mi appaga di più del mio lavoro è la possibilità di viaggiare e conoscere continuamente persone nuove. Sono una persona molto espansiva ed estroversa e il confronto umano è una parte fondamentale di ciò che faccio. Ogni set e ogni progetto sono come aprire una scatola chiusa ed è questo che rende il mio lavoro stimolante e intrigante. Le esperienze nel mondo fashion e in quello musicale hanno energie molto diverse. Negli shooting editoriali e nelle copertine di riviste c'è un grande lavoro di costruzione estetica, di equilibrio tra concept, styling e make-up: tutto è molto studiato, preciso, quasi "architettonico". Nel mondo della musica, invece, sento una libertà più istintiva. Il make-up diventa uno strumento di identità: serve a raccontare l'artista, il suo mood e il momento che sta vivendo. Che si tratti di una cover di un album o di un'apparizione pubblica, il trucco accompagna la performance e ne amplifica il messaggio. Il mio approccio non è mai quello di stravolgere, ma di enfatizzare l'identità dell'artista, valorizzando ciò che già comunica in modo naturale».

Cosa significa essere una make-up artist giovane in questi ambienti? Quali sono le sfide maggiori e le principali soddisfazioni di questo mestiere?

«Significa crescere in un contesto estremamente veloce, competitivo e iperconnesso. La nostra generazione vive una pressione costante: quella di dover dimostrare subito qualcosa, di essere sempre visibili, produttivi e all'altezza, soprattutto in una città come Milano, dove tutto sembra muoversi più in fretta. La sfida più grande è riuscire a rimanere focalizzati sul proprio percorso, senza farsi risucchiare dal confronto continuo o dall'illusione di "dover arrivare" in tempi brevissimi. Per me è fondamentale mantenere un equilibrio tra ambizione e consapevolezza, imparando a godermi i risultati senza mai perdere la voglia di crescere e mettermi in discussione. Allo stesso tempo, essere giovani è anche un grande punto di forza: c'è più libertà di sperimentare, di contaminarsi tra linguaggi diversi e di portare uno sguardo fresco sui set. La soddisfazione più grande resta il lato umano: sapere di contribuire a un ambiente di lavoro positivo e rendere felici le persone con cui collaboro è ciò che, alla fine, dà davvero valore a questo mestiere».

Lavori con tanti musicisti, anche al Festival di Sanremo. Quest'anno ci sarai? Ci racconti cosa si prova nel vedere gli artisti esibirsi sul palco con i beauty look creati da te?

«Sì, assolutamente. La musica è sempre stata una parte fondamentale della mia vita e poter lavorare in questo mondo, oltre a quello del fashion, per me è naturale. Sanremo rappresenta il punto di incontro perfetto tra musica, immagine ed emozione, ed è per questo che lo sento molto vicino. In qualche modo mi ricorda Barletta, la città in cui sono nata: oltre per il mare in città, durante quella settimana tutto è intenso, concentrato, familiare e ti senti completamente dentro a quello che stai vivendo. La mia partecipazione a Sanremo è stata "battezzata" dai Bnkr44, il secondo anno ho lavorato con Olly, mentre per quanto riguarda quest'anno è ancora top secret.

Non ti nascondo che, alla fine di ogni settimana, ho sempre provato un senso di tristezza e malinconia nel lasciare Sanremo, consapevole di dover dire addio a giorni di convivenza intensa con persone che, in poco tempo, diventano quasi una famiglia. È un'esperienza che lascia davvero il segno. Rafforza amicizie, crea legami professionali e non fortissimi e ti mette a confronto con un'energia unica. In quei giorni Sanremo diventa una piccola Milano: incontri colleghi ovunque, tra hotel, Ariston e feste. E sì, si mangia anche tantissimo cibo ligure buonissimo, che non guasta mai. Vedere un artista salire sul palco con un beauty look costruito insieme a lui e al team è una sensazione difficile da spiegare: un mix di orgoglio, adrenalina ed emozione pura».

Quali sono stati i beauty look che hai preferito realizzare in assoluto nella tua carriera?

«In realtà non ne ho uno preferito in senso assoluto. Ogni progetto ha un valore diverso, legato al momento, alle persone e all'energia del set. Quello che amo di più del mio lavoro non è ripetere uno stile, ma adattarmi e costruire ogni volta qualcosa di nuovo. Mi rimangono più impressi i look nati da una forte collaborazione, quando c'è fiducia e dialogo con il team o con l'artista/talent. Se devo scegliere, i look che mi soddisfano di più sono quelli che sembrano "naturali", anche quando sono strutturati: quelli in cui la persona si sente a proprio agio e porta il look davanti alla camera con sicurezza. Per me il successo di un beauty look sta proprio lì».

Come funziona il tuo processo creativo? Da chi o da che cosa prendi ispirazione?

«Parto sempre dall'ascolto. Prima ancora di pensare a un look, mi interessa capire chi ho davanti: la persona, il contesto, il progetto e il momento che sta vivendo. Da lì inizio a costruire qualcosa che abbia senso e che sia coerente con la sua identità. Mi ispiro molto all'attitudine degli artisti e all'energia che si crea sul set. Anche il dialogo con il team (stylist, fotografo, direzione creativa) è fondamentale. A livello visivo traggo ispirazione dall'arte, dalla moda, ma anche da immagini quotidiane, momenti di vita, dettagli, viaggi, atmosfere. Non cerco mai di replicare qualcosa di già visto: preferisco filtrare le influenze e trasformarle in un make-up che sembri naturale, attuale e vissuto, più che costruito».

Ti occupi spesso di grooming per uomini. In che cosa consiste? In che modo questa cura valorizza l'estetica maschile?

«Il grooming maschile è un lavoro molto mirato e discreto. Non si tratta di "truccare", ma di curare il volto rispettandone completamente i tratti e la naturalezza. Spesso significa uniformare l'incarnato, correggere piccole imperfezioni, valorizzare lo sguardo e lavorare sulla pelle in modo quasi invisibile. Questa attenzione permette all'estetica maschile di apparire più curata e consapevole, senza perdere autenticità. Anzi, proprio perché il lavoro è essenziale, il risultato finale è un volto più fresco, definito e sicuro di sé. Per me il grooming è una forma di valorizzazione silenziosa: non deve cambiare la persona, ma accompagnarla, aiutandola a sentirsi a proprio agio davanti alla camera o sul palco, restando sempre fedele a se stessa».

Per Sfera hai realizzato una maschera viso con gli strass, altre volte li hai applicati sui capelli. Quanto c'è del make-up nelle altre cose che fai, per esempio quando ti occupi di hairstyling?

«In realtà per me non esiste un confine tra make-up e hairstyling. Tutto parte dallo stesso principio: valorizzare l'immagine e raccontare un'identità. Anche quando lavoro sui capelli, il mio approccio resta sempre lo stesso. Mi interessa molto la contaminazione tra discipline. Un dettaglio applicato sui capelli, in questo caso gli strass, può avere lo stesso peso di un eyeliner o di un punto luce sul viso. In progetti come quello con Sfera, il beauty non è solo trucco, ma diventa parte integrante del look e del personaggio».

Che cos'è per te il make-up? Dimmelo attraverso un titolo di una canzone, di un film, quello che vuoi. Che cosa rappresenta? In che modo può definire l'identità personale e artistica di una persona?

«Per me il make-up è "Heroes" di David Bowie. Non solo come canzone, ma come concetto: libertà, espressione, istinto. È uno di quei momenti in cui ho capito che il trucco poteva essere molto più di un gesto estetico, poteva diventare un linguaggio. Il make-up rappresenta la possibilità di raccontarsi senza parlare, di mostrare parti di sé che magari a parole resterebbero nascoste. Può definire un'identità personale, perché permette di scegliere come apparire, ma anche un'identità artistica, perché diventa uno strumento di narrazione. Come in "Heroes", citando anche il percorso di David Bowie estetico, anche nel make-up c'è l'idea di superare barriere (estetiche, emotive, personali) e di sentirsi, anche solo per un giorno, più forti, più veri. Alla fine dei conti credo che sia solo l'amore per il proprio lavoro a farci sentire davvero vivi: quello che ci unisce, ci fa resistere anche quando tutto sembra crollare e ci permette, anche solo per un momento, di sentirci invincibili, Heroes».

I beauty must-have secondo Cosmopolitan
Headshot of Elena Quadrio

Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.