La prima cosa che succede il giorno in cui è fissato l'incontro di libroterapia a cui dobbiamo partecipare è che non succede. Una delle ragazze è improvvisamente impossibilitata a venire e, quindi, sul gruppo Whatsapp designato, tutte le altre si impegnano a trovare un nuovo buco libero nelle proprie vite, per fare in modo che chiunque abbia la possibilità di essere presenti al "bookclub". Non si conoscono fra di loro, non le lega qualche affetto particolare; sono sei ragazze, dai 25 ai 40 anni, che in alcuni tardo pomeriggi di dicembre si incontrano in una bottega di San Giovanni, a Roma, per leggere ad alta voce le frasi che hanno sottolineato da Intermezzo di Sally Rooney, discuterne i significati personali e condividere, quando vogliono, la propria esperienza.
Non si conoscono, ma si aspettano vicendevolmente. Lo spazio è un ex magazzino: «Qui è tutto molto costoso, quindi l'ho affittato e l'ho diviso in due a mie spese, ci lavoro e ci dormo ed è un punto di riferimento soprattutto per le millenials (un po' come i romanzi della scrittrice irlandese, nda)», ci racconta la Dott.sa Martina Ferrari (@instasogno), psicoanalista interpersonale americana – che é un orientamento, non la sua nazionalità – e ricercatrice universitaria, che insieme alla collega, la Dott.ssa Francesca Parisi (@terapiadinterni), psicoterapeuta specializzata in orientamento cognitivo costruttivista e terapeuta EMDR, ha organizzato le sedute psico-letterarie. Al piano terra di Via Gela 25 c’è un book corner aggiornato mensilmente, collezioni di riviste vintage come Minnie & Company e Top Girl, qualche copia di alcuni vecchi Cosmopolitan, test hiv e fentanyl strip di sostanze gratuiti, assorbenti free, un bar e un cane di nome Nube.
La nuova data e il nuovo orario vengono stabiliti di comune accordo. Noi, dalla nostra stanzetta di Milano in collegamento Google Meet, prendiamo parte attiva all'incontro del gruppo che ci ha accolte con una gentilezza e una genuinità davvero disarmanti nella propria sessione di libroterapia.
Che cos'è la libroterapia
Nel suo saggio A literary clinic (1916), il teologo americano Samuel Crothers evidenziava i benefici psichici derivanti dalla lettura di un libro. La libroterapia, una metodologia di lettura che promuove il benessere della persona e che può essere applicata in ambito clinico da psicologi e psicoterapeuti o in ambito educativo, con lo scopo di crescita personale, indagine socio-culturale e empowerment, affonda le sue radici in realtà già nell'antichità. In Grecia, infatti, Aristotele attribuiva alla lettura capacità di guarigione, mentre a Roma si evidenziava l'esistenza di un rapporto tra benessere psichico e lettura. Era il 1937, però. quando lo psichiatra William Menninger, insieme al fratello Karl, pubblicava un trattato in cui parlava dell’uso della libroterapia come tecnica terapeutica e dei suoi benefici (miglioramento dei livelli di stress, allenamento della mente, sviluppo dell'empatia e cura dell'ansia o della depressione). Non si tratta di una semplice lettura, ma di una che invece può aiutare il lettore, o il paziente, ad avviare un percorso di introspezione e riflessione. Capire il messaggio che il testo vuole trasmettere o giudicarlo criticamente non sono azioni importanti; ciò che conta sono le emozioni e i sentimenti che il romanzo suscita nel lettore, e se riesce a prendere maggior consapevolezza di certi aspetti di sé, che non riesce a far emergere o in terapia o individualmente.
L'incontro di libroterapia in cui abbiamo letto Intermezzo di Sally Rooney
Quello a cui partecipiamo è il secondo di cinque incontri in presenza (da gennaio a marzo 2025 si terranno invece quelli con un altro gruppo online). Non tutte hanno letto tutto il libro, oggi si parla di quello che succede nelle prime 130 pagine. Noi ne abbiamo lette 120. All'inizio dell'incontro si sentono le ragazze confrontarsi sulla percezione della scrittura di Sally Rooney in questo romanzo. Non ci sono due punti, non ci sono virgolette, c'è il discorso diretto libero; è difficile capire chi sta prendendo la parola e perché. Come in Verga, ricorda una di loro. È una questione di interpretazione libera, un po' indie, una tecnica contemporanea. Si trova molto poco, ma immerge il lettore ancora di più nella testa dei personaggi, è come se stessi pensando direttamente tu, sottolinea un'altra. Ho capito quello che dici, il significato dipende dalla personalità e dalle necessità di contenimento, o meno, di chi legge, nota una delle due psicoterapeute.
Il flusso di condivisione continua: mi è sembrato spezzettato questo modo di scrivere, mi ha reso l'esperienza un po' ostica, lascia tanto spazio alla confusione, già dalle prime pagine, in cui parla Peter, il fratello maggiore e praticante avvocato assorbito dai meccanismi sociali di una Dublino contemporanea; è un personaggio complesso, è più faticoso da seguire, quasi ansiogeno. Mentre leggi lui, dici: "Eh però anche io". Anche questa cosa delle due ragazze che ha, no, che è subito la prima cosa che inquadra: si percepisce un certo senso di irrisolutezza, questo essere tirati un po' da una parte un po' dall'altra. Oppure il fatto di autoassolversi dalle situazioni, anche questa cosa crea un po' di disagio. Le parti di Ivan, il fratello minore e giovane prodigio degli scacchi, mi hanno invece suscitato un sentimento di empatia. Vive queste situazioni di imbarazzo, che però sono più confortevoli al lettore.
Le psicoterapeute guidano il gruppo. C'è una sensazione di frattura fra i due Koubek: capire la storia di questi due fratelli è importante. Uno nasce dieci anni prima dell'altro, qualcosa sarà successo nel frattempo. C'è stata una famiglia e questa famiglia ha fatto nascere un figlio e poi dopo un altro figlio. Il tempo è passato e noi ci troviamo con dei buchi di cui non sappiamo niente. Sarà questo l'Intermezzo?
Nell'ambivalente frammentazione del testo, ognuna di noi cerca di capire come è stata la propria storia in relazione alla nascita in famiglia. Quanti fratelli e sorelle abbiamo, quante gemelle, se siamo figlie uniche, se abbiamo preso strade diverse nel lavoro rispetto a loro.
A un certo punto, c'è un off topic non così tanto off topic, per una decina di minuti si parla ampiamente dell'ultima puntata di One More Time con protagonista Stefania Andreoli, psicoterapeuta e scrittrice molto nota anche come personaggio pubblico; si prova un po' a commentare quello che ha detto lei nel podcast di Luca Casadei – apparentemente nessuno nella nicchia degli psicoterapeuti si aspettava che rilasciasse un'intervista, sembra essere un personaggio molto riservato –; ci si interroga sul concetto di perdono. C'è chi dice di non aver mai perdonato. Casadei nel suo libro, invece, afferma che il perdono è un atto egoistico e che lui l'ha fatto per se stesso, ha perdonato suo fratello non per i suoi genitori ma per stare bene lui. Però scusate, chiede una delle ragazze, in generale si dice sempre che bisogna perdonare, che sia come gesto altruistico o egoistico, lo si deve fare. Ma come si fa? Come sai che hai perdonato davvero? Si interroga. Forse quando non ti dai più addosso, ma anche quando parlare dell'altro e pensare a quello che è successo con l'altro non ti fa più male, risponde una terapeuta. E ma come si fa? Osservando i punti su cui non si riesce ad andare avanti.
Torniamo a Sally Rooney e ai nostri fratelli. E anche a come il rapporto con loro, quando c'è stato, ha influenzato quello con i nostri genitori. È su di loro che scorrono le prime lacrime, ovviamente. Non sappiamo come proseguirà il libro, ma sappiamo che Peter e Ivan Koubek devono fronteggiare un compito importante insieme, si trovano costretti a prendere delle decisioni in un momento difficile, in un momento di perdita, di lutto per il padre. Così diversi, devono trovare una strategia di comunicazione efficace per non abbandonarsi. Il loro rapporto si è via via sempre più deteriorato nel corso del tempo, ora devono fare i conti con le rispettive complesse relazioni sentimentali e le nuove disperate e inaspettate prospettive di vita. Si sente la sofferenza, anche dal ritmo faticoso.
«L’evento è finito, l’evento è stato superato, ma la perdita è appena cominciata. Ogni giorno diventa più profonda, sempre più cose vengono dimenticate e sempre meno cose sono conosciute con certezza. E niente riporterà mai indietro suo padre dalla sfera della memoria, nel rassicurante mondo concreto della realtà materiale, dei fatti tangibili e specifici: e come, come è possibile accettare questo o anche solo capire che cosa significa?».
Chi ha fratelli racconta: noi parliamo parecchio dei nostri genitori, il rapporto con mia sorella si è evoluto in maniera particolare. Fino ai vent'anni circa fondamentalmente ci ignoravamo; entravo in casa e manco la salutavo, come se non esistesse. C'era molta rabbia da entrambe le parti perché mia madre ci ha messo in competizione. Da quando ho iniziato la mia terapia personale ho fatto pace con lei perché ho capito che non era colpa nostra. Ora andiamo molto d'accordo: è come se condividessimo una certa consapevolezza riguardo a qualcosa.
Una figlia unica prende la parola. Questa di adesso è la fase di vita in cui ho iniziato a pensare che mi sarebbe piaciuto avere un fratello o una sorella crescendo, qualcuno con cui condividere i miei genitori. Avere un altro vissuto, un altro punto di vista su di loro forse sarebbe stato utile. Un'altra figlia unica: mia madre si sfoga tantissimo con me, se avessi un fratello o una sorella magari questo carico sarebbe un po' diviso. Si affidano tanto a me. Però adesso riesco ad allontanarmi da queste cose, cioè, a non fare proprio mie tutte le loro dinamiche.
Qualcuna condivide una storia simile: negli ultimi anni anche io sono riuscita a non caricarmi troppo del benessere di mia madre. Io ho un rapporto molto stretto con lei, che però è un peso gigantesco. Ci vogliamo molto bene, ci divertiamo anche molto quando siamo insieme, insomma ci diamo tanto, solo che è una persona molto molto complicata. Sono sempre stata per lei un punto di appoggio e di riferimento per qualsiasi cosa, poi fortunatamente si è convinta ad andare in terapia; aveva una storia di depressione. Prima, invece, pensavo sempre che se non ci fossi stata sarebbe successo qualcosa di spiacevole.
Io, dice un'altra, sono un po' più insofferente, non sono sempre contenta di condividere il tempo con mia madre, di starci necessariamente insieme. Potrei tranquillamente vederla una volta al mese, o che ne so ogni 15 giorni, invece lei ha questa cosa di dovermi e volermi sentire sempre, che io non ho. Mi trovo le chiamate la sera, mi scrive di dirle quando sono arrivata casa… Ormai vivo da sola da 5 anni. Magari lei poi percepisce che non mi fa sempre piacere e quindi ci scontriamo. Quando so che sta tranquilla però, sento che c'è un po' d'aria. Forse nel libro manca un po' d'aria, è per questo che è tosto da leggere.
Ma come vivono i nostri genitori la loro o la nostra terapia? Chiedono le terapeute. Noi come viviamo la loro? Quando mia madre ha iniziato ad andare regolarmente e mi ha detto di trovarsi bene, ho iniziato a stare male io, spiega qualcuna. Ho proprio pensato ma cosa è successo? Ho avuto un crollo verticale. Finalmente c'era spazio per te, commenta una delle terapeute. Quando vedo mio padre piangere, anche se fa male, penso che forse vuol dire che le cose possano andare bene, vuol dire che si sta sfogando.
Anche mio padre ci è andato, ma secondo me non è andato dalla persona giusta, interviene una ragazza. Diceva di trovarsi bene ma poi in realtà è durato pochi mesi. Mia madre, invece, più volte ha cercato di intromettersi nella mia personale, quando notava il mio cambiamento, perché ovviamente mi sono differenziata.
Quando io ho iniziato ad andare in terapia, dice un'altra ragazza, non l'avevo detto ai miei genitori. Mio padre in tutta onestà non so neanche se ad oggi lo sa. A mia madre l'ho detto con il tempo, quando mi sono sentita pronta. All'inizio lei mi aveva chiesto che cosa fosse e perché avessi voluto cominciare questo percorso; lei non accettava il fatto che avessi preso questa decisione. Aveva un'idea molto sbagliata a riguardo. Allora le avevo semplicemente detto che era per un problema legato all'ansia. Per un po' di tempo, diciamo, non ho detto le cose come stavano.
Questa cosa dei genitori che vivono la terapia dei figli come una minaccia l'ho vissuta anche io, conferma una di loro. Chissà che cosa ti dice, mi diceva mia madre, è colpa della terapeuta, ti fa allontanare dalla famiglia, adesso è sempre tutto colpa nostra. C'è stata una fase così. Poi ovviamente c'è stata anche la fase ah ma allora è colpa mia che ci vai visto che sono io tua madre. E io, guarda mamma ci sono anche altre cose nella vita. Mentre mio padre è stato molto più aggressivo. Per anni non ne abbiamo proprio più parlato. Invece poi con il tempo mia madre ha compreso molto di più, alcune dinamiche ora le sono più chiare. A mio padre non piace comunque parlarne, ma perché lui ha proprio un rapporto brutto col dolore; ora ci scherza su, ma in maniera affettuosa, non la sento più come una cosa svalorizzante nei miei confronti.
E Sally Rooney sarà mai andata in terapia? Chiede una delle professioniste. In realtà i suoi libri hanno un qualcosa che ci ricorda una psicoterapia incompiuta, qualcosa che resta in sospeso ed è come se scrivendo elaborasse. È una delle funzioni della scrittura? Chi chiedono. Scrivere può essere terapeutico, diciamo. Arrivi a darti delle risposte a cui senza questo processo non avresti pensato. Quindi argina? Argina piacevolmente? È contenitiva? Vogliono sapere. Oddio, dipende dai punti di vista, qualcuno commenta. Scrivere può dare forma alla narrazione di quella che è stata una vita. È un modo sia di cercare di spiegarsi determinate cose, sia di buttare fuori. Ma anche di trovare una quadra: attraverso la scrittura della mia vita, che si tratti di autofiction o di caratterizzare diversi personaggi di un romanzo frammentandoci all'interno vari aspetti della mia personalità – e questo secondo sembra essere il caso di Intermezzo – , io riscrivo la mia verità. Oppure la mia bugia.
Che cosa abbiamo imparato dalla libroterapia
Inconsciamente abbiamo sempre saputo che i libri, ma non solo loro, più che altro tutte le frasi, dai versi delle canzoni alle scritte sui muri, le parole scelte con cura, incastrate una dopo l'altra in un'armonia semplice ma disarmante, sinfonica ed esatta, avessero un potere straordinario. Fuori dall'ordinario, ma non sovrannaturale. I libri e tutto il resto, infatti, non sono strumenti magici o ultraterreni, ma concretamente e intrinsecamente umani, pur nella loro incredibile ineffabilità. Pur nel loro aprirci nuovi e immensi universi, pur nella catarsi di emozioni che riescono a suscitare. Per questo non ci stupiamo che dall'incontro della lettura e della scrittura con la terapia, con il dialogo, l'ascolto e il confronto con gli altri, possano nascere consapevolezze importanti, connessioni intense. Nelle parole di chi non conosciamo possiamo ritrovare noi stessi per analogia o differenza, capirci e capire meglio le persone, le relazioni, le loro scelte. Condividere e crescere.
Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.














