Fare la beauty editor significa, spesso, andare a caccia di formule innovative e packaging accattivanti. Più spesso, però, fare la beauty editor significa anche non poter guardare un prodotto solo per la sua texture o il profumo: il tempo che viviamo, la crisi climatica non negabile, e le responsabilità che derivano da questo ruolo, ci obbligano ad andare un po' più a fondo, cercando di selezionare i brand migliori non solo per trucco, capelli, unghie e pelle, ma anche per il pianeta.
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Un processo che ci porta quotidianamente a rapportarci con la solita, stessa domanda, in un circolo che non si chiude mai, dove il cane si morde la coda: ma davvero il beauty può essere sostenibile? Da un lato la cosmesi è sinonimo di cura, piacere, ritualità e identità, dall'altro non si può più ignorare il suo impatto ambientale: materie prime da reperire e trasportare, processi produttivi energivori, consumi d'acqua, packaging spesso difficile da riciclare, sovrapproduzione, consumo eccessivo e, non ultimo, smaltimento dei prodotti invenduti. Senza considerare che ormai la parola "green" è spesso utilizzata dalle aziende come puro slogan di marketing e, mentre il consumatore cerca di fare una scelta adeguata, viene pure preso in giro: diventa fondamentale, quindi, distinguere tra chi fa davvero ricerca e chi si limita a cavalcare i trend.
Proprio per questo l'ecodermatologia – disciplina che mette al centro la salute della pelle e quella dell'ambiente – si rivela oggi più che mai necessaria. A portarla avanti in Italia e a livello internazionale è Skineco, la Società Internazionale di Ecodermatologia, fondata da due dermatologhe visionarie: le dottoresse Riccarda Serri e Pucci Romano. Quest'ultima, attuale presidentessa, lavora da anni per diffondere un concetto che può segnare la svolta del settore: l'ecodermocompatibilità, ovverosia la capacità di un prodotto cosmetico di essere allo stesso tempo efficace, sicuro per la pelle e rispettoso degli ecosistemi.
In questa intervista, che può anche fungere da bussola per orientarci nel mare di claim "naturali", "green" e "plastic free", la dottoressa Pucci Romano ci spiega quali siano le vere sfide dell'industria, quali ingredienti possano dirsi davvero sostenibili e perché il futuro del beauty non può più prescindere da trasparenza, rigore scientifico e responsabilità ambientale.
L'intervista alla Dottoressa Pucci Romano
Come presidentessa di Skineco si occupa da anni di ecodermatologia. Può raccontarci cosa significa concretamente questo approccio e perché oggi è così cruciale? Come la realtà di Skineco si occupa di tutto ciò?
«L'ecodermatologia è una visione che tiene insieme due aspetti: la salute della pelle e quella dell'ambiente. Ogni cosmetico, infatti, non è "neutro": ciò che applichiamo sulla nostra pelle ha un destino ambientale oltre che un impatto con la barriera cutanea. Skineco, nata dalla volontà di due Dermatologhe, Riccarda Serri ed io, lavora per creare consapevolezza e strumenti scientifici che aiutino aziende, consumatori e professionisti a scegliere prodotti rispettosi sia della barriera cutanea che degli ecosistemi, con studi, formazione, convegni e tavoli interdisciplinari. In questo contesto è nato un nuovo concetto: l'ecodermocompatibilità e con esso si intende un prodotto finito che fa bene all'ambiente, lo rispetta, ma fa bene anche alla pelle, è funzionale ad essa».
Quando parliamo di sostenibilità nel settore beauty, spesso resta un concetto un po' vago. Dal suo punto di vista scientifico, che cosa vuol dire davvero applicarlo ai cosmetici e alla skincare?
«Vuol dire misurare, non dichiarare. Sostenibilità significa materie prime tracciabili, formule biodegradabili e sicure per la pelle, packaging riciclabile o riutilizzabile, riduzione del consumo di acqua e di energia. Non basta dire "naturale": bisogna dimostrare con dati e test che un prodotto ha un impatto ridotto e una reale compatibilità dermatologica. E questo prevede test mirati, svolti da organismi indipendenti dalle aziende produttrici».
Le grandi aziende beauty dichiarano sempre più spesso di voler diventare "green" o "climate positive". Quanto c'è di reale impegno e quanto di marketing?
«C'è chi lavora seriamente, con obiettivi concreti e verificabili, e chi invece si limita a slogan. La differenza sta nella trasparenza: se un'azienda pubblica dati, target chiari e report verificati, allora l'impegno è reale. Quando invece troviamo claim vaghi come "plastic free" o "carbon neutral" senza spiegazioni, siamo davanti a greenwashing».
Quali sono i principali impatti ambientali dell'industria cosmetica di cui i consumatori non hanno consapevolezza?
«Molti non sanno che il peso maggiore è legato alla produzione e al trasporto degli ingredienti, non solo al packaging. Poi ci sono l'uso eccessivo di acqua, le microplastiche, l'overpackaging e lo smaltimento dei prodotti invenduti o resi dall'e-commerce. Tutti aspetti che raramente emergono nelle comunicazioni di marketing».
Dal punto di vista dermatologico, quali ingredienti possono essere considerati più rispettosi della pelle e allo stesso tempo dell'ambiente? Ci sono dei brand che consiglierebbe in questo senso?
«Gli ingredienti più virtuosi sono quelli che hanno dimostrato dermocompatibilità, quindi con buona tollerabilità cutanea, efficaci a basse concentrazioni, a provenienza sostenibile. Penso a glicerina vegetale, pantenolo, ceramidi, squalano da fonti rinnovabili, antiossidanti di origine naturale o upcycled, oli vegetali e non petrolchimica – ricordo che il petrolio è un elemento naturale – . Non faccio nomi di brand, ma consiglio di guardare a chi dichiara chiaramente INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), biodegradabilità, percentuali di riciclato nel packaging e test clinici di efficacia e funzionalità. Le aziende affiliate a Skineco, hanno tutte queste caratteristiche. In questo contesto voglio anche ricordare che esiste il Principio di Precauzione, manifesto di Skineco: in assenza di prove dichiarate ma con forte allerta su alcune molecole, nel dubbio, non vengono utilizzate. Questo principio è alla base della vera sostenibilità. Anche perché il "sicuro per legge" è un concetto dinamico, non statico: quello che fino a ieri era permesso, alla luce di nuove valutazioni, può dimostrarsi dannoso, e quindi, non è più utilizzabile».
Esistono ingredienti "greenwashed", presentati come sostenibili ma in realtà problematici?
«Sì. Ad esempio i polimeri sintetici "senza microplastiche" ma non biodegradabili, i pack "biodegradabili" che però in realtà si degradano solo in impianti industriali o gli oli essenziali usati come garanzia di naturalità, quando possono essere fortemente allergizzanti anche in piccole quantità. Anche la dicitura "palm free" spesso sposta il problema altrove, anziché risolverlo».
Oltre alle formule, il packaging è un enorme nodo critico. Quali innovazioni stanno davvero cambiando le regole del gioco?
«Il vero salto avviene con pack monomateriale: sono più facili da riciclare, con contenuto elevato di plastica riciclata post-consumo. Stanno crescendo anche i sistemi refill pratici e sicuri, i formati senz'acqua come stick, burri o polveri e le etichette facilmente removibili per non contaminare i flussi di riciclo».
L'approccio refill, riciclo e materiali biodegradabili: quali sono i limiti e i rischi nascosti?
«Il refill funziona se è davvero più leggero e igienico del pack tradizionale. Il riciclo incontra problemi con i materiali misti o troppo piccoli. E le bioplastiche, se finiscono nel riciclo tradizionale, possono addirittura danneggiarlo. Per questo la vera sfida è la progettazione a monte, non lo slogan a valle».
Quali sono, secondo lei, le sfide più urgenti che l'industria deve affrontare per diventare davvero climate positive?
«Ridurre l'impatto degli ingredienti lungo tutta la filiera, ottimizzare logistica ed energia, ripensare i prodotti per usare meno acqua e meno pack, standardizzare le misurazioni di sostenibilità ed evitare il proliferare di lanci superflui. Serve un cambio di modello: meno quantità, più qualità».
Se dovesse immaginare il beauty del 2035, quali caratteristiche avrebbe una crema "perfetta" per la pelle e per il pianeta?
«Sarebbe essenziale, con pochi ingredienti efficaci e ben tollerati, clinicamente testata, compatibile con il microbiota e il film idrolipidico della pelle, e infine, completamente biodegradabile. Avrebbe un packaging leggero, ricaricabile, tracciabile digitalmente per mostrare l'impatto ambientale. Sarebbe prodotta in modo locale e personalizzata senza sprechi. In una parola: trasparente, per la pelle e per l'ambiente. E vorrei per ultimo sottolineare che un cosmetico onesto e sostenibile, non potrà mai sostituire le funzioni della pelle ma, se formulato con questi principi, potrà metterla in condizione di svolgerle al meglio».
Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.















