Sono una fan delle contraddizioni: le odio. Flirtare è una delle mie attività preferite; è a volte più magico – non sempre meglio– di avere una relazione stabile. Sono brava a flirtare; quando me lo dicono amiche un po' (più deliberatamente o meno) impacciate suona con un velo di rimprovero: "Eh certo che ti diverti tu, tu lo sai fare – no ma non in quel senso, vorrei essere così anche io". Flirtare, come scrive nel suo nuovo libro Sara Marzullo, è un po' come prepararsi: se lo psicologo britannico Adam Philips, nel su saggio On Flirtation, parla del flirt come di «uno spazio di differimento temporale in cui si accetta di fare a meno dell'inizio e della fine delle storie d'amore, creando i presupposti per possibili e sorprendenti imprevisti», per la giornalista culturale e traduttrice italiana, «possiamo prendere spunto da Phillips e rileggere come una terra di mezzo anche questo gesto», ossia «considerare la preparazione come un tempo in attesa di qualche cosa che non conosciamo ancora, applicare la suspense del flirt al nostro aspetto, come fosse uno spazio per provare varie possibilità e compiere scelte meno ovvie e familiari».


Del resto: «La preparazione di sé è effettivamente qualcosa di non necessario all'azione, di decorativo, per certi versi addirittura tempo perso», sostiene Marzullo ancora in Prepararsi. Il libro delle apparenze, uscito in libreria per 66thand2nd il 10 ottobre 2025. Nel testo, l'autrice si interroga su come l'identità – personale, di genere e di classe – si manifesti attraverso le scelte intenzionali e inconsapevoli che operiamo ogni giorno quando lasciamo casa per entrare nel mondo. Dal potere dei vestiti di esprimere ambizioni e preferenze, al bisogno di conformarsi alle regole sociali, alle norme di genere che dividono gli armadi in due, questo libro ripensa le apparenze come qualcosa di tutt'altro che superficiale, ma piuttosto come un luogo di conflitto e di negoziazione della nostra persona.

Mi ritengo brava a flirtare, sono me stessa quando flirto – non nel senso che non dico bugie e sono invece autentica, ma che mi sento un po' come una rockstar di fronte a quelle infinite possibilità romantiche, e (sentirmi di) essere una rockstar occupa una percentuale molto ampia, attualmente, nel grafico dei miei interessi. Leggendo le pagine di Marzullo mi è esplosa la testa quando ho capito che la stessa cosa – sentirmi di essere una rockstar – mi succedeva anche davanti allo specchio con blush, polveri illuminanti, texture cremose, scure e scolpenti, bilanciate quantità di rimmel volumizzante su ciglia lunghissime. Cosa vuol dire che ci prepariamo prima di uscire? E perché questo processo sembra riguardare più le don­ne che gli uomini? Tutte queste questioni guidano le riflessioni dell'autrice, già di Sad girl. La ragazza come teoria (66thand2nd, 2024), non interessata, nel suddetto testo, a redigere un manuale di empowerment né un proclama contro l'industria – forse troppe volte mi trovo ad odiare il capitalismo mentre mi trucco per piacere a me e anche agli altri – ma a complicare la situazione: a chiedersi se considerare la cura del nostro aspetto come una corvée rispetto alla quale abbiamo solo due opzioni (arrenderci o ribellarci) non sia soltanto ma riduttivo ma anche ingenuo: «Possibile che sia l'unica via per discutere di questo argomento? – si legge al paragrafo Alienate e profumate – Il massimo che possiamo aspettarci è rendere l'alienazione (dalla selfcare, nda) una forma di intelligenza sociale? C'è spazio per il concetto di bellezza o per l'idea di esprimere noi stessi attraverso il nostro aspetto, senza che questo equivalga a un biglietto da visita per le risorse umane? [...] Anche rischiando di invischiarsi in paradossi e contraddizioni, o in territori ambigui in cui nessuno sembra veramente avere torto o ragione». Siamo tutti partecipi dei meccanismi di rappresentazione sociale e in un modo nell'alto, chi più chi meno, flirtiamo tutti, siamo tutti un po' controversi. Dalla storia del costume all'ossessione per la skincare, dal quiet luxury alle forme animali, Prepararsi indaga e indugia su tutto ciò che quanto più è evidente, tanto più tendiamo a sottovalutare: tra stereotipi, norme sociali e accuse di vanità, nel libro la scrittrice esplora la trama dei compromessi e atti emancipatori che ognuno di noi compie quotidianamente. Con lei abbiamo provato a sciogliere alcuni nodi dell'esperienza, legati alla bellezza e alla sua industria, in questa intervista.

Cosa significa prepararsi. L'intervista a Sara Marzullo sul libro delle apparenze

Da dove nasce il desiderio, l'esigenza di scrivere questo libro? Quali sono i suoi obiettivi?

«Il libro nasce da una osservazione che può sembrare banale: perché, prima di uscire, le donne si preparano e gli uomini no? Perché ci sottoponiamo a questa corvée più o meno imposta? Sono partita dalla mia stessa ambivalenza rispetto a questi riti per indagare tutto quello che riguarda le apparenze, dal fatto stesso che sembrino qualcosa di superficiale, al fatto che, invece, è proprio nel modo in cui ci mostriamo in pubblico che si incistano alcune delle angosce e conflitti culturali contemporanei più profondi, che si muovono dalla questione del genere e della transessualità, alla classe. Volevo scrivere un saggio breve, ma più mi sono addentrata nell'argomento, più ho trovato nodi che dovevo provare a sciogliere».

Che significa "prepararsi" in ambito beauty?

«Cose diverse in momenti diversi. Da un punto di vista culturale, significa che alle donne è storicamente concessa (e insieme imposta, senza che si possano scindere queste dinamiche) la sensualità dell'apparenza, quindi "prepararsi" indica il desiderio e l'obbligo di presentarsi in pubblico dopo aver applicato prodotti, secondo mode e stili che mutano nel tempo. Ci sono stati tempi – penso alla Francia assolutista, ma anche i faraoni egizi, fino ai goth – in cui anche gli uomini hanno partecipato a questo piacere, ma dall'età moderna ne sono stati alienati, anche se oggi il discorso sta mutando ulteriormente. Da un punto di vista materiale ed economico poi, i riti di "preparazione" ci chiedono di guardare all'enorme giro di affari che ruota attorno alla bellezza – che si tratti di cosmetica, skincare o della più vaga etichetta del wellness. Si tratta di un mercato proficuo e costantemente in crescita, che dunque vuole allargarsi al pubblico maschile, e che alla base sfrutta quello che Naomi Wolf ha chiamato una volta il "consumismo insicuro", ossia la percezione che, se solo azzeccassimo la giusta combinazione di prodotti, saremmo finalmente perfett*/noi stess*».

In che modo l'industria della bellezza diventa uno strumento di controllo sulle donne?

    «Credo che troppo spesso guardiamo all'industria della bellezza con moralismo, cercando di capire se è buona o cattiva – un atteggiamento che io trovo ben poco utile per analizzare le dinamiche culturali in cui siamo immersi. L'industria del beauty è infatti a un tempo uno spazio di creazione estetica (e le arti applicate sono sempre state considerate sorelle minori e indegne delle belle arti) e di gioco e uno strumento di definizione di come dovrebbe apparire una persona nello spazio pubblico. Infatti, come già dicevo, il fatto che questa industria sia così remunerativa la rende chiaramente insidiosa: le compagnie vogliono vendere, occupare un mercato che si può espandere all’infinito, toccando ora le corde dell'insicurezza, ora dell'emancipazione, ora della definizione di sé. Il controllo quindi sta sia nella creazione di canoni di bellezza (la pelle perfetta e così via) sia ancora di più nel fatto che il tipo di persuasione che opera è emotiva, si lega cioè a questioni di identità molto più elusive di, non so, imparare a riconoscere la giusta tonalità di fondotinta o rifarsi le labbra perché "va di moda"».

    Il concetto di "Prendersi cura di sè"/"Volersi bene" mi ha sempre fatto molto paura. Tu cosa ne pensi? Perché ha così tanto appeal?

      «Come tanti di questi concetti è duplice e, credo, per questo molto insidioso: da una parte l'idea di "volersi bene" riconosce apertamente lo stress e l'angoscia a cui siamo sottoposte e sottoposti e ci dice che dovremmo prenderci cura di noi, insomma ci rassicura sul fatto che la fatica che sentiamo non è dovuta a una debolezza caratteriale. Dall'altra ci invita a prendercene cura attraverso il consumo di prodotti, invece che con una revisione del sistema che produce quello stress e ansia, lavorare sui sintomi invece che sulle cause. La self care insomma aiuta a riprodurre lo status quo, attenuandone gli aspetti più sgradevoli con pause e ricompense. È l'idea che dice che "ti meriti" riposo per la stanchezza che provi, che il dolore sarà alleviato, che è poi la base della ideologia cristiana occidentale. Che il paradiso sia nell'aldilà (e dunque tutto il male provato sulla terra verrà ripagato dalla grazia divina) o che lo trovi nei trattamenti di bellezza, cambia poco rispetto al processo mentale che informa la nostra cultura».

      Prepararsi può anche essere un bellissimo rituale, a volte collettivo, femminile e identitario?

        «Certamente. Ed è unicamente "femminile" solo in parte. Non solo la differenza tra i tatuaggi e il make up potrebbe essere meno grande di quello che non ci pare, ma chiunque pensa al proprio aspetto al di là del genere e vuole assomigliare a una idea di sé che ha. Che abbia a che fare con il taglio di capelli e barba negli uomini o nelle infinite possibilità di trasformarci con il trucco, conosciamo tutti e tutte il tipo di piacere che deriva da questi riti, dall'azzeccare come vogliamo presentarci, da fare e disfare la nostra apparenza a nostro piacimento. Nell'esperienza femminile inoltre c'è un aspetto collettivo – che sia prepararsi con le amiche o con i tutorial, che spesso rappresentano un succedaneo del rapporto reale – che implica sia condivisione di pratiche e conoscenze, sia costruzione di reti sociali. È in questi momenti e relazioni che intuiamo chi siamo o impariamo cosa vuol dire essere ragazze (in senso culturale) a partire dall'osservazione altrui».

        Come si bilanciano queste due esperienze così diverse della stessa cosa? Come possiamo riappropriarci di uno strumento che è fatto sostanzialmente per incatenarci? E se ci piace pure?

          «Si bilanciano accettando che il conflitto tra i desideri di espressione di sé e quelli di conformismo non è facilmente risolvibile, né fatto da istanze nette ("bello per me" vs "bello sociale"). All'interno della stessa possibilità di "diventare noi stess*" sono intrecciate dinamiche diverse, perché se da una parte infatti la possibilità di coincidere con noi stess* fa delle apparenze uno spazio di rivelazione che dura un'esistenza intera e un processo elettrizzante, dall'altra i nostri concetti di bellezza, buon gusto, appropriatezza sono tramandati, imposti dall'alto, persino correlativi oggettivi del potere. Gli ideali a cui aspiriamo e che vogliamo incarnare insomma, non sono mai del tutto nostri: possiamo però indagare quali valori rappresentano, capirne l'origine, che poi è un modo molto utile di indagare il proprio inconscio e portato culturale».

          Le apparenze possono essere espressione di chi siamo o sono unicamente una maschera? Quando è che smettiamo di "prepararci" per un fattore identitario personale e iniziamo a farlo per uno sguardo altrui, tendenzialmente maschile?

            «Sono costantemente entrambe perché viviamo in società. Dire allora che ci prepariamo solo per noi stess* mi pare un'illusione destinata a frantumarsi. Ci prepariamo sempre per noi e per gli altri; il concetto di apparenza implica l'essere visibili, dunque un pubblico. Le emozioni nodali dell'esperienza pubblica sono la vergogna e orgoglio, che, dice Charles Cooley, sono due lati della stessa medaglia: indicano la sensazione di essere visti da fuori. Sono queste due sensazioni a modificare fortemente il modo in cui vogliamo apparire. Oggi, però, dire che ci prepariamo per gli altri sembra un peccato mortale, una cessione al male gaze o ai conformismi, anche quando la nostra apparenza è diventata sempre più pubblicizzata, condivisa, esposta in attesa di like e validazioni altrui. Penso che questo processo provochi un corto circuito piuttosto pericoloso: oggi che queste due emozioni di vergogna e orgoglio sembrano derivare da uno sguardo che è unicamente interiore, essere "belle/migliori/appropriate" per noi stesse dà il via a un processo di valutazione che può diventare infinito. Saremo infatti mai migliorate abbastanza? È una frase che, come vedi, non ha molto senso».

            Qual è il compromesso fra ricerca della bellezza e liberazione dal desiderio di piacere? Esiste? Che legame c'è tra bellezza e seduzione?

              «Capisco il desiderio di riportare sotto il proprio controllo i concetti di bellezza e seduzione, trarli in salvo dalle grinfie della persuasione pubblicitaria, che ci dice che ci dovremmo fare botox preventivi e sottoporre a skincare in dodici step, ma è un tentativo ingenuo. Non tanto per l'influenza inevitabile del mercato – che comunque non sottovaluterei in tutti questi proclami di emancipazione –, ma più semplicemente perché i concetti di bellezza, genere, appropriatezza, seduzione sono culturali e collettivi, non un'idea che ci viene liberamente in testa. Viviamo in società e con le nostre azioni operiamo sulla stessa società e le nostre apparenze saranno sempre legate a una visibilità pubblica. Siamo il prodotto di tradizioni, simboli e significati che ci precedono e da cui non siamo indipendenti; non dovremmo neppure desiderare di sottrarci a questi, bensì imparare a conoscerli. Esattamente come per conoscere chi siamo dobbiamo conoscere il passato della nostra famiglia, per non continuare a ripetere i soliti pattern, così dovremo indagare cosa i concetti di "bellezza", "maschilità" o "femminilità", "classe" e "gusto" vogliono dire per noi, per non subirli semplicemente».

              Tu dici che sono solo le donne a prepararsi, ma poi dici che in un qualche modo lo fanno anche gli uomini. In che senso? In che senso al maschile è associata la razionalità, mentre al femminile l'eccesso?

                «Derek Guy, esperto di menswear fa spesso questo esempio che trovo chiarissimo: se chiediamo a un uomo se preferisce indossare un paio di jeans rosa, che gli vengono donati, o spendere 50 dollari per un paio di denim blu, è probabile che sceglierà i secondi. La maschilità, esattamente come la femminilità, necessita di un processo costante di costruzione e manutenzione ed è figlia di norme di genere piuttosto stringenti, come non prestare troppa attenzione al proprio aspetto, non essere troppo stravaganti o vistosi, allontanare quanto possibile le accuse di femminilizzazione. Poi queste cambiano da società a società: rispetto a quelle protestanti, quella italiana è molto più barocca e sensuale, tanto che gli uomini italiani sono universalmente considerati molto curati ed eleganti, più attenti al proprio aspetto, ma comunque sempre "mascolini". La scissione tra la mascolinità razionale e la femminilità eccessiva si ha nel momento storico in cui si fondano le religione riformate, basate su concetti di modestia e culto del lavoro e si cristallizza con la rivoluzione francese che mette fine al grandeur nobiliare tutto pizzi e velluti per dare spazio alla laboriosa borghesia. A quel punto la sensualità diventa una questione tutta femminile, il che produce insieme desiderio di sublimazione (le donne come oggetto di desiderio, poiché non si può più essere visibili) e disprezzo (il genere femminile è una classe inferiore). Viviamo ancora gli effetti di questa scissione culturale, basta vedere come la moda sia una cosa "frivola", nel feticismo per le scarpe femminile negli uomini o nell'omo- e transfobia».

                Nel libro parli di identità di genere e di classe che si manifestano attraverso le scelte estetiche. In che modo la pelle, i capelli, il trucco, le unghie diventano superfici su cui si scrivono le appartenenze sociali e culturali? Come guardare a questi fenomeni?

                  «Le apparenze sono lo spazio in cui mettiamo in scena chi siamo, chi vorremmo essere e come vogliamo essere letti dagli altri, che può andare nella direzione dell'adesione o sovversione delle norme sociali e può essere più prossimo o più distante da un'istanza personale. Tuttavia è proprio nel loro essere intrinsecamente relazionali e pubbliche che devono essere osservate, per come sono intrecciate alla cultura. Vestirsi o truccarsi in un modo piuttosto che in un altro tradisce tutta una serie di convinzioni in cui crediamo, mostra, spesso senza che ce ne rendiamo conto, quale posizione abbiamo sui concetti di classe, bellezza o genere. Per fare un esempio, il trucco naturale o il quiet luxury indicano una adesione a un certo tipo di ideologia, che dice che la modestia e la raffinatezza sono le stelle polari dell'avere classe in tutti e due i sensi della parola. Il massimalismo va nella direzione opposta, dove more is more e va esibito, l'Instagram face o la "dark feminine Energy" pensano alla femminilità in termini piuttosto convenzionali ed essenzialisti. Potremmo continuare all'infinito».

                  Come sostieni all'interno del testo, la vanità è culturalmente associata al femminile. Io, in misura adeguata, sento di essere una fan della vanità. Tu invece? A te piace prepararti?

                    «Se per vanità intendiamo la riappropriazione degli elementi sensuali dell'esistenza, direi di sì, soprattutto in opposizione all'orrore per il materiale e il corporeo della cultura cristiana, per cui la vita sulla terra è sempre e solo temporanea, quindi disprezzabile. Credo che questa riappropriazione dovrebbe non essere una questione solo femminile, che lo è diventata in un certo passaggio storico verso la modernità, dove al bello si sostituisce l'utile, sistema ideologico in cui viviamo tutt'ora. Tuttavia le insidie del "consumismo insicuro" sono moltissime e dovremmo avere in sospetto, oltre all'industria del beauty o della moda, proprio "il mito della bellezza", che, come scriveva Wolf,"prescrive sempre dei comportamenti più che un aspetto esteriore". È questo mito che ci spinge a limitare ferocemente i nostri interessi a noi stesse, a vivere nell'angoscia di non essere abbastanza belle o, come diremmo oggi, ottimizzate, e che mantiene la gerarchia tra i generi al suo status quo».

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                    Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.