Quando si tratta di schierarsi per un ideale, la GenZ non si tira indietro e sul make-up non fa eccezioni. Da qui nasce l'idea di Beauty Debate, il nuovo format di Cosmopolitan in cui sentiamo il parere di studenti e studentesse universitarie su temi di bellezza. In questo primo episodio da una parte abbiamo l’estetica della clean girl, dall’altra il maximalist glam: due visoni opposte che usano il volto come linguaggio per prendere posizione.
Pro al full-make-up: Martina Bernasconi, 20 anni, studentessa di Lettere Moderne
Negli ultimi tempi, i nostri feed sono stati invasi dal trend del “make-up no make-up”. Una filosofia che celebra la pelle luminosa, l’effetto glowy e quella pulizia estetica che mira a convincere il mondo che non stiamo indossando assolutamente nulla. Tuttavia, come ogni tendenza virale, anche questa ha mostrato il suo lato oscuro: la nascita di uno standard ideale che finisce per etichettare chi sceglie una full face come "eccessiva" o fuori luogo. Io, però, rivendico con orgoglio la mia appartenenza alla seconda categoria. Amo la routine, il gesto preciso dell'eye-liner che allunga lo sguardo e il gioco di luci e ombre creato dal contouring. Per me, il trucco non è una maschera per nascondersi, ma un mezzo per esprimersi. È lo sfogo della nostra immaginazione, l'occasione per trasformare il volto in una tela dove la mano è libera di disegnare chi siamo davvero.
Troppo spesso il make-up viene interpretato, erroneamente, come uno strumento il cui unico scopo è nascondere le cosiddette 'imperfezioni'. Ma ridurre questa pratica alla mera correzione è limitante. Oggi stiamo assistendo a una rivoluzione visiva: molti trend emergenti scelgono infatti di esaltareciò che un tempo veniva coperto, dalle lentiggini alle occhiaie accennate, trasformando quelli che la società etichetta come 'difetti' in veri e propri punti di forza. È un invito potente a normalizzare la realtà del nostro volto, insegnandoci che truccarsi non significa cancellarsi, ma imparare ad apprezzare ogni singolo tratto, rendendolo protagonista del nostro stile.
Il make-up è un viaggio alla scoperta di sé: ci insegna a osservarci, a capire cosa valorizza i nostri tratti e cosa, invece, non ci rappresenta. In qualunque sua forma, permette a chi abbiamo di fronte di percepire le sfumature della nostra personalità. Dopotutto, non ci sono parole capaci di descriverci meglio della nostra stessa arte. Oltre all'estetica, c'è una dimensione quasi terapeutica. Sperimentare davanti allo specchio è un modo per godere della propria compagnia, un esercizio di introspezione che per molti rappresenta ancora una sfida. Per me, quell'ora libera senza pensieri, in cui lascio che la fantasia prenda forma sulla pelle, è un atto di puro amore verso me stessa. Il make-up non è un obbligo, ma un atto di libertà e linguaggio non verbale. Rivendichiamo la gioia di osare, sperimentare e di mostrarci al mondo come desideriamo.
Pro bellezza naturale: Caterina Alvigi, 20 anni, studentessa di Lettere Moderne
In un mondo che vede il Make-Up come empowerment ed emancipazione, ci piace pensare che il trucco sia gioco, creatività e libera espressione di sé. In effetti, per molti di noi lo è davvero: non permette solo di mostrare visivamente la propria personalità, ma anche di silenziare le proprie insicurezze. Quando però non truccarsi ci fa sentire trascurati o stanchi, quando il viso al naturale viene etichettato come sciatto, qualcosa non va. Dove sta, a questo punto, la libera espressione di sé che il make-up millanta tanto, se per sentirci bene con noi stessi non possiamo farne a meno? Proprio da questa contraddizione nasce il No Make-Up: e parlo del mostrarsi struccati agli altri ed a se stessi, non dei trend che sponsorizzano un trucco che sembri naturale pur non essendolo.
Anche quello è illusorio. Chi appare e riceve complimenti per una bellezza detta “acqua e sapone” sapendo di essere in realtà truccato arriva a sentirsi sminuito e limitato, perché si rende conto che la versione amata dagli altri non è quella che vede davanti allo specchio.
Sono la prima che si è sempre truccata, e quando non lo facevo mi ritrovavo circondata da continui “sembri stanca”, “ma hai dormito?” o “potevi mettere un po’ di cipria per coprire quei segni”.
Forse anche per questo ho accantonato tale procedura spostandomi verso la skincare. Non perché sia più “sincera” del trucco - anche quella nasce dal desiderio di ognuno di noi di apparire migliori - ma perché non pretende di modificare i tratti del viso. Agisce nel tempo, non è una maschera da indossare la mattina per sentirsi presentabili, e per me ha fatto una differenza enorme. Eppure anche in questo il sistema trova il modo di riprendersi tutto, e nascono trend che invece di nascondere i cosiddetti “difetti” li valorizzano. Sarebbe una conquista, se non si ottenesse però l’effetto contrario: le lentiggini diventano moda, le occhiaie aesthetic, e chi non ha queste caratteristiche tende a ricrearle per adeguarsi.
Cambiano i gusti, ma non il risultato. Quindi il No Make-Up, alla fine, chiede solo una cosa: non la rinuncia a truccarsi, ma che il viso umano, senza correzioni, sia sufficiente. Perché se persino Pamela Anderson – una delle donne più idolatrate nell’immaginario collettivo anche per la sua bellezza – viene criticata per essersi presentata alla settimana della moda di Parigi senza trucco, la domanda sorge spontanea: quando è che il non truccarci finirà di dire qualcosa su di noi?






